venerdì 9 maggio 2014

The New York Times: il restauro del ristorante del Cambio, tra Il grande Gatsby e Maria Antonietta

Il restauro del ristorante del Cambio arriva nel sito web del New York Times, che gli dedica un post nel suo Style Magazine. Sin dalla sua apertura, nel 1757, il ristorante torinese, "uno dei più antichi del mondo", è stato conosciuto "più per la sua clientela che per la sua cucina”, sempre in equilibrio "tra l'alta borghesia locale e le stelle di passaggio, Mozart, Nietzsche , Maria Callas e Audrey Hepburn".
Il Cambio sembra seguire la storia della città nel bene e nel male, spiega l'articolo, prima fiorente come le sue industrie, quindi in difficoltà, nonostante lo slancio delle Olimpiadi del 2006 fino all'ombra del fallimento, nel 2012, quando è stato acquistato dall'investitore torinese Michele Denegri. Per Torino, nonostante la crisi, sono tempi nuovi, che preparano un altro futuro. Questo almeno sembrano lasciar presagire le parole di Denegri e dell'articolo: "'Quando ero piccolo, negli anni 70, Torino era una città per pensione anziane e così il Cambio, con il suo cibo orribile e i suoi interni stantii'. Oggi la città sta rinascendo, è la sede dell'originale Eataly, ed è capitale del sempre più influente movimento di Slow Food. Quasi a indicare un vero boom, la Fiat, con sede a Torino, ha preso il pieno controllo di Chrysler e ha recentemente annunciato i progetti per aumentare la produzione annuale dell'impianto. Denegri vuole un ristorante degno di questa nuova fioritura". Il suo Cambio è stato restaurato avendo come "riferimenti visivi Il grande Gatsby di Jack Clayton e Maria Antonietta di Sofia Coppola". E' stato chiamato un team di 100 restauratori tra falegnami tappezzieri, decoratori. La modernità è arrivata con l'intervento di Izhar Patkin, a cui sono state affidate le personalizzazioni di 200 piatti di Sèvres, e con i pannelli di Michelangelo Pistoletto, mentre il designer Martino Gamper ha creato "tavole rotonde con intarsi di legno e sedie di velluto rosso".
Il cambio più grande previsto per il ristorante, però, è tutto sociale: "Denegri vuole portare un certo senso della democrazia. Molto probabilmente in passato la sua famiglia non sarebbe stata tra i clienti regolari del ristorante: lui dice con orgoglio che suo nonno era un tassista". Ed è difficile, in effetti, immaginare un tassista che frequenta regolarmente il Cambio. Denegri, che, spiega l'articolo, ha "come ispirazione luoghi esclusivi come il Wiltons di Londra o il Plaza Hotel di New York (prima della ristrutturazione del 1999, chiarisce), sottolinea che lo spirito del ristorante non è classista e lo staff farà sentire tutti a proprio agio". Parte di questo cambio, "da simbolo dell'alta borghesia cittadina a vera destinazione", viene dalla scelta del cuoco, Matteo Baronetto, 36enne per oltre un decennio accanto allo chef Carlo Cracco. La cucina di Baronetto, conclude l'articolo, è un ritorno "alle mie radici piemontesi".
Ma un torinese incuriosito non si ferma solo alla descrizione dei restauri e del rinnovamento del Cambio. La curiosità è anche per la città raccontata in sintesi, con pillole di suggerimenti per il turista, alla fine. Così per l'arte si suggerisce il Lingotto Fiere, con hotel, ristorante e Pinacoteca Agnelli (l'articolo è firmato da Marella Caracciolo Chia), per i giardini l'indicazione è la reggia di Venaria, nei cui interni "ci sono mostre e spettacoli", i dolci sono da Stratta, dove "la dinastia Savoia comprava il panettone e i tradizionali Gianduiotti", le bevande si comprano nella Casa del Barolo, "una vetrina di vini regionali", la pasta si mangia da Savurè, "che usa grano pugliese e piemontese per fare alcuni dei migliori spaghetti cittadini" e la curiosità è il Museo della Frutta, che unisce scienza, arte e produzione. Torino in poche righe, raccontata agli statunitensi.
L'articolo, in inglese, è su tmagazine.blogs.nytimes.com

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