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martedì 11 marzo 2014

La demolizione della torre di via Artom, dieci anni fa, e la rinascita di Mirafiori Sud

Fino all'inizio del XXI secolo dicevi le torri di via Artom, a Mirafiori Sud, ed era sinonimo di degrado della periferia, di architettura anonima ed elementare, di piccola criminalità e di gioventù bruciata. Passavi in via Artom con una certa diffidenza, più per la fama che, probabilmente, per vero pericolo. Poi.
Il Comune di Torino lanciò lo sguardo verso le periferie per riqualificarle, perché, spiegava l'allora Assessore all'Edilizia Roberto Tricarico, lo stato di una città lo si vede non dalla cura del suo centro storico, ma dalla qualità della vita delle sue periferie. Si stabilì così di ristrutturare alcuni dei grandi casermoni nati su via Artom e vie adiacenti in piena emergenza abitativa, tra gli anni 60 e gli anni 70, quando la grande emigrazione meridionale ha trasformato per sempre l'immagine di Torino e il DNA dei torinesi. Non venne salvata per la ristrutturazione la torre di via Garrone 73, uno degli edifici architettonicamente meno riusciti, che fu abbattuta il 28 dicembre 2003, con un'operazione di grande fascino visivo e di grande emotività per i suoi abitanti, trasferiti in altri appartamenti dal Comune di Torino. La torre demolita era stata costruita tra il 14 aprile 1965 e il 14 aprile 1966, era composta da 80 alloggi, suddivisi in 4 scale, ed era abitata, quasi quarant'anni dopo, da 179 persone, alcune delle quali avevano vissuto lì sin dalle prime assegnazioni.
L'abbattimento della torre fu spettacolare, si è detto. Ci fu un'evacuazione totale in un raggio di 150 metri intorno all'edificio: circa un migliaio di persone dovettero abbandonare la propria abitazione per sicurezza; poi, nel secondo anello di sicurezza, compreso tra i 150 e i 300 metri, migliaia di persone furono blindate nei palazzi, perché fu vietato di fermarsi all'aperto. L'operazione di abbattimento fu sofisticata: furono necessari 200 kg di dinamite, sistemati in 5600 microcariche, e 4 secondi. Solo 4 secondi per far cadere uno degli edifici più simbolici della Torino dell'emergenza abitativa e della crescita disordinata delle periferie.
L'architetto Costantino Radis, responsabile della ditta che si occupò dell'esplosione, spiegava nel forum forum-macchine.it, le difficoltà dell'operazione: "Questo edificio era particolare perché, avendo una struttura portante a setti di calcestruzzo incastrati tra di loro non era possibile farlo implodere ma soltanto ribaltare: diversamente si sarebbe solo accartocciato un poco riducendo semplicemente la propria altezza di uno o due piani, ma richiedendo comunque un escavatore con braccio lungo. Proprio per questo il lavoro di preparazione è stato lungo ed ha necessariamente voluto parecchie fasi: il calcolo delle cadute e degli indebolimenti, il taglio dei setti portanti in modo da ridurre al minimo le sezioni portanti ed usare meno esplosivo possibile, il sezionamento di tutto l'edificio in due parti con il filo diamantato, l'esecuzione dei fori per le cariche di dinamite, l'esecuzione di una serie di trincee e mucchi di caduta per attutire l'impatto e le vibrazioni indotte nella caduta dell'edificio, l'apposizione, attorno alle zone caricate dall'esplosivo, di reti metalliche utilizzate per le difese dei crinali montani in modo da non proiettare detriti in lontananza. In un edificio a travi e pilastri tutto questo lavoro non sarebbe stato necessario in quanto i fori per le cariche sarebbero stati molti meno e l'edificio sarebbe stato fatto implodere su se stesso senza la necessità di trincee di caduta". Nel suo post Radis fornisce una spiegazione tecnica molto dettagliata, che gli interessati possono leggere al link già indicato e che illustra tutte le difficoltà affrontate per eseguire l'operazione in piena sicurezza.
Sono passati 10 anni da allora. Al posto della torre di via Garrone sorge una palazzina a forma di ferro di cavallo, con due edifici di dieci piani, che degradano verso il centro, fino ai quattro piani del corpo centrale. I due blocchi hanno come elemento unificante una piastra alta due piani e destinata a una galleria commerciale (attualmente è vuota, la crisi economica fa danni ovunque). Sui tetti, al posto delle tegole e delle falde, ci sono giardini pensili, a richiamare l'adiacente Parco Gustavo Colonnetti. L'architettura è moderna e gentile, le tecnologie si sono concentrate sulla sostenibilità e il rispetto dell'ambiente. In questo nuovo complesso, costruito dalla Società Nuova Artom 2000, hanno trovato casa una settantina di famiglie. 32 famiglie hanno comprato il loro appartamento dalla Cooperativa San Pancrazio, 39 sono invece socie della Cooperativa Di Vittorio, da cui hanno ricevuto la casa in affitto a canoni più bassi rispetto a quelli del mercato.
Si passeggia in via Artom, si ricorda la diffidenza di una decina di anni fa, mentre passano gli autobus e facce anonime di donne e bambini li aspettano alla fermata, ci si addentra nel Parco Colonnetti, adesso attrezzato e dotato di strutture sportive, spazi gioco per i più piccoli, sentieri per passeggiare e avvistare la fauna che popola i prati, e si pensa a come il tempo tutto cambia.
Sono passati 10 anni dalla demolizione della Torre di via Artom, ma la Rete, allora quasi all'inizio della sua storia italiana, conserva ancora le sue tracce. Il Comune di Torino conserva un video della demolizione (è talmente vecchio che non è in streaming: per aprirsi chiede il permesso di aprire Media Player Windows o qualunque programma presente nel computer per vedere i video...), mentre il bel documentario pluripremiato Quelli di via Artom, il palazzo che non c'è più, racconta le emozioni di chi ha abitato nella torre di via Garrone 73 per più di trent'anni e l'ha vista cancellare dalla geografia (ma non dalla memoria) di Torino.
Dopo le due immagini di via Artom, all'inizio del secolo e oggi, c'è un breve video della demolizione della torre, dal canale di youtube di Explodem, la ditta modenese che ha fornito e gestito l'esplosivo per l'abbattimento.







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