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mercoledì 21 maggio 2014

Quando a Torino c'erano barriere della cinta daziaria

Guardate una cartina di Torino. Noterete che lo scacchiere romano, che si è cercato più o meno di mantenere anche nei quartieri sorti nell'ultimo secolo, è come interrotto da due anelli concentrici di grandi viali a scorrimento veloce. Il primo, il più interno, nasce sulle rive del Po ed è costituito da corso Bramante, che diventa poi corso Lepanto, Pascoli, Ferrucci, Tassoni, Svizzera, Mortara, Vigevano, Novara e Tortona, per morire, vari km più a nord della partenza, di nuovo sul Po. L'anello più esterno inizia in via Onorato Vigliani, a Mirafiori, va a prendere via Guido Reni e prosegue per via De Sanctis, via Pietro Cossa, via Sansovino, via Paolo Veronese, piazza Rebaudengo, via Botticelli. Non sono anelli casuali nella cartina di Torino: il loro percorso corrisponde alle due cinture daziarie che si sono succedute nel tempo, per circa un secolo, dalla metà del XIX alla metà del XX.
La prima, la più interna, fu costruita tra il 1852 e 1858, per raccogliere risorse fiscali da destinare alla città attraverso i dazi sulle merci in entrata. Lunga poco più di 16 km, fu progettata dall'ingegnere Edoardo Pecco e consisteva in un muro alto due metri, su cui si aprivano i caselli, le cosiddette barriere, che permettevano l'ingresso in città, dopo aver denunciato le merci in entrata e pagato il dazio corrispondente; in collina la cinta proseguiva dal Ponte Isabella, su fino a Villa della Regina, attraverso corso Lanza, e scendeva su corso Casale, attraverso corso Quintino Sella, per poi raggiungere la Vanchiglia, ed era formata da una cancellata.
La presenza della cinta daziaria condizionò lo sviluppo urbanistico di Torino, tra il XIX e il XX secolo. Per non pagare il dazio, infatti, molte attività industriali si insediarono nei pressi delle barriere, così come fecero molti artigiani e molti operai, per i quali era più economico vivere fuori dalla cinta daziaria. La conseguenza fu che intorno alle barriere nacquero veri e propri quartieri, che ancora oggi portano nel proprio nome il ricordo della cinta (basti pensare alla Barriera di Milano, nata intorno, per l'appunto, alla barriera sulla strada che arrivava da Milano); spesso questi nuovi borghi ebbero spesso uno sviluppo urbanistico disordinato, dimenticando l'antica pianta ortogonale che caratterizzava il centro cittadino. E non solo, il continuo aumento della popolazione intorno alle barriere, per evitare il pagamento del dazio, preoccupò le autorità cittadine, sia per lo sviluppo vertiginoso e incontrollato dei nuovi quartieri, sia, evidentemente, per le mancate entrate fiscali.
Nel 1912 si costruì così una nuova cinta daziaria, più esterna e molto più ampia della precedente, per includere le attività economiche nate nel frattempo sul territorio cittadino. La nuova cinta in realtà non fu mai completata, ma furono edificate le barriere in quelle che adesso sono le piazze Bengasi, Massaua, Rebaudengo e Stampalia. Le barriere d'ingresso a Torino funzionarono fino agli anni 60 del XX secolo, molti dei torinesi più anziani le ricordano ancora. Per chi non le ha viste, sono rimaste numerose cartoline d'epoca, che mostrano alcuni degli edifici di controllo e alcune barriere in piazze cittadine spesso ormai irriconoscibili, per quanto sono cambiate.








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