giovedì 12 settembre 2013

Torino e i suoi segreti di vecchia signora, inafferrabile ed enigmatica

Questo è un articolo dedicato a Torino uscito su El Viajero, supplemento di El Pais, qualche giorno prima delle Olimpiadi Invernali del 2006. E' stato scritto dallo stilista spagnolo Lorenzo Caprile, che ha disegnato il vestito da sposa dell'Infanta Cristina e numerosi vestiti da sera di Letizia Ortiz (compresi i magnifici vestiti indossati alle nozze dei principi Frederick e Mary di Danimarca, nel 2004). Caprile ha vissuto a Torino negli anni della sua formazione, alcune cose che scrive suonano contraddittorie, ma sento anche che questo è uno degli articoli più belli sulla città (mi piace che sia considerata inafferrabile e che lasci un senso di inquietudine).
I segreti della vecchia signora
I primi mesi li ho passati in un assolato appartamento di piazza Maria Teresa, uno degli angoli più belli della città. Con i suoi portoni francesizzanti e i suoi delicati colombi che piluccavano sulle panchine di ferro, la pizaza è uno dei cuori del quartiere aristocratico. I suoi palazzi di granito accolgono sontuosi appartamenti con pedigree, negozi eleganti e piccole pasticcerie. Era una piazza molto silenziosa e accogliente. Anche molto noiosa.
Così mi sono spostato in via Piave, in una casa di ringhiera piena di anziani, studenti e immigrati marrocchini. Via Piave, in quegli anni (i primi '90), era una divertente terra di nessuno su cui iniziava a crescere quello che oggi si chiama Il Quadrilatero, il nucleo trendy della città, pieno di locali all'ultima moda, gallerie d'arte e laboratori di giovani che cercano di cambiare il mondo.
Non c'era più di un km di distanza dall'una all'altra, ma il contrasto tra il quartiere sofisticato e chic e quello bohemienne e multietnico fu assoluto come il cambio che ho dato alla mia vita in quegli anni. Ma questa è un'altra storia...
E' che il contrasto è una caratteristica fondamentale di Torino. La città mescola con singolare eleganza il Barocco seicentesco con l'architettura più futurista, la cucina fusion con gli stufati tradizionali di tartufi e cacciagione, l'allegria degli emigrati del sud (terroni) con l'affettata signorilità dei piemontesi imborghesiti, gli antiquari più prestigiosi con le migliori collezoni dell'arte più contemporanea, le rovine romane e le collezioni d'arte egizia più complete d'Europa con le ultime tecnologie, si chiamino Olivetti o Fiat, del design industriale.
Sì, Torino è una città industriale. La grande città industriale: la città della Fiat. Tutto girava e gira (orari, costumi, mode) intorno a questo mastodonte dell'auto la cui famiglia, gli Agnelli, è considerata in Italia più reale dell'autentica famiglia reale, i Savoia. Agnelli, Savoia. Due nomi, due famiglie. Di Torino, naturalmente.
Forse sono questi i due tratti caratteristici di questa sconcertante città: l'industria e la regalità; la disciplina e il protocollo; la serietà mercantile delle granti imprese e il brillio e il romanticismo delle vecchie monarchie. Le due si uniscono lì dove finiscono, nella decadenza.
La decadenza di Torino si riassume con la frase che accompagnò la chiusura del suo zoo anacronistico "Hic sunt leones". Qui c'erano i leoni. Nacquero e crebbero qui, poi però se ne sono andati, come tutto il resto. Quando i consiglieri comunali decisero di chiudere lo zoo, ritirarono le fiere della loro camere, piccoli paradisi artificiali costruiti alla fine del XIX secolo, e li sostituirono con opere d'arte contemporanea: happenings, performances, montature effimere... moriva un modo antico di intendere la cultura e nasceva uno più nuovo, più all'avanguardia, più in, perché in questa città è nata praticamente tutta l'Italia moderna: l'Unità (il Risorgimento), la Política, la Resistenza, il Comunismo, i Movimienti Sindacali, gli Anni di Piombo, le Brigate Rosse, la Rivoluzione Industriale, la Moda, l'Architettura, il Design, la Musica, la Letteratura, la Massoneria, l'Arte Povera, il Cinema, la Televisione, l'Automobile... tutto è nato qui per poi crescere e dimenticarsi di questa grande madre polverosa e fredda che ricorda quello che avrebbe potuto e voluto essere e non è mai stata: la Capitale d'Europa, l'Ombelico del Mondo.
