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domenica 28 ottobre 2012

I mercati torinesi, tra leggende e verità

Il mercato. Luogo di incontro e di scambio, luogo di affari non sempre cristallini, uno spaccato insomma del nostro vivere quotidiano e testimonianza colorata dell’evoluzione della storia dell’uomo.
I mercati che caratterizzarono Torino ebbero, nello scorrere dei secoli, varie sedi. Intorno al 1300 il cuore della città era la "piazza di Torino" che si scomponeva in tre piccole piazze, una delle quali, denominata prima del Mercato e poi delle Erbe, si apriva davanti al palazzo del municipio detto “della Griotta”. In queste tre piazzette, che si estendevano tra l’attuale piazza Palazzo di Città, via Garibaldi, fino alla Chiesa del Corpus Domini, trovavano posto i mercati cittadini. La piazza delle Erbe era chiusa verso est dalla contrada delle Fragole, poi dei Pellicciai (ultimo tratto dell’odierna via Palazzo di Città), da un grande arco, chiamato "la volta rossa", che si intersecava in modo molto tortuoso attraverso edifici fino alla contrada di Doragrossa (oggi via Garibaldi). Sotto questo arco prendevano posto i mercanti di Chieri, provenienti dall’antichissima fiera di San Giorgio. Le antiche memorie vogliono che una casa vicina alla "volta rossa" appartenesse al duca Amedeo VII, il Conte Rosso, e che da esso prendesse nome l’arco. Oltre ai venditori, in questa piazza si esibivano saltimbanchi e ciarlatani attorniati da numerosi sfaccendati e truffatori: tutta la piazza del Municipio diventò così la "Borsa dei Bugiardi", ma qualcuno insinuò che l’epiteto se lo guadagnò in quanto sede del governo cittadino.
Il 6 giugno 1659 venne iniziata la costruzione dell’attuale palazzo municipale e nel 1755, per ordine di Carlo Emanuele III, Benedetto Alfieri ebbe l’incarico di risistemare la piazza delle Erbe e le contrade adiacenti. Un compito non certo facile, dal momento che i Decurioni esigevano di raggiungere la chiesa del Corpus Domini girando intorno alla piazza e rimanendo al coperto. L’Alfieri costruì così i portiett, lasciando alla piazza le proporzioni armoniche che ancora oggi si possono ammirare. Nel 1722 fu demolita la "volta rossa", che impediva la vista del palazzo del Lanfranchi, e con la costruzione delle case nel 1780 l’antico mercato sparì definitivamente.
Nel palazzo del Comune, in un vasto cortile detto "del burro" si teneva il mercato di questo alimento e dei formaggi; il cortile si apriva dove una volta c’era la piazza di San Benigno, e nel 1574 era assegnato ai forestieri che vendevano il pane. Sotto la porta di ingresso del palazzo municipale erano affisse al muro le antiche misure: da un lato il "trabucco" per la misurazione dei muri e dei terreni, dall’altro il "raso" per la misurazione delle stoffe.
Nella seconda metà del XVIII secolo dalla piazza delle Erbe il mercato si spostò lentamente verso Porta Palazzo, uno fra i più grandi d’Europa, che trova sede nell’odierna Piazza della Repubblica. Il 26 dicembre 1828 l’allora Vicario della Città Giuseppe Pochettino, conte di Serravalle, dava ordine che il cosiddetto "mercato delle erbe" si facesse sulla Piazza Italia (l’odierna entrata di via Milano), quello della selvaggina, dei tartufi, del pollame e delle uova sulla Piazza Paesana o Segusina (oggi piazza Savoia) e quello delle scope nella via "delle quattro pietre", vicino alle Torri Palatine.
Da quel momento inizia la storia di Porta Palazzo, un mercato che continuò ad ingrandirsi giorno dopo giorno, tanto che l’Amministrazione Comunale sentenzia che "le vendite con banco od ambulanza degli erbaggi, funghi, pollami, volatili, vivande cotte, carni d’agnello e di montone, trippe, cacio ed altri generi commestibili sono proibite sulle Piazze del Palazzo di Città, del Corpus Domini e in qualsiasi altra contrada delle Sezioni Dora e Moncenisio. Per tale vendita è stabilita la Piazza Emanuele Filiberto". Era il 1835. Successivamente furono costruite "tettoie e trabacche" che diedero vita alle due tettoie in muratura, una del mercato ittico e l’altra del settore alimentare, mentre quella del IV settore alimentare venne edificata nel 1916.
