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martedì 9 dicembre 2014

Le prime case popolari di Torino, sul Ciabòt d'le Merle

Dopo aver risanato l'area del Moschino, la furia risanatrice del XIX secolo, che già aveva provveduto a costruire via Pietro Micca e via IV marzo, per dare al centro storico le caratteristiche igieniche idonee a una città di quel tempo, si volse verso la Dora. Qui, data la vocazione industriale dell'area, erano sorti i primi quartieri operai, le cui condizioni igieniche non erano particolarmente brillanti. Tra i complessi che attirarono l'attenzione delle autorità c'era il Ciabòt d'le Merle, il Chiabotto delle Merle; poco si sa di questo complesso, chi lo fa risalire al Lazzaretto, che accolse i malati di peste nel 1630, chi sostiene che ospitava uno dei bordelli più malfamati di Torino ed era, dunque, molto mal frequentato. Tutt'intorno c'erano osterie di malaffare, in cui andavano a ubriacarsi i più poveri tra operai e lavoratori dei mestieri più umili, causando a volte prevedibili risse. All'inizio del Novecento, il Ciabòt e i suoi dintorni erano in condizioni igieniche disastrose, tanto che, secondo i testi dell'epoca, era difficile immaginare situazione "più miserevole e ributtante in fatto di abitazioni". La sua demolizione non causò nessun rimpianto.


Il Ciabòt si trovava nella zona di quella che oggi è piazza Crispi. La la sua demolizione liberò una vasta area, facilitando l'installazione delle fabbriche industriali che poi arrivarono e la costruzione delle prime case popolari di Torino. Queste ultime furono costruite nel 1908 dall'Istituto Autonomo Case Popolari e si possono ancora vedere, nell'isolato compreso tra le vie Cuneo, Schio, Pinerolo e Damiano. Per la loro realizzazione vennero espropriati numerosi edifici della borgata. Alla progettazione di questo complesso di case popolari partecipò anche Pietro Fenoglio, l'autore delle più importanti architetture liberty di Torino (sue Villa Scott e villa Fenoglio). Le influenze liberty si notano nelle decorazioni delle facciate, nei disegni delle ringhiere, nelle scelte architettoniche che sottolineano i vani scala. Gli edifici sorgono sui tre lati dell'isolato, il quarto lato, su via Pinerolo, dà accesso ai due cortili, formati dalla presenza, all'interno dell'isolato, e paralleli ai lati lunghi, di altri due edifici.


Davanti alle case popolari si trovano i resti di quello che fu uno dei più importanti complessi industriali della Torino del Novecento, la Fiat Grandi Motori, anch'essa con facciate che ricordano lo stile liberty. Prima della Fiat Grandi Motori c'erano le Officine Meccaniche Michele Ansaldi, fondate nel 1884; nel 1905, poco prima della costruzione delle case popolari, Ansaldi raggiunse un accordo con la Fiat e iniziò a produrre piccole vetture; negli anni '20 la fabbrica fu ampliata e divenne la Fiat Grandi Motori, che nei suoi momenti di massimo splendore arrivò a impiegare 5000 persone. E, tra dignitose case popolari e resti di architetture industriali, viene facile immaginarsi la Torino descritta da Gipo Farassino, nato a pochi passi da qui (in Via Cuneo 6, come ricorda una delle sue canzoni più famose), ne La mia città: Un mare di fredde ciminiere, un fiume di soldatini blu, un cielo scordato dalle fiabe, un sole che non ti scalda mai. Questa mia città ti fa sentir nessuno, ti strozza il canto in gola, ti spinge ad andar via. Questa mia città che spegne le risate, che sfugge a tanta gente, resta la mia città.


Una Torino che è stata, che molti dei nostri padri ricorderanno e che, da qualche tempo, non è più così.


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