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mercoledì 26 febbraio 2014

Il Castello di Lucento, sconosciuta delizia sabauda di Torino

Con il Castello del Valentino, il Castello di Lucento è l'unica residenza sabauda 'fuori città', conservata nel territorio pianeggiante di Torino; sono infatti scomparse, per guerre o incuria, le deliciae di Regio Parco, Mirafiori e Millefonti. Come il Valentino, anche il Castello di Lucento è proprietà privata: il primo ospita la Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, il secondo è sede degli uffici della Teksid. Pertanto nessuno dei due è visitabile, in modo continuativo. Curiosamente entrambi sono vicini ai fiumi torinesi: il Valentino si affaccia sul Po, la proprietà di Lucento arriva fino alla Dora, stretta tra edifici e capannoni moderni . Ed entrambi hanno avuto una breve stagione di gloria, come residenze predilette di un sovrano, Cristina di Francia, la Madama Reale, per il Valentino, Emanuele Filiberto, il duca che portò la capitale da Chambery a Torino, per Lucento. Ma le analogie finiscono qui.
Le prime notizie storiche di una costruzione a Lucento risalgono al 1335, in un documento che cita anche il palacio Luxenti tra gli elementi della difesa di Torino (allora rinchiusa nella sua cerchia medievale). Il palacio è in realtà una torre alta 15 metri, che serve per controllare il territorio, sfruttando l'ansa della Dora e la posizione sopraelevata rispetto all'area circostante. Sempre nel XIV secolo, la torre viene trasformata fino ad accogliere un edificio abitabile, sistemato intorno a un cortile; il complesso viene dotato di un pozzo e di un fossato, mentre intorno iniziano a sorgere i primi insediamenti.
Alla fine del '300 c'è la prima grande trasformazione della struttura difensiva in vera e propria residenza. Il nuovo castello si appoggia al vecchio muraglione e si sviluppa su tre piani fuori terra, viene costruito con pietre di fiume alternate a doppie file di mattoni; il nuovo fossato è largo sette metri e circonda il castello su tre lati: una bialera fornisce l'acqua necessaria per riempirlo. Il ricetto, che viene costruito in questi anni, occupa il terrazzamento tra le due scarpate, ha forma quadrangolare ed è delimitato da quattro torri, tre d'angolo e una di cortina (l'unica arrivata a noi è quella posta sull'angolo occidentale). Nel complesso vivono varie famiglie, che pagano la concessione ai Beccuti, i feudatari di Lucento.
Il Quattrocento scopre la vocazione industriale dell'antica torre di difesa, grazie alla vicinanza della Dora, e vengono costruiti alcuni mulini all'interno del ricetto. Il mulino grande è formato da due edifici, in uno si trovano i mulini per la macina dei cereali, nell'altro un follone per la battitura dei tessuti e una ressia per il taglio del legname.
La stagione di gloria del Castello inizia nel 1574, quando Emanuele Filiberto acquista la proprietà dei Beccuti, per accorpare le terre a nord e a sud della Dora e ricavarne un territorio di caccia. Il castello viene trasformato e arricchito con un'elegante facciata orientale, con un loggiato aperto a tre ordini sovrapposti, tutti realizzati in cotto. Gli archi sono a sesto ribassato, con modanature sporgenti e dipinti con motivi geometrici bicolori. Sul lato occidentale viene ricavato un nuovo ingresso, mentre il ponte di pietra e mattoni, gettato sul fossato, permette di arrivare al portone del castello, senza passare per il ricetto. L'ingresso al castello diventa così monumentale: dalla chiesa di Lucento, si attraversa la strada grande del giardino, mentre il prato davanti al ricetto viene trasformato in un giardino di gusto francese. Il Castello, trasformato in una delicia del Duca, diventa la sua residenza prediletta nei momenti di tregua fuori Torino, di sicuro la più frequentata. E la sua importanza viene sottolineata dal fatto che nel 1578, durante il trasferimento da Chambery a Torino, la Sacra Sindone viene ospitata per alcuni giorni nei suoi spazi.
Poi, con la salita al trono di Carlo Emanuele I, il figlio del vincitore di San Quintino, la residenza passa ai marchesi di Lanzo, dopo alterne vicende torna ai Savoia, fino a quando Cristina di Francia lo dona al marchese Federico Tana.
Durante l'assedio del 1706, il Castello, preso dai Francesi e da loro eletto come cardine del sistema difensivo, è il baluardo della loro ultima resistenza, prima della definitiva rotta. 
E, nei secoli successivi, ha prevalso la vocazione industriale del Castello, grazie alla presenza dei mulini e dei filatoi. Anche adesso, il Castello, sede di uffici della Teksid, come si è già detto, non ha alcun elemento architettonico evidente, che possa farlo identificare con una delicia sabauda.
Non è visitabile, si diceva, ma potete provare a percorrere la strada interna della Teksid, che inizia in strada Pianezza 123 e porta fino al muro del Castello e osservarlo dall'esterno. Una severa e rigorosa architettura bicolore piemontese vi accoglierà in silenzio, mentre il possente fossato, adesso occupato da una fitta e ordinata vegetazione, vi ricorderà il suo ruolo nel passato di Torino.




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