mercoledì 11 marzo 2015

Quando a Torino c'era il boia

Il boia di Torino abitava nella contrada dei Fornelletti, al numero 2 dell'attuale via Bonelli; nel XV, a poca distanza si trovava il patibolo per i condannati a morte. Il mestiere del boia era comprensibilmente uno dei più disprezzati dalla società. A Torino, il boia, che, come tutti i dipendenti civili e militari dello Stato era obbligato ad assistere alle cerimonie religiose, aveva un banco a parte, nella chiesa di Sant'Agostino; e a parte veniva seppellito, nella stessa chiesa di Sant'Agostino, sotto il campanile. L'ostracismo lo colpiva in buona parte della sua vita pubblica.

Una delle leggende vuole che la moglie dell'ultimo boia sabaudo, Pietro Pantoni, avesse così tanta vergogna che non osasse neanche uscire di casa e passasse il proprio tempo a pulire la casa, diventata, ovviamente, la più pulita di Torino. E la più famosa di tutte le leggende riguarda la nascita del pan carrè. Dobbiamo risalire fino al Medio Evo, quando il boia aveva serie difficoltà a comprare il pane, perché i panettieri pensavano portasse sfortuna servirlo. Dovette intervenire il duca Amedeo VIII di Savoia, a ordinare ai panettieri di servire anche il boia perché "o lo accettate come cliente o diventerete suoi clienti!" Così, obbligati a vendergli il pane, i panettieri si 'vendicarono' servendoglielo al contrario, in segno di disprezzo. Ci fu un nuovo intervento delle autorità che vietò questo comportamento, allora i panettieri si inventarono il pane a forma di mattone, che risulta uguale da entrambi i lati, il pancarrè.

Un altro segno di disprezzo era l'uso di una scodella per ricevere il denaro del boia, in modo da sciacquarlo prima di usarlo. Addirittura c'era tutta una procedura per evitare di toccare la carta che autorizzava il suo pagamento: il responsabile della Corte Criminale firmava l'autorizzazione con i guanti e la buttava a terra, qui un addetto la raccoglieva con le pinze usate per i camini e la gettava dalla finestra, sotto la quale il boia aspettava. Tutto pur di non avere contatti con lui. Se l'isolamento dai concittadini era totale, il boia guadagnava piuttosto bene: si andava dalle 16 lire per un rogo alle 36 per uno squartamento, passando alle 21 per un'impiccagione. Ma, certo, la sua non era una vita invidiabile, non solo per i canoni dell'Italia del XXI secolo, che non ammette più la condanna a morte, ma anche per i secoli passati, in cui l'idea che una persona potesse guadagnarsi la vita uccidendo gli altri, per quanto legalmente, era disprezzabile.

Gli strumenti usati dal boia sono conservati oggi nella chiesa della Misericordia, che chiude la via omonima, ma, poiché la chiesa apre solo la domenica mattina per la celebrazione della Messa, è difficile poterli vedere. In questa stessa chiesa i condannati a morte trascorrevano le ultime ore, prima di salire sul carro, che, percorrendo buona parte della città, li avrebbe portati al patibolo. Il rituale seguito nel XIX secolo, prima dell'esecuzione della sentenza, ci è noto, grazie anche all'opera di San Giuseppe Cafasso, presto chiamato il prete della forca, per l'assistenza che forniva ai condannati, fino al patibolo. Dopo la lettura della sentenza, il condannato era consegnato ai confratelli della Misericordia, che lo portavano in una cappella, in cui, con una catena al piede e con le mani legate, consumava il suo ultimo pasto. Quindi doveva ricevere il boia, che gli chiedeva perdono per quello che avrebbe fatto; i due, spesso insieme a don Cafasso, pregavano davanti a un altare; al condannato veniva messa una corda al collo, precedentemente benedetta: era l'ultimo atto. Subito dopo era fatto salire sul carro che, con Cafasso accanto, lo avrebbe portato fino alla forca. Le ultime condanne a morte vennero eseguite al Rondò della Forca, chiamato ancora oggi così dai torinesi (si trova all'incrocio tra corso Regina Margherita, corso Principe Eugenio, corso Valdocco e via Cigna).

Morire per impiccagione, però, non era affatto semplice. La sospensione improvvisa, dovuta all'apertura di una botola o all'allontanamento di una scala, fa sì che lo scatto del cappio spezzi il collo del condannato, facilitando, in poco tempo, la morte per asfissia. Ma se a quei tempi il collo non si spezzava, toccava al boia far morire il povero agonizzante. Spesso era aiutato dai cosiddetti tirapiè, che, mentre lui cercava di esercitare la massima trazione sulla schiena, per spezzare l'osso del collo, tiravano per le gambe del condannato. Si sono registrati casi di morte apparente dei giustiziati: in quei casi il boia, al minimo cenno di possibile sopravvivenza, doveva piantare un chiodo nel cranio della vittima. Non c'era insomma scampo per i condannati e non c'era scampo neanche per il boia e per la spietatezza con cui doveva esercitare il proprio lavoro.

L'ultima condanna a morte fu eseguita a Torino il il 13 aprile 1864. Il più celebre dei condannati a morte assistititi da San Giuseppe Cafasso è il generale Gerolamo Ramorino , militare mazziniano, che fu considerato responsabile della sconfitta di Novara, nella Prima Guerra d'Indipendenza, processato e condannato a morte per tradimento; fu fucilato il 22 maggio 1849. Pace alla sua anima e a quella di tutti coloro che hanno perso e perdono la vita per condanne a morte emesse da uno Stato.


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