giovedì 27 giugno 2013

Quale futuro e quale vocazione per il Parco Dora di Torino, il primo parco post-industriale italiano?

Quasi completato il Parco Dora, deve adesso trovare una destinazione e una vocazione.
Perché il Parco Dora non è un semplice parco cittadino, come il Valentino, la Pellerina o il Colletta, per dire. Il Parco Dora è un esperimento unico in Italia, paragonabile alle grandi trasformazioni in corso nelle città della Rühr, in Germania. Dove adesso sorgono impianti sportivi, alberi e prati, con la Dora a fare da guida, sorgevano, fino a pochi decenni fa, gli stabilimenti dell'industria pesante torinese. C'era un cavalcavia, che saliva da corso Vigevano e scavalcava tutta questa parte industriale di corso Mortara; era una Torino grigia e fumosa, con la Dora coperta dai capannoni industriali e fabbriche quasi fino all'orizzonte delle Alpi, per chi era bambino negli anni 70.
Quando gli stabilimenti sono stati dismessi, a Torino sono rimasti quasi un milione di metri quadrati, un grande buco tra piazza Statuto e Madonna di Campagna, con in mezzo la Dora. Un concorso internazionale, vinto dal paesaggista tedesco, Peter Latz ne ha reinventato la storia e il cantiere che ne è nato è stato secondo solo a quello sorto a Berlino, dopo la caduta del Muro. Al posto delle grandi industrie sono nate nuove aree residenziali e grandi spazi destinati al verde. Nelle aree residenziali della Spina 3 si alternano case di edilizia convenzionata e di libero mercato, che hanno portato ben 10mila nuovi abitanti in zona, molti dei quali giovanissimi, al seguito dei genitori. Nelle aree verdi gli alberi e i prati si alternano ai ricordi industriali: la tettoia dello strippaggio dell'antico stabilimento Vitali delle Fierriere Fiat dà oggi copertura a una serie di strutture sportive, mentre le colonne di acciaio che sostenevano l'edificio sono rimaste come motivi decorativi di suggestivi percorsi a giardino, diventando il simbolo prediletto del Parco. E' in quest'area da sapore nettamente post-industriale, infatti, che sono stati girati numerosi spot pubblicitari e video musicali, diretti sia al pubblico italiano che straniero.
E' un Parco che non ha uguali in Italia sia per la sua genesi che per il suo possibile uso. Non solo è il polmone verde in cui praticare sport, passeggiare romanticamente, fermarsi a leggere, girare in bicicletta con i bambini, ma è anche uno spazio in cui avviare attività culturali, sportive e addirittura religiose (da qualche anno la comunità musulmana torinese usa gli spazi sotto la tettoia dello strippaggio per celebrare la fine del Ramadan).
Cosa fare, dunque, del Parco Dora? E, soprattutto, come gestire la sua manutenzione, quando sarà completato, con lo scoperchiamento della Dora, l'inaugurazione dell'area Michelin, tra il complesso dell'Ipercoop e il fiume, e il completamento dell'area tra corso Mortara e il Passante Ferroviario? Non sono domande da poco, considerate le dimensioni del Parco Dora, i costi di una manutenzione che è molto diversa da quella di un parco tradizionale (basti pensare alla tettoia dell'area Vitali o ai giochi acquatici dell'area Ingest) e le poche risorse a disposizione delle casse pubbliche. Una ricerca della Fondazione Antonino Monaco, la cui sede, all'ultimo piano della Torre Monaco di corso Mortara, offre magnifiche viste sul Parco e sulla città, ha cercato di dare una prima risposta a questi quesiti, intervistando soprattutto i residenti e i fruitori di quest'area grandiosa. I risultati parziali sono piuttosto interessanti e indicano un futuro in cui pubblico e privato dovranno collaborare, utilizzando le potenzialità di uno spazio pronto a diventare anche un'attrazione turistica cittadina, non essendoci niente del genere in nessun'altra città italiana (i riferimenti sono sempre le città della Vestfalia, Duinsburg e Dortmund in testa).
Secondo la ricerca, il Parco Dora potrebbe avere numerose vocazioni: vista la posizione geografica, cerniera tra il nord e il sud di Torino e tra la cintura est e l'Ovest, potrebbe diventare un vero e proprio ponte per la mobilità, soprattutto ciclabile, se dotato delle infrastrutture adatte; è uno spazio che potrebbe diventare un punto di aggregazione giovanile, viste le strutture sportive di cui è dotato, intorno alle quali potrebbero essere realizzate numerose attività; potrebbe trassformarsi in uno dei centri più importanti dell'offerta culturale, con l'organizzazione di concerti musicali, Festival, campionati; grazie ai parcheggi dei vicini centri commerciali può essere un punto di richiamo per le attività economiche; visti gli spazi, potrebbe diventare un'ottima location per le sperimentazioni tecnologiche, a cominciare dal wifi (è già dotato di lampioni intelligenti, con telecamera incorporata, che vegliano sulla sicurezza dei fruitori). Anche all'interno dello stesso Parco si possono individuare vocazioni differenti: l'area Vitali, grazie alla tettoia, può diventare uno spazio per le manifestazioni culturali e sportive a pagamento; l'area Michelin, con l'adiacente Museo dell'Ambiente e l'accesso diretto alla Dora, si presterebbe al loisir domenicale delle famiglie, il lotto Ingest, con il suo hortus conclusus e i suoi giardini manifesta un'inclinazione verso il vivaismo e la floricultura, con tutti gli annessi, l'area Valdocco Nord, a ridosso del Passante Ferroviario, sembrerebbe dirigersi verso funzioni di passaggio, magari con la costruzione di piste ciclabili e percorsi ad hoc.
Insomma, le potenzialità per lo sfruttamento del Parco Dora non mancano. Perché di una cosa tutti sono convinti: un Parco così grande, così diverso, così unico, deve trovare la forza e le risorse per la sua manutenzione e per la sua fruizione.
Il Parco Dora visto dalla sede della Fondazione Antonino Monaco.


Nessun commento:

Posta un commento