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mercoledì 1 ottobre 2014

Vittorio Emanuele II era figlio di Carlo Alberto? I dubbi e le leggende

Uno alto, biondo ed elegante. L'altro tarchiato, bruno e rubizzo. Uno taciturno e tormentato, l'altro estroverso e sanguigno. Sicuri che siano stati davvero padre e figlio? Dubbi sulla parentela tra Carlo Alberto e Vittorio Emanuele di Savoia ce ne sono sempre stati. La causa è un incendio nella culla del piccolo Vittorio Emanuele, nella villa di Poggio Reale, a Firenze. Gli allora principi di Carignano Carlo Alberto e Maria Teresa si erano trasferiti in Toscana su imposizione di re Carlo Felice. E qui, il 16 settembre 1822, la culla di Vittorio Emanuele, che aveva allora un anno e mezzo, prese fuoco.

Il rapporto dei pompieri racconta che il bambino stava dormendo nella sua culla, avvolta in tulle e pizzi, e che la sua balia, Teresa Zanotti Racca, si avvicinò con una candela per controllare l'eventuale presenza di zanzare. Ma la candela si avvicinò troppo al tulle, che prese fuoco. Teresa si gettò disperatamente tra le fiamme, per cercare di salvare il bambino e, a causa delle ustioni, perse la vita, dopo qualche giorno di agonia. E Vittorio Emanuele? Le lettere di Carlo Alberto, scritte in quei giorni, non raccontano di particolari preoccupazioni e parlano di un bambino che piano piano si stava riprendendo e di una signora Zanotti che non sembrava affatto in pericolo di vita. Salvo poi morire il 6 ottobre.

Ma quell'episodio e le evidenti differenze fisiche e caratteriali, non solo tra Carlo Alberto e Vittorio Emanuele, ma anche tra Vittorio Emanuele e il fratello Fernando, somigliante al padre Carlo Alberto, fecero nascere la leggenda della morte in culla del principino e della sua sostituzione con un piccolo plebeo. Un'ipotesi credibile? Il principe Carlo Alberto, che si era giocato le simpatie dello zio Carlo Felice, per il sostegno dato ai carbonari, avrebbe visto indebolita la sua posizione di erede al trono, se, mentre si decideva il suo destino, si fosse trovato senza figli. Ma è anche vero che Carlo Alberto e Maria Teresa erano giovani e potevano avere altri figli, per cui la perdita del primogenito, per quanto dolorosa, non sarebbe stata irreparabile da un punto di vista politico e dinastico (il principe Fernando sarebbe infatti nato pochi mesi dopo). E poi, due principi di sangue reale, educati negli ideali della monarchia assoluta e per volontà di Dio, avrebbero potuto accettare di vedere sul trono, al posto di un figlio del loro sangue, un principe falso e plebeo? La leggenda ha i suoi pro e i suoi contro e continua a incuriosire.

Nella sua biografia dedicata al re italiano, lo storico inglese Denis Mack Smith scrive che non solo Vittorio Emanuele non assomigliava al padre, ma che "Carlo Alberto lo trattò con poco affetto e mostrò una palese predilezione per il duca di Genova, suo secondogenito". E ci sono anche le parole di Maria Teresa, al padre Fernando, Granduca di Toscana: "Non so veramente da dove sia uscito codesto figliolo. Non rassomiglia a nessuno di noi e si direbbe venuto per farci disperare tutti quanti". Parole che si prestano sia a una smentita che a una conferma dell'estraneità di Vittorio Emanuele al sangue dei Savoia-Carignano, dipende da come le si legge.

Che il re non fosse figlio di Carlo Alberto fu convinzione anche di uno dei suoi più leali servitori, Massimo d'Azeglio, che fu suo primo ministro poco dopo la sua ascesa al trono, dopo la sconfitta di Novara del 1849. "Diceva con molta franchezza che Vittorio Emanuele non era il vero figlio di Carlo Alberto, ma di un macellaio di fuori Porta Romana, a Firenze" riporta Gaspero Barbera nelle sue Memorie di un editore. E insiste su un particolare che colpì sempre molto i contemporanei: "I nobili, e per conseguenza i re e figli di re, assomigliano ai cavalli inglesi: hanno le estremità sottili. Noi abbiamo le mani piccole. Veda un poco il re Vittorio che manacce egli ha? Da macellaro, non da figlio di re. Non v'era modo di persuaderlo che questo suo pensare fosse erroneo". Sull'identità dell'eventuale vero padre di Vittorio Emanuele II ci sono state varie indagini, Otello Pagliai in Un fiorentino sul trono d'Italia lo identifica con Gaetano Tiburzi, la cui macelleria si trovava vicino alla Porta Romana.

Claudia Bocca, nel suo bel libro I Savoia, sottolinea, invece, come Vittorio Emanuele II sia stato l'unico della sua famiglia a rendere pubblico omaggio a Teresa Zanotti Racca, rendendo pubblico l'episodio dell'incendio della culla e rendendo vitalizia la pensione del suo vedovo. Nel 1860, recatosi a Firenze, appena entrata nel Regno di Sardegna, scoprì una lapide nella stanza in cui aveva rischiato la vita, che ricorda con affetto il sacrificio di Teresa.

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