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martedì 11 novembre 2014

Quando c'era il porto sul Po: dai pescherecci al Bucintoro del Re

Sul Po si vedono filare rapide le canoe delle associazioni canottieri, passano pigramente Valentino e Valentina, le due imbarcazioni turistiche che fanno la spola tra il centro e Moncalieri, si affacciano rari pescatori con le loro canne. Ma un porto sul fiume, luogo di traffici commerciali, no, non solo non c'è, ma neanche lo immaginiamo. Eppure, nel passato, il Po è stato una delle più importanti vie di comunicazione del Ducato e del Regno di Savoia, una via di trasporto di merci e persone che sostituiva le strade, inesistenti o insicure.

A dimostrare l'importanza del Po nell'economia del Piemonte e nella politica dei Savoia, c'è il fatto che sin dal XV secolo fu stabilito che i diritti sulle acque dei fiumi appartenevano al sovrano. I diritti riguardavano i porti, la derivazione delle acque, l'asportazione delle sabbie e della ghiaia, l'uso dell'energia idraulica per mulini e opifici. Ogni attività legata al fiume doveva avere, dunque, l'autorizzazione del sovrano e doveva pagare a lui i conseguenti tributi. Nel 1577 Emanuele Filiberto stabilì la figura del Magistrato delle Acque, poco più di un secolo dopo, nel 1683, la prima Madama Reale, Cristina di Francia, istituì la figura dell'Ammiraglio del Po, che doveva vegliare sulla navigazione e sullo sfruttamento del fiume, riscuotere il pedaggio dovuto da chi utilizzava il ponte sul fiume e controllare i ponti di barche costruiti per l'attraversamento di carri e cannoni.

Il porto di Torino si trovava nei pressi dell'attuale ponte Vittorio Emanuele I, tra piazza Vittorio Veneto e la piazza della Gran Madre; nelle sue vicinanze c'era il piccolo borgo del Moschino, in cui vivevano pescatori, barcaioli, lavandai, sabbiatori. La piccola flotta di pescherecci aveva una propria festa il giorno di San Giacomo, il 25 luglio. Era la Festa dell'Acqua e dei Barcaioli, di tradizione antichissima e di rituali che si ripetevano ogni anno. "Gli Abbà, che rappresentavano i caporioni andavano su una barca tutta tappezzata e inghirlandata di fiori, fino alla chiesa di San Lazzaro (ubicata sull'attuale Lungo Po Cadorna) e, là arrivati, facevano benedire i pesci destinati alla funzione. Poi tornavano con la grande barca in mezzo al fiume e, uno per uno, gettavano i pesci benedetti nell'acqua, mentre il fiume era pieno di barchette di ogni tipo. Ogni pesce portava legato un nastrino colorato, il galarin. A quel momento tutti quelli che erano abili nel nuoto si tuffavano tra le onde per ripescare i pesci; chi riusciva ad acchiappare il pesce più grosso veniva proclamato il re della festa ed aveva diritto di aprire il gran ballo e di scegliersi la ballerina tra le più belle ragazze del Borgo" scrive Gian Enrico Ferraris nel suo bel libro Il Moschino, dedicato all'omonimo borgo scomparso e alla vita lungo il Po, nei secoli passati.

Il Po era utilizzato anche dall'aristocrazia e dalla Casa regnante; sin dal regno di Emanuele Filiberto, i sovrani usavano navigare fino a Chivasso o a Casale Monferrato. Nel 1727, i Savoia ordinarono ai cantieri navali di Venezia una delle più belle imbarcazioni dell'epoca, il Bucintoro,  una peota a fondo piatto, con otto rematori, utilizzata dai Dogi e tipica della Laguna. L'aveva voluta re Carlo Emanuele III, per affermare il gusto sfarzoso dei Savoia. Fu consegnata nel 1731 e arrivò a Torino a settembre dello stesso anno, dopo aver risalito il Po. Il Bucintoro misurava 6 metri di lunghezza e 2,56 di larghezza ed era riccamente scolpita con intagli e dorature che causarono ammirazione (e continuano a causarla). "L'uso delle imbarcazioni da diporto è di origine molto antica ed infatti la Repubblica di Venezia e tutti gli stati rivieraschi del Po prestavano particolare cura agli allestimenti di gala per le imbarcazioni impegnate nei loro festeggiamenti. Così la nobiltà che governava lo Stato di Ferrara, il Ducato di Mantova e lo Stato Pontificio" commenta Ferraris nel suo libro.

Di tutte quelle nobili imbarcazioni, l'unica peota arrivata a noi è quella di Carlo Emanuele III: in un prezioso allestimento, è oggi uno dei gioielli che si possono visitare alla Reggia di Venaria Reale.

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