Per la conservazione delle merci furono costruite nel sottosuolo dell’attuale piazza Emanuele Filiberto, un tempo contrada delle Ghiacciaie, dei grandi locali suddivisi in quattro piani sotto il livello della strada, ad uso appunto di ghiacciaie. Nella pianta della città del 1753 sono segnate vicine alla chiesa della Consolata, dove ancora oggi si trovano. Questi locali ebbero origine a forma elicoidale, degradanti verso il basso, per permettere ai carri di scendere e depositare le merci tra il ghiaccio che veniva raccolto durante l’inverno nei prati vicini. Negli inverni meno rigidi e senza nevicate il ghiaccio veniva trasportato dal Moncenisio.
In un’altra zona di Torino aveva luogo il mercato del vino: si tratta dello spianato della Cittadella (piazza Carlina), dove furono fabbricate rozze tettoie che con il tempo passarono ad uso di stalle, di industrie e fabbriche; il mercato continuò a farsi sulla piazza a cielo aperto, ma nel 1862 fu trasferito in un edificio appositamente eretto dal Municipio su corso San Maurizio.
Nel 1700 il mercato delle granaglie si teneva nella piazza Reale (oggi piazza San Carlo) usata anche per le esercitazioni militari, ma nel 1865 venne costruito tra le vie Oporto, Gioberti, San Quintino e dell’Arsenale, un edificio per il mercato dei cereali ("grano, segale, meliga, miglio, riso e civaie secche"), mentre i mercati dei commestibili all’ingrosso o al minuto avevano ubicazioni diverse a seconda dei generi venduti. In piazza Borgo Dora e in piazza Madama Cristina si trattavano gli ortaggi, in piazza Emanuele Filiberto la frutta, i funghi, i volatili di ogni specie, le uova e i tartufi; sulla stessa piazza il burro e il cacio a seconda del giorno della settimana, e sempre nella piazza ma in un altro angolo i chiodi e i pesci d’acqua dolce. Il pesce, una merce poco apprezzata e solo per le mense della povera gente, veniva venduto anche dai pescatori del Po nei pressi del convento di San Francesco da Paola. Fin qui i mercati all’ingrosso, per il minuto bisognava recarsi in piazza Bodoni, all’angolo delle vie della Zecca e Montebello, in via Oporto e in piazza Solferino.
Il mercato all’ingrosso della legna, del carbone vegetale e minerale, della torba e di altri combustibili, del fieno, della paglia e delle piante vive si teneva esclusivamente sulla piazza che venne detta piazza Venezia (tra l’odierna piazza Solferino e corso Galileo Ferrarsi); qui si vendevano anche attrezzi da lavoro in legno, le foglie di meliga per riempire i pagliericci e le scope. Nel cortile detto del Gamelotto, in via San Tommaso, si faceva il mercato degli agrumi, dei fichi secchi e di altri prodotti provenienti dalla riviera ligure, come i pesci di mare, e gli olii prodotti dai contadini della collina torinese (in particolare quello di noci dato che l’olio d’oliva era molto caro e importato dalla contea di Nizza). Al mercato dei bozzoli era assegnato invece lo spazio di piazza d’Armi, mentre in via Cottolengo e via Borgo Dora, accanto al vecchio arsenale dove oggi si tiene il Balon, c’erano i rigattieri e i ferrivecchi.
Era libero il commercio delle carni, ma era limitato il numero dei macelli pubblici che potevano avere sede solo in edifici municipali appositamente attrezzati. Gli edifici si trovavano nelle sezioni Po, Dora e Moncenisio: ogni macellaio aveva l’uso di una bottega e in compenso pagava una tassa su ogni animale macellato. Dal 1855 fu tolta la limitazione al numero degli esercenti e data licenza di aprire macelli in qualsiasi luogo a patto che venissero rispettate le norme di igiene. Venne stabilito che l’uccisione degli animali dovesse avvenire in un’unica struttura sorvegliata da agenti municipali. Il primo fu edificato a Borgo Dora e in seguito, per problemi di spazio, venne trasferito sul corso Sant’Avventore. Era il 1° gennaio 1868. Altri antichi mercati torinesi erano quelli sui sagrati delle chiese o davanti al Duomo, vicino alla chiesa di San Tommaso e di San Gregorio.
Un'ultima curiosità riguarda i lavatoi pubblici, in via della Meridiana (piazza Bodoni) e in corso Palestro all’angolo con via Juvarra. Le vasche, riempite dalla Società dell’acqua potabile, potevano ospitare fino a 120 lavandaie e furono una necessità dopo la soppressione dell’acqua presso i bastioni della cittadella nelle sezioni Moncenisio e Monviso. Negli altri quartieri a nord e ad ovest della città gli abitanti potevano invece lavare i panni nelle acque del Po e della Dora.

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