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giovedì 26 febbraio 2015

I cri-cri e i gianduiotti, dolci nati per Carnevale

La presentazione delle Merende Reali, che dal 7 marzo 2015 si potranno gustare tutti i weekend, in alcuni caffè storici e nelle caffetterie di alcune residenze sabaude (qui tutti i dettagli!), è stata una vera miniera di informazioni e curiosità sulla Torino che fu. Per esempio, lo sapevate che Torino aveva uno dei Carnevali più festosi e più fastosi d'Italia? Come adesso a Venezia, arrivavano persino i viaggiatori per poter godere delle sue feste e del divertimento nelle strade torinesi. Nei rapporti degli ambasciatori veneti, che sono i perfetti informatori dello stile di vita nelle corti europee, come dei Saint Simon ante litteram (e anche post), c'era spesso molta meraviglia per  quanto i torinesi e i loro sovrani amassero ballare e amassero le feste. Barbara Ronchi della Rocca, che ha presentato le Merende Reali, ha raccontato, seduta al tavolo, tra un pasticcino e l'altro, che la fama antipatizzante dei Savoia è del tutto ingiustificata: a Torino giravano spesso senza scorta, perché erano così popolari che nessuno avrebbe fatto loro del male; e quando la capitale è stata trasferita a Roma, la regina Margherita aveva messo in piedi una delle corti più apprezzate d'Europa, molto frequentata dal Kaiser Guglielmo, che ne amava cucina ed eleganza. Cose perdute nella memoria, perché, utilizzando la complicità con il fascismo di un solo re, Vittorio Emanuele III, si sono voluti cancellare il ricordo e la popolarità di una dinastia millenaria.


Ma torniamo al Carnevale. Anche a Torino sfilavano i carri, da cui venivano lanciati dolcetti e caramelle ai bambini e alla folla in festa. Però c'era un problema: se i confetti e le caramelle finivano a terra si ammaccavano, si danneggiavano e, soprattutto, nessuno osava più raccoglierli per portarli alla bocca. Così si inventò un dolcetto più pratico e altrettanto 'povero': si presero le nocciole dolci del Piemonte, si immersero nella cioccolata, per ricoprirle con un velo sottile, e quindi in granelli coloratissimi di zucchero. Per assicurare che potessero essere raccolte da terra, furono avvolte in carta colorata, come caramelle. Così i cri-cri fecero la loro prima apparizione nell'immaginario torinese, legato, chi l'avrebbe detto, al Carnevale e non al Natale, come è oggi. Con il tempo i cri-cri si sono trasformati da dolce povero e cioccolatino sempre più sofisticato e caro: la nocciola del Piemonte è diventata un prodotto prelibato e ricercato, la cioccolata è diventata di qualità sempre migliore e alla fine il prezzo di quello che era un dolce povero è decisamente aumentato. Quando io ero piccola, i cri-cri avevano ancora i granuli di zucchero coloratissimi ed era sempre un'autentica sorpresa scartarli e mettersi in bocca tanto colore. Poi la scoperta dei coloranti cancerogeni fece sì che molti dolci perdessero il loro colore (anche le tic tac!) e rimanessero anonimamente bianchi. Con il tempo la mia affezione per i cri-cri è diminuita (ammetto di non essere dotata di grande golosità), ma la magia di vedere un bambino che apre i suoi cri-cri è immutata e, davvero, per un torinese è difficile immaginare Natale senza cri-cri.

Immutato è anche il legame di Torino con i suoi cioccolatini più famosi, i Gianduiotti. Nacquero nel 1852, grazie a Michele Prochet, che inventò una nuova pasta di cioccolato, aggiungendo le nocciole tonde delle Langhe al cacao e allo zucchero (leggenda vuole che l'abbia fatto per gli alti costi raggiunti dal cacao: mescolandolo con le nocciole, la sua quantità, diminuita, avrebbe abbattuto i costi finali); nel 1865 la Caffarel, a cui Prochet si era nel frattempo unito, iniziò la produzione di un nuovo cioccolatino, creato con il nuovo impasto. E durante il Carnevale dello stesso anno, avvenne il battesimo del fuoco: il carro della Caffarel iniziò a distribuire il cioccolatino, durante la popolarissima sfilata in maschera. L'incaricato della distribuzione era Gianduja e così fu facile il cambio del nome del cioccolatino, dall'originale givo, a gianduiotto. La Caffarel per rivendicare la primogenitura dell'ormai celeberrimo cioccolatino, un vero simbolo di Torino, lo scrive ben in chiaro sulla carta dorata: Gianduiotto 1865. Perché non ci siano dubbi.

Curioso come due dei dolci torinesi nati con il Carnevale abbiano raggiunto una tale popolarità da non avere più alcun legame, neanche nell'immaginario collettivo, con il Carnevale.

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