giovedì 18 dicembre 2014

Piazza XVIII dicembre ricorda la strage di Torino e la violenza fascista

Piazza XVIII dicembre è probabilmente una delle piazze più frequentate di Torino: vi si affacciano Porta Susa, numerosi capolinea delle linee urbane di autobus e ci sono un paio di fermate di autobus e tram molto frequentate, grazie ala vicinanza di Porta Susa e della linea metropolitana. Ma quanti sanno perché la piazza è intitolata a questa data? Cosa è successo il 18 dicembre di un anno non specificato?


Io, lo ammetto, l'ho scoperto pochi giorni fa, in tempo, meno male, per ricordare le vittime della strage fascista del 18 dicembre 1922. 82 anni fa a oggi, era passato solo un mese e mezzo dalla Marcia su Roma, con cui Benito Mussolini ottenne la Presidenza del Governo. La conquista del potere rafforzò la presenza delle squadre fasciste sul territorio e la loro violenza verso operai, lavoratori e piccolo borghesi che simpatizzavano per comunismo e socialismo. A Torino, il 17 dicembre 1922, il giovane tramviere comunista Francesco Prato, fu vittima di un agguato fascista, in via Nizza, mentre, finito il turno, stava andando a trovare la fidanzata; il giovane, armato, rispose all'attacco e uccise due squadristi, Giuseppe Dresda e Lucio Bazzani. Il giorno successivo, in previsione di possibili ritorsioni fasciste, Prato venne fatto espatriare. Ma non fu sufficiente.

Durante lo stesso giorno, con la notizia dell'uccisione di Dresda e Bazzani riportata da quotidiani, numerosi fascisti arrivarono a Torino e fu messa in atto la terribile vendetta squadrista. In mattinata, un gruppo di camicie nere fece irruzione nella Camera del Lavoro di corso Siccardi, dove identificò i presenti e bastonò il deputato socialista Vincenzo Pagella ed il segretario della Federazione dei metalmeccanici, Pietro Ferrero. Quindi, nel pomeriggio, iniziò a uccidere sindacalisti, operai e personalità in vista dell'opposizione. Il Segretario del Sindacato dei Ferrovieri, e consigliere comunale comunista, Carlo Berruti fu prelevato dal suo ufficio delle ferrovie e portato in auto a Nichelino, dove viene trucidato; dell'assassinio furono testimoni alcuni operai, che stavano lavorando nella vicina ferrovia: "I fascisti erano tre o quattro. Scesero spingendo avanti uno, lo fecero andare per un sentiero e lui camminò tranquillo senza voltarsi […] gli spararono tre o quattro colpi nella schiena" riporta il sito web ita.anarchopedia.org, che ricostruisce la strage.

Nell'irruzione di alcuni squadristi in un'osteria di via Nizza, vennero uccisi il gestore, il socialista Leone Mazzola, che aveva osato protestare per le perquisizioni ai suoi clienti, e, poco dopo, Giovanni Massaro, fuggito subito dopo l'irruzione e ammazzato, probabilmente, solo perché indossava una tuta da operaio ed era scappato (non era noto per avere simpatie politiche e pare avesse problemi psichici). Il tramviere socialista Matteo Chiolero venne ucciso sulla porta di casa, aperta ai suoi assassini, davanti alla moglie e alla figlia. La morte di Andrea Ghiomo fu terribile e dovuta a un'ulteriore vendetta: era stato accusato dell'omicidio del fascista Dario Pini e poi assolto durante regolare processo; la sentenza non doveva essere piaciuta ai fascisti, che approfittarono del clima del 18 dicembre per prelevarlo, pestarlo a sangue, trascinarlo per i capelli; Andrea riuscì in qualche modo a fuggire ai suoi aguzzini, ma venne raggiunto da una revolverata e lasciato morire in strada. Morte atroce anche per Pietro Ferrero, che in mattinata era stato bastonato alla Camera del Lavoro; tornato davanti alla Camera del Lavoro in serata, venne riconosciuto e pestato a sangue, poi, verso mezzanotte, fu legato per una caviglia a un camion e trascinato fino al monumento di corso Vittorio Emanuele II, dove quello che restava del suo corpo fu ulteriormente oltraggiato.

Erminio Andreone e Matteo Tarizzo vennero prelevati in piena notte dalle loro case e quindi portati in aperta campagna, per essere uccisi, Erminio con un colpo di pistola, Matteo a bastonate.

Il giorno dopo, il 19 dicembre, Angelo Quintagliè fu ucciso da alcuni squadristi per aver espresso un certo dispiacere per la morte di Carlo Berruti. Terribile il destino di Cesare Pochettino e Cesare Zurletti: erano cognati e lavoravano insieme nella bottega di Zurletti, il primo non aveva alcun interesse per la politica, il secondo era di simpatie fasciste; furono prelevati dalla bottega e portati in collina, su un precipizio, Pochettino morì sul colpo, precipitando agli spari dei fascisti, Zurletti cadde e si finse morto, salvandosi; la dimostrazione della disumanità in cui era precipitata l'Italia è che i due furono denunciati falsamente come comunisti da loro nemici personali.

Evasio Becchio ed Ernesto Arnaud vennero prelevati da un'osteria e portati in campagna, dove furono fucilati, Becchio morì, Arnaud riuscì a sopravvivere.


A questi morti e feriti accertati bisogna aggiungere quelli che non furono denunciati per paura di rappresaglie ulteriori. La strage di Torino del 18-19-20 dicembre 1922 fu efferata, fu uno dei primi esempi della violenza fascista al potere, fu ragione di vanto per gli esponenti fascisti più in vista. Basti pensare a quello che disse il suo ideatore, Pietro Brandimarte: "I nostri morti non si piangono, si vendicano. (...) Noi possediamo l'elenco di oltre 3000 nomi di sovversivi. Tra questi ne abbiamo scelti 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia. E giustizia è stata fatta. (...) (I cadaveri mancanti) saranno restituiti dal Po, seppure li restituirà, oppure si troveranno nei fossi, nei burroni o nelle macchie delle colline circostanti Torino". Fu ancora lui a sostenere che il capo "del fascismo torinese è l'onorevole De Vecchi. Egli ci ha telegrafato, come è noto, per condividere in pieno la responsabilità della nostra azione". Subito dopo la strage, il Governo emanò un decreto di amnistia per i reati di natura politica commessi "per un fine, sia pure indirettamente, nazionale".

Fu solo dopo la guerra che si cercò di dare giustizia alle vittime della strage del 18 dicembre: Brandimarte fu condannato a 26 anni di carcere, ma nel 1952 venne assolto per insufficienza di prove. E fu ancora dopo la guerra che Torino decise di onorare la memoria dei caduti intitolando una piazza al giorno della strage. All'angolo tra piazza XVIII dicembre e via Cernaia c'è una lapide, con i nomi degli assassinati, davanti alla quale ogni anno si celebra il loro ricordo. Alla strage è dedicata anche la fermata della metropolitana sottostante la piazza, intitolata anche lei al 18 dicembre.


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