martedì 23 settembre 2014

Le proteste di Torino del 1864: la prima strage di Stato impunita dell'Italia unita

Possono essere necessari anche secoli, ma la Storia e la Giustizia prima o poi arrivano. Ci sono voluti 150 anni per stabilire la verità sui fatti di Torino, ma alla fine è stata ristabilita. Ricordate? A scuola tutti abbiamo studiato come Torino si sia ribellata all'annuncio del trasferimento della capitale d'Italia a Firenze, in attesa del definitivo trasloco a Roma, e abbia dato vita a violenti disordini, costati la vita a 55 persone. Si insisteva sull'incapacità della città piemontese, capitale dello Stato che aveva guidato il movimento unitario, di accettare il secondo piano e il ritorno, nel suo angolo di Nord Ovest, nell'ombra della Storia. Ma i fatti di Torino, quei violenti tre giorni di settembre 1864, non sono andati così come ce li hanno raccontati e quei 55 morti solo oggi hanno ottenuto il riconoscimento che era loro dovuto.

In occasione del 150° anniversario della strage, un nuovo sito, torino1864.it, voluto dalla Fondazione Savej, racconta la verità, mettendo a disposizione dei lettori la documentazione presente negli archivi storici e le relazioni delle inchieste e delle indagini. Tra i vari falsi che la Storia ufficiale ci ha tramandato, il primo e più clamoroso è che i torinesi non protestarono per il trasferimento della capitale. Con il Regno di Sardegna già trasformato in Regno d'Italia, nel 1861, il conte Camillo Benso di Cavour, primo ministro di re Vittorio Emanuele II, aveva già vagheggiato Roma capitale del nuovo Regno d'Italia: lo volevano la Storia, la geografia, la logica. Per Torino il destino doveva essere un altro, lontano dall'alta politica, dalle dinamiche e dagli affari di una capitale di Stato, i torinesi lo sapevano e lo avevano accettato.

Cosa successe allora? Le mire del Regno di Sardegna su Roma erano note e preoccupavano Napoleone III, primo alleato internazionale, ma anche fermo sostenitore dei Papi a Roma. Per rassicurare l'alleato francese, il governo Minghetti firmò un'intesa segreta, che prevedeva il trasferimento della capitale da Torino a Firenze (sottinteso, non trasferiamo la capitale ogni due giorni, per cui Firenze sarà la nostra capitale e Roma rimarrà al Papa). L'accordo però non rimase segreto e quando i torinesi ne furono informati si indignarono: se perdita di capitale doveva essere, allora doveva essere per Roma, così come da tempo accettato.

Il 20 settembre iniziarono le proteste torinesi, chiedendo il trasferimento della capitale a Roma. Il 21 settembre, davanti al Palazzo di Città, si chiese che la scelta della capitale fosse tra Torino e Roma. Da qui un gruppo di manifestanti si trasferì in piazza San Carlo, per protestare contro la Gazzetta di Torino, che sosteneva il trasferimento della capitale a Firenze. E qui iniziò il disastro. In piazza San Carlo c'era anche la Questura e da qui la Polizia uscì per caricare i manifestanti, malmenarli e arrestarli. La violenza colpì l'opinione pubblica, ma non era ancora finita. In serata una folla di torinesi si radunò nell'attuale via Roma per esigere il rilascio degli arrestati. Alla folla, però, raccontano le indagini, si erano mescolati agenti in borghese, che incitavano e provocavano. Il Ministero degli Interni, con sede in piazza Castello, aveva fatto schierare due squadroni di allievi carabinieri, giovani ed inesperti; quando la folla arrivò nella piazza, i giovanissimi carabinieri iniziarono a sparare, sparando poi anche sui torinesi in fuga. Si contarono 12 morti e numerosi feriti, anche tra i clienti dei caffè.

Il 22 settembre, il Governo fece arrivare a Torino 20mila soldati, temendo addirittura per la stabilità dello Stato. In serata ci fu una nuova manifestazione in piazza San Carlo, ma le forze dell'ordine la controllavano senza difficoltà. All'improvviso, ancora una volta arrivarono gli allievi carabinieri, che iniziarono a sparare indiscriminatamente, colpendo anche i soldati presenti. I manifestanti furono inseguiti anche sotto i portici e molti riuscirono a salvarsi perché fuggirono in direzione dei soldati, che li lasciarono passare senza sparare. In totale quella due giorni di violenza torinese, costò la vita a 55 persone, la più giovane delle quali aveva 15 anni, e il ferimento di 133 persone.

Perché gli allievi carabinieri furono utilizzati in modo così barbaro e crudele? Perché manifestazioni pacifiche furono assaltate violentemente da giovanissimi carabinieri inesperti? Perché si cercò di far passare manifestazioni di protesta per violenti tumulti? Perché si è venduta una giusta protesta per una promessa non mantenuta, il trasferimento della capitale a Roma, per un'egoistica e violenta incapacità di accettare la perdita della capitale?

Sono domande che non hanno risposta, ma che testimoniano come sin dalla sua nascita l'Italia si sia affidata a Ministri mediocri e abbia difficoltà a dare Giustizia alle vittime. Alla luce delle relazioni pubblicate da torino1864.it, i fatti di Torino sono la prima grande strage di Stato impunita dell'Italia riunita. Le indagini condotte dal Comune di Torino, con relazione consegnata il 5 ottobre 1864, con 63 testimonianze di cittadini variamente coinvolti negli eventi, sottolinearono le responsabilità del Governo nella strage. Pochi mesi dopo, il 5 gennaio 1865, un'indagine parlamentare arrivò alle stesse conclusioni, "salvo dare spazio a voci diverse, avendo, come obiettivo dichiarato, quello di verificare se potevano esserci motivi per un’azione di responsabilità nei confronti dei ministri in carica nei giorni della strage". Il 23 gennaio 1865 la Camera dei Deputati iniziò il dibattito sull'inchiesta parlamentare, ma arrivò alla conclusione "di non procedere alla discussione della relazione, con ciò rinunciando ad ogni accertamento di responsabilità da parte dei ministri in carica nei giorni delle stragi". Stessa conclusione, più tardi, per le inchieste delle magistrature ordinaria e militare. Nessun colpevole, nessun condannato e 55 morti e 133 feriti senza Giustizia e senza Verità.

Il 30 gennaio 1865, racconta ancora torino1864.it, ci fu un ballo di Carnevale a Palazzo Reale, a cui erano invitate le più alte autorità dello Stato, la nobiltà, ecc ecc. I membri del Consiglio Comunale non parteciparono, una manifestazione in piazza complicava l'ingresso degli invitati a Palazzo, Vittorio Emanuele II, offeso, pretese le scuse della Città. Non arrivarono e lui, sempre offeso, il 7 febbraio 1865, lasciò Torino per Firenze. "Per il Piemonte è la fine, tragica, di un'epoca di grandi speranze e di forte impegno per l'unità dell'Italia" conclude torino1864.it. Per noi, 150 anni dopo, è la consapevolezza che la Storia non è mai solo quella che ci raccontano a scuola o sui giornali e che, seguendo l'insegnamento di un grande film, bisogna sempre salire sul banco per avere un'idea più completa delle cose.

Ieri mattina, 150° anniversario della più sanguinosa delle repressioni di quei giorni, le 188 vittime hanno ricevuto l'omaggio di Torino, in piazza san Carlo.

PS Della verità sui fatti torinesi del 1864 hanno parlato ieri anche La Stampa e la Repubblica. Posso dirlo? Mi spiace un po' che lo abbiano fatto in cronaca torinese e non in cronaca nazionale.

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