venerdì 31 ottobre 2014

Women of vision: il coraggio e le denunce delle fotoreporter a Palazzo Madama

La Corte Medievale di Palazzo Madama torna a ospitare una bella mostra fotografica al femminile. Dopo le inquietudini sociali e rivoluzionarie di Tina Modotti, è il turno di undici fotografe che hanno raccontato le loro storie sul National Geographic. Sono Lynsey Addario, Jodi Cobb, Kitra Cahana, Diane Cook, Carolyn Drake, Lynn Johnson, Beverly Joubert, Erika Larsen, Stephanie Sinclair, Maggie Steber, Amy Toensing e la mostra a loro dedicata si intitola Women of vision.


Su grandi pannelli bianchi, le immagini raccontano i matrimoni forzati delle bambine afghane, i paesaggi urbani e naturali del nostro pianeta, le peculiarità della cultura sami, la vita segreta dei grandi felini africani, la condizione di inferiorità della donna afghana, il sogno americano degli emigrati latinos, non sempre destinato a realizzarsi. Ci sono denunce sociali puntuali e determinate, una grande passione per la natura in tutte le sue manifestazioni, un'attenzione sorprendente per i colori. Stephanie Sinclair insiste sulla forza del rosso, per denunciare la violenza dei matrimoni delle spose bambine afghane; Erika Larsen utilizza la distanza dei colori freddi per farci innamorare dei sami e del grande Nord; Diane Cook punta sui contrasti cromatici nei ritratti dei grandi paesaggi urbani americani.


Esiste uno sguardo femminile del mondo? Un uomo non avrebbe saputo fotografare il paesaggio americano, i felini africani, gli adolescenti texani o le spose bambine afghane con sensibilità e attenzione? Non so se esiste una risposta univoca, anche se l'ho cercata, guardando le immagini della mostra. Mario Cattaneo, direttore di National Geographic Italia ha invece le idee molto chiare: "Ci sono storie, a questo mondo, che possono raccontare solo le donne. Un po' perché ci sono società in cui è ancora terribilmente radicata la separazione di genere, come nel caso delle spose bambine documentate per più di tre anni da Stephanie Sinclair. E se per di più c'è di mezzo una macchina fotografica, solo una donna può riuscire a penetrare con discrezione entro mura dove si svolgono rituali tanto privati. E a volte tanto atroci. Un po' perché solo gli occhi di una donna possono afferrare un vissuto di questa natura" dice nel pannello introduttivo alla mostra "Non c'è maschio sulla faccia della terra, o quasi, che possa vagamente immaginare che cosa significhi essere sottoposti a forme tanto brutali di sopraffazione fisica e psicologica". I pannelli della mostra riportano come molte fotografe abbiano sentito una discriminazione di genere durante la loro carriera e come abbiano dovuto lottare contro gli stereotipi per affermare la propria professionalità e la propria passione per la fotografia. Meno male che lo hanno fatto.


Ci sono immagini di grande forza, di grande impatto e di grande violenza (non capite male, non ci sono immagini cruente, ma nella negazione di un diritto, in un abbigliamento imposto, in uno stile di vita indotto, c'è sempre una violenza implicita, che l'immagine non nasconde) e sono tutte testimoni della forza e del coraggio delle loro autrici. Erika Larsen ha vissuto per tre anni, nel Nord più estremo con i sami, per conquistare la loro fiducia, impregnarsi della loro cultura e scattare le immagini più naturali; Kitra Cahana ha vissuto a lungo con gli adolescenti texani, è entrata nel loro stile di vita, per poter poi essere libera di fotografarli nei loro momenti più personali e significativi; Jody Cobb ha lavorato per un anno con le vittime della tratta umana. E' impossibile guardare queste immagini senza pensare alla determinazione e alla passione delle fotografe.


Per questioni logistiche, l'ultimo pannello che ho letto, ormai all'uscita della mostra, è stato quello introduttivo. Mentre lo leggevo ho fatto pace con un film che ho visto principalmente per l'attore protagonista, Nikolaj Coster Waldau (ok, a volte si fanno queste cose, a tutte le età), A thousand times goodnight (non so se sia uscito in Italia, l'ho visto su Internet); la protagonista, Juliette Binoche, è una fotoreporter di guerra, ferita in un attentato in Afghanistan, mentre fotografava una donna kamikaze, prima dell'attentato in cui avrebbe perso la vita. Tornata in Irlanda, dal marito e dalle figlie, che lui educa e segue mentre lei è via nelle sue pericolose missioni fotografiche, deve fare i conti con la passione per il proprio lavoro e le esigenze familiari. Il film scambia i ruoli, proponendo un modello familiare piuttosto scandinavo, con un uomo che disinvoltamente cucina e porta le figlie a scuola, mentre la moglie è via. "Fosse stato lui a rischiare la vita per fotografare la guerra sarebbe stato un eroe, ma è lei che lo fa e allora si tende a mettere in discussione il suo amore per la famiglia e il suo istinto materno" commentava Coster Waldau. Ed è vero, l'ho fatto anch'io, vedendo il film e sentendo una certa insofferenza per il personaggio di Juliette Binoche. Poi è arrivata Women of vision, ho scoperto che molte fotografe lavorano con i propri mariti o sono legate a fotografi, il che semplifica le domande e le esigenze da casa, ho avuto idea dei sacrifici e della passione. E non c'è niente di più importante della passione nella vita, così ho fatto pace con Juliette Binoche. Se potete, guardate A thousand times goodnight, prima o dopo aver visto Women of vision, è un ulteriore tassello per apprezzare il lavoro di queste magnifiche donne.


Women of vision è a Palazzo Madama, in piazza Castello, fino all'11 gennaio 2015; l'orario di apertura è da martedì a sabato 10-18 (ultimo ingresso alle 17), domenica 10-19, lunedì chiuso. Il biglietto costa 8 euro, ridotto 5 euro, gratuito per i minori di 6 anni e i possessori delle tessere Abbonamento Musei Torino e Torino+Piemonte Card.

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