giovedì 12 marzo 2015

Nella chiesa di San Filippo Neri, la più grande di Torino

La prima cosa che noi torinesi impariamo sulla chiesa di San Filippo Neri è che la chiesa più grande della città, grazie ai suoi 67 metri di lunghezza per 37 di larghezza. Fate la prova: non ci sarà torinese che non vi citerà il dato. E' anche una delle chiese più amate del centro di Torino, posta in posizione strategica, in via Maria Vittoria 4, a pochi passi da piazza San Carlo, accanto al Museo Egizio. E proprio per questa posizione, adiacente alla più importante attrazione turistica torinese, dovrebbe essere inserita negli itinerari di chi visita Torino.


E quando entrate in questa chiesa a navata unica, con magnifica volta a botte illuminata da grandi finestroni a conchiglia, respirate davvero lo spazio e l'immensità, che, però, non tolgono il fiato, ma, anzi, alleviano e danno un senso di pace.


Il progetto della chiesa è piuttosto antico, risale al XVII secolo, quando il duca Carlo Emanuele II donò l'isolato, inserito nel secondo ampliamento cittadino, alla Congregazione di San Filippo Neri. La costruzione del tempio fu affidata all'architetto Antonio Bettini, che aveva previsto una lunga navata con cupola centrale; a interrompere il cantiere, arrivò il celebre assedio del 1706, che causò danni irreversibili alle coperture, con crollo della cupola compreso. La ricostruzione fu affidata a Filippo Juvarra, appena arrivato nella capitale, invitato dal nuovo Re di Sicilia Vittorio Amedeo II. Visti i danni al progetto di Bettini, il grande siciliano decise di tagliare la testa al toro e di coprire l'edificio con una grandiosa volta a botte, più semplice da gestire. Dalla volta si aprono le sette finestre a forma di conchiglia che illuminano il tempio, dall'alto. La luce piove dolcemente su questo spazio enorme, su cui si affacciano tre cappelle per lato, di forma ellittica e con copertura a botte, dotate anch'esse di finestre; sono scandite dall'ordine corinzio, che raccorda gli spazi costruiti da Bettini a quelli juvarriani.


Il progetto della chiesa non fu terminato da Juvarra, che nel 1738 lasciò Torino per raggiungere Madrid e costruire il Palazzo Reale. Il cantiere fu affidato a Luigi Barberis e, quindi, a Giuseppe Maria Talucchi, autore della maestosa facciata neoclassica, impossibile da fotografare se non si è dotati di grandangolo, essendo sulla stretta via Maria Vittoria (ma anche per questo le sue proporzioni risultano ancora più grandiose). C'è una sorta di contrasto, in questa chiesa dall'aspetto maestoso e neoclassico all'esterno, capace di richiamare l'olimpica serenità di Roma e delle sue proporzioni, e poi enorme, barocca e, incredibilmente, quasi spoglia all'interno, con una decorazione affidata al rigore e all'eleganza dell'ordine corinzio, ai discreti cromatismi dei marmi e alla discesa della luce sulle pareti. Lo sguardo viene catturato dall'altare, barocco, con le sue sei colonne tortili corinzie, che sostengono una trabeazione in cui spiccano le statue della Fede, della Speranza e della Carità. Ma sono la luce, che cambia con il passare delle ore, e i grandi spazi, a dare l'idea che la nostra condizione limitata e umana possa trovare conforto nell'eternità e nell'immensità di Dio.

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