E' curioso come una delle chiese più caratteristiche di Torino si chiami proprio così: la Gran Madre. Non Santa Maria di Qualcosa, come la maggor parte delle chiese che fioriscono in Italia. No. Gran Madre. Una mole imponente, bianca e un po' pagana, che ricorda i grandiosi templi della fede precristiana. Scendi per via Po, da piazza Castello, sbuchi in piazza Vittoro Veneto ed è lì, all'altro lato del fiume, bagnandosi in questo Po che fertilizza tutto il nord Italia: la Gran Madre. E nient'altro. Testimone muto di questa maternità dimenticata e rinnegata di cui nessuno vuole ricordarsi. Senza Torino l'Italia di oggi non esisterebbe (E, chissà, sarebbe stata la cosa migliore, pensano in molti).
A Torino ho lavorato nell'industria, ovviamente. Il Gruppo Finanziario Tessile era, in quegli anni, l'impresa di moda più potente del mondo. La linea aerea Torino-Parigi si aprì per causa sua. Perché era molto difficile arrivare a Torino (adesso non più tanto). Incrostata ai piedi delle Alpi, come una civettuola verruchina, isolata da velli verdi e frondose, Torino difendeva persino la sua inaccessibilità e il suo isolamento. Era, ed è, orgogliosa di questo. Orgogliosa... e molto sola.
Viaggiavo in treno da Milano. Due ore attraveso le stradine e le risaie del Po. A volte vedevo qualche gazza lontana che marcava il territorio, le cime innevate delle Alpi. L'arrivo del treno a Torino aveva un qualcosa da vecchio film, tipo il Dottor Zivago. La stazione di Porta Nuova è maestosa, o lo era quando la costruirono. Forse è questa stazione quello che meglio rappresenta lo spirito industriale dei padri del XIX secolo della città: all'attraversare i suoi corridoi di marmo, sotto cupole piene di nervature vibranti in eterno restauro, uno può immaginarsi il carattere imprenditoriale e sfacciatamente moderno di questi visionari che vollero trasformare la discreta madama del Nord Italia in una potente e fertile matrona. Non ci riuscirono.
Madama. Un'altra strana parola che ti rimane in testa. E' il termine con cui si definiscono le checche di Torino ed è il nome di un delicato palazzo costruito a pochi metri dall'imponente Palazzo Reale, per alloggiare due Madame reali, Maria Cristina di Francia e Giovanna Battista di Nemours.
Le basi e la facciata sud, di origine romana e medievale, ci ricordano le solide e guerriere origini della città. Ma la facciata nord, aperta su via Garibaldi, è una meringa bianca e delicata firmata da Juvarra, che inizia qui quello stile cortigiano, squisitamente aristocratico, che sarebbe culminato più tardi nel Palazzo Reale di Madrid.
Sì, Torino ha esportato arte e architettura, perché se amate l'architettura, senza dubbio amerete Torino. Conosco poche città così belle, come sconosciute, che riuniscano tanti stili differenti. Opere classiche di Vitozzi, Guarini, Baroncelli e il già citato Juvarra convivono con i progetti più moderni firmati da architetti come Renzo Piano, Arata Isozaki o Gae Aulenti. Dal barocco furioso delle chiese di Corpus Domini, San Lorenzo o Santa Cristina, solo per citare le tre che preferisco, al modernismo fiorito dei quartieri borghesi della Crocetta fino al bellissimo razionalismo fascista del Palazzo di Giustizia e la semplicità funzionale del Lingotto, la sede della Fiat per eccellenza, ogni strada è un'espressione del gusto, la ricchezza e la cultura dei suoi colti abitanti, che hanno sempre voluto essere i primi in tutto.
