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mercoledì 28 maggio 2014

Quando in via Livorno, a Torino, c'erano fabbriche e industrie

Da bambina percorrevo spesso corso Vigevano, passavo sotto il cavalcavia di corso Mortara e scendevo poi per corso Principe Oddone. A volte capitava di passare sul cavalcavia e ricordo l'impressione di una Torino lontana, sconosciuta, fumosa, piena di fabbriche, impressionante, sembrava un corpo estraneo.
"La strada chiusa al fondo dai giganteschi capannoni che, dall'alto di via Sobrero vedevo al di là di corso Regina, era la via Livorno, degna della Manchester che mi immaginavo, quando l'Inghilterra era l'arsenale dell'Impero" scrive Vittorio Messori ne Il mistero di Torino, libro che mi è ricapitato recentemente tra le mani e mi ha fatto pensare a quanto Torino sia cambiata in questi anni "Era lunga, larga e in curva. A partire dall'incrocio con corso Umbria (lì si era investiti dall'odore di caucciù delle grandi fabbriche sulla Dora dei pneumatici Michelin, concorrenti della Ceat di corso Palermo, anch'essa sulla Dora), dopo la strana chiesa, dedicata, non capivo perché, alle Stigmate di San Francesco, non c'era una sola casa. Non si incontrava nessuno. Camminando sui marciapiedi deserti, coperti da un dito di polvere marrone su cui le suole lasciavano l'impronta, si fiancheggiavano solo mura spoglie, dalle quali sporgevano nere strutture da industria pesante, da Ruhr o, forse, da piano quinquennale sovietico”. 
Forse, perché figlia della piccola borghesia, senza alcun legame con la Fiat, è anche per questo che, attraversando quella Torino che sembrava Manchester o la Ruhr, la sentivo estranea. 
Ma la vita è strana. 
Anni dopo, mi capita spesso di passare proprio per via Livorno. Se per Vittorio Messori è stato un colpo al cuore tornare in via Livorno e non trovare più le antiche ciminiere, per me è un motivo di allegria e di sollievo camminare da corso Umbria fino alla Dora. Lasciarmi alle spalle la chiesa delle Sacre Stimmate di San Francesco, percorrere la leggera discesa che arriva alla rotonda dell'Ipercoop, e poi scendere fino al Parco Dora, uno dei miei posti prediletti della Torino in trasformazione. Al posto delle fabbriche ci sono le Isole del Parco, progettate da Aimaro Isola, e il centro ludico-commerciale guidato da Ipercoop e Medusa. Al posto degli stabilimenti della Michelin ci sono le distese del Parco Dora. Al posto dei capannoni della Teksid, c'è il loro magnifico scheletro, trasformato in copertura di alcune strutture sportive e in luogo simbolo del Parco Dora. 
E' scomparso anche il cavalcavia che percorrevo da bambina. E la fabbrica che le correva accanto è stata trasformata in un centro commerciale, con loft e uffici inclusi. Sì, ci sono troppi centri commerciali in quest'angolo di Torino. Si potrebbe discutere il modello di sviluppo di una città, che si affida ai centri commerciali e rinuncia al tessuto sociale garantito dal piccolo commercio. Si potrebbe discutere quanto tempo ci vorrà ancora per vedere completato il progetto di Spina 3, visti i ritardi e la mancanza di finanziamenti. Ma al guardare le foto di qualche decennio fa, della Torino che sembrava Manchester o la Ruhr, e della Torino di oggi, che propone parchi e abitazioni al posto delle industrie, non si può non pensare che è stata una bella opera di riqualificazione.

via livorno com'era, dal blog marmox.it

via Livorno oggi, con il ponte raddoppiato sulla Dora e il Parco Dora

il capannone della Teksid, foto del Comune di Torino

il capannone della Teksid, simbolo del Parco Dora e copertura per sport e concerti

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