domenica 25 agosto 2013

Torino come Jessica Rabbit: non è né grigia né noiosa, la disegnano così

Qualche tempo fa, in occasione dei Giochi Invernali, una rivista ha pubblicato un bell'articolo di Gabriele Romagnoli (uno dei miei autori preferiti), dedicato a Torino. C'erano vari stereotipi sulla città fredda, aristocratica e lontana e c'era un'immagine, che mi è molto piaciuta, annessa a un invito. Romagnoli chiedeva ai torinesi di sbattere contro le montagne olimpiche la bottiglia che nascondeva le mille bollicine di cui erano capaci. Una bella immagine dell'effervescenza torinese che i media tradizionali si rifiutano di raccontare, preferendo trincerarsi dietro gli stereotipi. Avevo inviato al Direttore di quella rivista queste riflessioni sulla mia città e sulle ragioni per cui, secondo me, i media si rifutano di raccontarla.

Ci sono varie cose, nel bell'articolo di Gabriele Romagnoli su Torino, in cui mi sono riconosciuta. Per esempio, l'immagine di Alessandro Del Piero e Alessandro Baricco, che possono prendersi un caffè al bar in santa pace, come due persone normali.
A Torino Eva Herzigova la si vede spesso ai Murazzi col fidanzato, Gabriel Garko passa per via Roma e le ragazzine appena si voltano bisbigliando. Trovo fantastico il culto dell'altrui libertà che i torinesi mostrano anche in queste circostanze.
Mi è piaciuta molto l'immagine di una bottiglia d'acqua, che tira fuori le bollicine, se la scuoti, per descrivere la città. Ma c'è un'altra immagine che condivido. E' di una ventottenne che, in cerca di se stessa, è sbarcata dal sud, pensate un po', nella "grigia e noiosa" Torino: "E' talmente squadrata, ha un'architettura talmente perfetta che ti immagini subito che dietro alle sue finestre succedano cose speciali". Per me Torino è tutta qui. Nella follia creativa che la logica dell'irrinunciabile impianto romano implica.
No, nessuna tiritera sulla città che ha inventato tutto e se l'è visto portare via. Verrebbe considerata molto torinese e invece i torinesi non hanno mai mollato, credendo nella forza delle idee. Nonostante le incognite di casa Fiat e del dopo Olimpiadi, Torino avrà ancora una volta il futuro dalla sua parte. E' nella sua storia, è nei cromosomi della sua gente, composta da un paio di generazioni non tanto dai sabaudi grigi e austeri che piacciono agli stereotipi, quanto, e soprattutto, da una mescolanza di volti, colori e culture, figlia di tutte le immigrazioni.
Non ricordo chi ha detto: "L'Italia senza Torino non sarebbe la stessa, ma Torino senza l'Italia continuerebbe ad essere uguale". Forse è questo che la rende diversa e indecifrabile. Ed anche irritante, probabilmente.
I Giochi Olimpici Invernali. Quanto ne hanno parlato i grandi media italiani prima di accorgersi che erano ormai imminenti e non parlarne avrebbe significato bucare la notizia? Eppure per 10 anni Torino è stata il cantiere più grande d'Italia, i lavori che l'hanno cambiata sono stati paragonati a quelli di Berlino dopo la caduta del Muro. Architetti e urbanisti sono arrivati da tutta Europa per studiare le sue trasformazioni urbanistiche e sociali. Sicuri che se Milano, Venezia, Napoli o Firenze, città che si raccontano più volentieri, forse perché meno enigmatiche di Torino, fossero state protagoniste di tanti cambiamenti non ci sarebbe stata un po' di curiosità? Sicuri che se le Olimpiadi Invernali, la più importante manifestazione sportiva organizzata dall'Italia negli ultimi e nei prossimi 20 anni, fossero state ospitate altrove sarebbero state avvolte dallo stesso silenzio che ha accompagnato l'attesa dei Giochi torinesi?
A Torino c'è il secondo Museo Egizio più importante del mondo, il Salone del Libro e del Gusto in pochi anni si sono imposti come le manifestazioni fieristiche più prestigiose d'Italia, il Museo del Cinema della Mole Antonelliana è uno dei più importanti d'Europa, il Torino Film Festival è il secondo Festival cinematografico italiano, il Museo di Arte Contemporanea del Castello di Rivoli è tra i più importanti d'Europa, il tango e il merengue hanno in Torino una delle loro capitali europee, i Linea 77 e i Subsonica sono nati nell'underground torinese, il più vivace d'Italia. Addirittura, le ragazze più belle del Paese da un paio d'anni sono torinesi.
Chi racconta questa Torino vivace, nottambula, inquieta, colta, bella, che tira l'alba ai Murazzi, frequenta i locali etnici del Quadrilatero Romano, affolla teatri e conferenze e ai Docks Dora inventa i gruppi che poi monopolizzeranno la scena nazionale?
I torinesi sono freddi e bugianen? Ma avete mai provato a cercare i biglietti per un qualunque evento culturale anche solo un paio d'ore dopo l'inizio della loro distribuzione? Avete mai provato a cercare un buco dove prendere un aperitivo o ad arrivare in ritardo alla presentazione di un libro?
Da torinese mi sono chiesta molte volte perché Torino non "funziona", perché ci sono sempre ritrosia e diffidenza nei suoi confronti. La risposta che mi sono data è che raccontare Torino è difficile: è la più inafferrabile e la più indipendente delle città italiane. Continua a cavarsela sempre da sola, inventandosi futuri che cambiano poi l'intero Paese.
Prendete le Olimpiadi: Tremonti ha detto che non avrebbe dato un soldo, nonostante le promesse, a "quella città di comunisti". Torino ha rimediato da sola. Senza piagnistei e senza chiedere sconti e aiuti.
Non credo siano i torinesi quelli che devono sbattere la bottiglia contro la montagna, come suggerisce Romagnoli. L'hanno fatto da un pezzo. Sono abituati a uscire, a frequentare, ad esserci. In questi giorni olimpici sono a migliaia nelle strade, con le macchine fotografiche, felici dell'attenzione internazionale e decisi a godersela. Che Torino sia bella lo sanno benissimo e ne sono fieri, basta frequentare un qualunque itinerario guidato cittadino per vederli, felicemente attenti. E' il resto d'Italia che non lo sa, perché è difficile che qualcuno glielo racconti.
Diciamo che Torino è come Jessica Rabbit: non è né grigia né noiosa, la disegnano così. Solo per comodità.

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