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giovedì 20 novembre 2014

Una visita al Cimitero Monumentale, tra arte funeraria e storie perdute

Di ogni città dicono si debba visitare il Cimitero, per i personaggi illustri che ospita, per le opere d'arte che custodisce, per il culto delle umane cose che cela. Il Cimitero Monumentale di Torino non è ancora sufficientemente promosso tra i torinesi e tra i turisti, nonostante vi siano sepolti numerosi personaggi illustri della Storia e della Cultura del nostro Paese.

Fu costruito alla fine degli anni 20 del XIX secolo, finanziato in larga parte dal conte Carlo Tancredi Falletti di Barolo, che versò 300mila delle 375mila lire necessarie. Posto a poca distanza dalla Dora, aveva una forma ottagonale, ancora oggi riconoscibile. Dopo pochi anni, però, gli spazi risultarono essere insufficienti e iniziarono gli ampliamenti: fu a causa dell'espansione del Cimitero che venne spostata la Dora, e il suo letto venne rettificato, fino alla confluenza nel Po. Lungo le mura del Cimitero furono realizzati portici ciechi, chiamati nicchioni e affidati alle famiglie più in vista, che qui edificarono i loro monumenti funerari, davanti alle tombe vere e proprie, nel campo, o nei sotterranei. Passeggiare nella parte antica del Cimitero, tra tombe e monumenti che raccontano vite e speranze, trasmette, incredibilmente, molta serenità. Se poi si ha la fortuna di farlo con una persona esperta e appassionata di arte funeraria e di storie di persone, come Manuela Vetrano, guida turistica e autrice di uno splendido blog, La Civetta di Torino, a questi temi dedicato, allora si inizia a guardare il Cimitero con altri occhi. Come dice Manuela, "è come una città, con le sue strade, con le sue case e i loro abitanti, con le storie che non conosciamo e che sono da riscoprire, affinché la memoria non vada perduta".

Tra le prime tombe che si incontrano nella parte antica del cimitero, c'è quella di Isa Bluette, al secolo Teresa Ferrero, una delle più famose soubrette del primo dopoguerra italiano, scopritrice di Totò e Macario e inventrice della passerella delle bellissime delle riviste; morì a 42 anni, a causa della tisi, e sposò il suo compagno, l'attore Nuto Navarrini, in punto di morte, quasi a presentarsi nell'Aldilà con tutte le carte in regola; sulla sua tomba è ritratta sdraiata, con le braccia sulla testa e i capelli sciolti, un gesto che ha un che di sensuale e che ricorda il suo passato di ballerina. In uno dei triangoli ricavati dai primi ampliamenti, con la trasformazione dell'ottagono originario in quadrato, si trova una delle tombe più famose del Cimitero Monumentale, quella di Giuseppe Pongiglione: la scultura, firmata da Lorenzo Vergnano, uno dei nomi più ricorrenti nel cimitero, insieme a quelli di Giuseppe Bogliani e Pietro Canonica, mostra Pongiglione, accompagnato in Cielo da un angelo, mentre porta con sé un piccolo scrigno dei ricordi, quasi a non dimenticare la sua identità terrena; sullo sfondo un ponte con un treno, una città e una simbologia religioso-funeraria che, assicura Manuela, a ogni visita mostra nuovi dettagli; ci sono topolini, civette, rane, torce rovesciate, tutti simboli della lotta del bene contro il male. Colpisce anche l'aspetto di Pongiglione, perfetto uomo dell'Ottocento, con una folta barba a due punte, un panciotto raffinatissimo e un'espressione che incute rispetto.

E' dell'Ottocento anche la tomba di Giuseppina Garbiglietti, colta dalla morte molto giovane: la scultura la ritrae mentre l'Angelo la porta verso il Cielo e lei manda un bacio di addio ai propri cari; i capelli sciolti sulle spalle, in cui si intravvedono le trecce, il drappeggio del vestito, che serve anche come base per sostenere le due figure in volo, danno un che di patetico a tutta la scultura; e il velo di polvere fa il resto. Giuseppina Garbiglietti non è l'unica giovane donna che colpisce per la sua gioventù; uno dei monumenti funerari più belli è quello di Teresa Denina Sineo, nella I ampliazione: la chiamano la sposa bambina e la scultura la mostra di dimensioni un po' più grandi del normale, mentre sembra dormire sotto un bellissimo baldacchino goticheggiante, da cui piccoli angeli adesso decapitati vegliano su di lei; accanto al suo monumento, c'è la tomba del marito Emilio Sineo, che fu Ministro del Regno d'Italia durante i governi Starrabba.