I sabati pomeriggio mi lasciavo andare.
Alcune volte prendevo la cremagliera e me ne andavo in gita fino alla Basilica di Superga con la sua facciata neoclassica firmata da Juvarra, con all'interno il panteon dei Savoia. Altre arrivavo fino alla Mole Antonelliana, questa grandiosa sinagoga trasformata oggi in uno dei migliori musei del cinema del mondo. Dalle due mi rilassavo ammirando un paesaggio che supera qualunque prodezza architettonica e ti lascia a bocca aperta: il profilo delle Alpi contro un cielo azzurro e molto freddo.
Freddezza. Torino non è una città calda, neanche d'estate, quando arriva facilmente ai 30 gradi.
Torino fa della sua fredda, quasi gelida cortesia, una bandiera sotto la quale sfilano i suoi caffé assolutamente parigini, le sue librerie intellettuali, le sue squisite boutiques piene delle tendenze più rabbiose. Anche i suoi tartufi neri e i suoi raffinati cioccolati, la cui tessitura e delicatezza si apprezzano in tutto il mondo, hanno un qualcosa che sa di gelida perfezione.
Anche i colori di Torino sono freddi, il grigio, il bianco, il nero e un rosa pallido e umido (il colore della facciata di Palazzo Carignano) e tutti loro avvolti in quella nebbia, la foschia, che causa tanti morti sul'autostrada che arriva da Milano.
(Non è facile avvicinarsi a Torino).
La sua gente è cortese ed educata, ma di una cortesia e un'educazione glaciale, senza rumori e senza gesti, sempre con il lei davanti e questa erre gutturale che li fa sembrare catarrosi cronici. Chiusi assolutamente a qualunque cosa che non conoscono, ma segretamente invidiosi di qualunque cosa che venga da fuori, mi lasciavano sempre con la parola in bocca, avvolti in un mistero da racconto noir.
Sì, Torino coltiva il mistero. E' uno dei vertici di questo triangolo maledetto e sinistro dei massoni e degli stregoni che la collega a Parigi e Praga. Accoglie, nella sua cattedrale di San Giovanni (un altro Santo oscuro) la Sacra Sindone e, per peggiorare le cose, la attraversano tre fiumi, il Po, la Dora e la Stura, il cui continuo intrecciarsi produce non solo angoli di strana bellezza, ma anche un'autentica inquietudine e un completo disorientamente. Perché è molto facile perdersi a Torino.
Io mi sono perso molte volte.
E mi trovavo a fantasticare nel parco e nel palazzo del Valentino, nel suo pastiche pre rafaellista e medievale da cui sognavo un futuro cinematografico pieno di avventure.... o curiosando tra le brillanti vetrine di via Roma o della Galleria Sabauda, dove le sartorie più tradizionali convivono con i negozi di disegno più attuali... o assaporando meringhe con panna in una delle pasticcerie che segnano i portoni di piazza san Carlo, il salotto di Torino... o sfogliando i volumi della libreria Druetto, la cui padrona, un'autentica torinese, con il suo chignon frettoloso e le sue vecchie giacchette di tweed mi ha fatto scoprire un'altra torinese d'eccezione, Natalia Ginzburg... o passeggiando nel Balon, il mercatino di Torino, i cui oggetti testimoniano il passato splendore della città più orgogliosa ed enigmatica d'Italia.
E' molto che non ritorno a Torino. Mi dicono che sia cambiata, che sia una città meno riservata, più aperta e più luminosa. Che, emozionata come una sposa, si prepara alle Olimpiadi Invernali.
Sinceramente, non ci credo.
Penso sia un altra delle sue maschere e dei suoi trucchi di dark lady, e che alla fine otterrà quello che vuole: rimanere misteriosa e occulta per vivere la sua vita al margine del tempo, del mondo e della storia.

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