martedì 10 febbraio 2015

L'epopea del Biscottificio Wamar, su youtube

Basta un video su youtube, per scoprire chicche preziose di una Torino che non c'è più. Prendete il biscottificio Wamar. Lo stabilimento si trovava in via Cervino angolo via Parella, nel pieno dell'attuale Spina 4 (a pochi passi di distanza, il Museo Ettore Fico e un piccolo centro commerciale, formato da Brico Center e dal supermercato il Gigante); l'edificio è ancora in piedi, caratterizzato da un insolito color giallo.

Qui, all'inizio del XX secolo, Walter Marchisio fondò la sua azienda, che sfornava ogni giorno biscotti, wafer, gallette, frollini e delizie varie. Subito dopo la Prima Guerra Mondiale ci fu un ampliamento delle attività, con l'occupazione dell'intero isolato, e in età fascista l'azienda Wamar divenne un vero e proprio modello anche sociale, con sale per la mensa, per l'allattamento, per il primo soccorso in caso di infortuni. Il grande successo della Wamar arrivò negli anni 60: la produzione iniziò a essere su scala industriale e uno dei suoi prodotti, il Biscotto Salute, acquistò rapida fama; nel suo catalogo anche panettoni e colombe, oltre alle produzioni che le avevano dato notorietà.

Poi, negli anni '80, iniziò il declino: si tentò di spostare la produzione in Campania, ma senza successo; all'inizio degli anni '90 ci fu la chiusura definitiva. Oggi l'edificio ospita attività commerciali ed è testimone, insieme a molti di quest'area, della Torino industriale; a pochi passi ci sono il Lingottino, miracolosamente in piedi, dopo le demolizioni che hanno distrutto le belle fabbriche del suo isolato, i Docks Dora, il Museo Ettore Fico, che sorge in un ex edificio industriale: la dimostrazione di come gli antichi capannoni un tempo animati di operai, possano ritrovare nuova vita e ricordarci chi siamo stati.

Su youtube c'è un video muto dell'Istituto Luce, che illustra l'attività della Wamar. Sono poco più di 3 minuti preziosi, in cui si vedono lo stabilimento, l'impastatrice, i biscotti che escono dalle macchine, la loro impacchettatura; sono volti e strumenti del passato, della nostra città, per questo più emozionanti.



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