In questo itinerario cultural-turistico tra le tombe e i nicchioni, si incontrano le sepolture quasi sempre spoglie e semplicissime di Silvio Pellico, della Bela Rosin, la moglie morganatica di Vittorio Emanuele II, della principessa Jolanda di Savoia, contessa Calvi di Bergolo, l'unica Savoia sepolta nel Cimitero di Torino, la cui tomba è una semplice lastra di marmo, rasoterra, accanto a quella del marito. Non ha questa semplicità il monumento che Carlotta Marchionni, una delle più importanti attrici italiane del XIX secolo, ha voluto dedicare alla madre in un nicchione: a causa del suo lavoro Carlotta non riuscì a salutare la madre sul letto di morte e ne soffrì moltissimo, per cui chiese a Giuseppe Bogliani una scultura in cui la si vedeva accanto alla madre morente, a eternizzare quello che non fu nella vita. "E' il primo esempio di arte funeraria che si riferisce non più a simboli religiosi, ma a valori concreti, della vita reale. E' la borghesia che avanza e questo tipo di sculture sarà tipico della seconda metà del XIX secolo" spiega Manuela. E infatti la tomba di Giuseppe Gentil, arrivato da Chambery e diventato poi proprietario del Bar Alfieri, in via Po, propone nella scultura una teiera, a ricordare il mestiere in vita di Giuseppe, mentre l'imponente scultura sulla tomba dell'architetto regio Carlo Sada, posto su una colonna con capitello rovesciato, a costringere a guardarlo con il naso all'insù, ha ai suoi piedi l'Architettura intristita, che guarda con un certo sdegno un puttino grassoccio e annoiato appoggiato sui disegni e sui progetti di Sada.

Passiamo tra Angeli della Morte inquietanti (non perdetevi quello della Tomba Braida, realizzato da Leonardo Bistolfi, che, racconta Manuela, "non ha niente da invidiare al più famoso Angelo della Morte di Staglieno, firmato da Giulio Monteverde"), monumenti in rovina nei nicchioni (ma nessuno può fare niente per salvarli?), portici decorati con affreschi e mosaici. La mia preziosa guida scopre il mio tifo granata e mi porta al monumento del Grande Torino, un nicchione che sorge all'ombra della grandiosa tomba di Francesco Tamagno (si vede anche da Superga, giura Manuela e non stento a crederle); ci sono le lapidi con i nomi di tutti i caduti, i fiori freschi e le tombe sparse qua e là nel cimitero (alcuni giocatori furono riportati nei paesi d'origine, ma Capitan Mazzola è qui a Torino). Passeggiando ancora, vediamo la tomba di Fred Buscaglione, con una vetrina in cui c'è anche il suo famoso whisky da vita spericolata ante litteram, un sarcofago egizio che si giura autentico, le tombe di Carolina Invernizio ed Edmondo De Amicis (in quest'ultima il protagonismo della scultura è tutto per Furio, il figlio ventenne morto suicida). L'itinerario arriva davanti alla tomba di Francesco Cirio, ma l'ultima immagine è la tomba di Laura Vigo, scolpita da Pietro Canonica: era una bambina di 9 anni, la scultura la ritrae con il cerchio dietro le schiena, i passanti le lasciano ancora adesso giocattoli e letterine. E' tenero e commovente, è una delle tante storie perdute custodite nel Cimitero Monumentale di Torino, che Manuela Vetrano recupera ne La Civetta di Torino e che racconta nei suoi tour, lasciando la voglia di approfondire e di tornare a visitare questo vero e proprio tempio d'arte. Se desiderate contattarla, per scoprire il Cimitero con lei, trovate tutti i dati nel suo blog.

Non ci sono foto per quest'articolo, perché al Cimitero di Torino è proibito scattarle. Un'altra delle cose che dovranno cambiare, per una città che aspira a diventare punto di riferimento turistico...


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