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giovedì 9 aprile 2015

La Manifattura Tabacchi di Torino, da Emanuele Filiberto all'Università

Non c'è nessuna Carmen, sigaraia bellissima e fatale, a mantenere eterno il ricordo delle tabacchine, le operaie della Manifattura Tabacchi di Torino. Eppure, come quella di Siviglia, anche la Manifattura Tabacchi torinese è stata una vera e propria potenza economica cittadina (c'è stato un momento, all'inizio del XX secolo, in cui è stata la più importante realtà industriale torinese, con oltre 2500 dipendenti, ben più di quanti ne avesse la Fiat, nello stesso periodo) e, curiosamente, come la Manifattura Tabacchi sivigliana, anche quella di Torino ha concluso il proprio destino come sede universitaria (se volete scoprirla, è in corso Regio Parco 142).


Ma iniziamo la storia dal principio e torniamo al XVI secolo, quando il duca Emanuele Filiberto decise di acquistare alcuni terreni nell'area a nord delle mura, laddove la Dora sbocca nel Po. Qui lui e suo figlio Carlo Emanuele costruirono un palazzo destinato al loro svago, una delle prime delizie sabaude sorte intorno a Torino. Le cronache dell'epoca raccontano un complesso sontuoso, caratterizzato da scaloni, portici e colonne, con affreschi del Moncalvo e tutt'intorno un grande territorio di caccia, per l'attività prediletta dai Duchi di Savoia (leggenda vuole che la magnificenza del parco e dei giardini di questa delizia perduta abbia ispirato i giardini di Armida, descritti da Torquato Tasso nella Gerusalemme Liberata). Il Palazzo del Viboccone, questo il suo nome, venne duramente danneggiato durante l'assedio del 1706 e presto abbandonato, essendosi spostata l'attenzione dei Re di Sardegna verso Venaria e Stupinigi. Ma nel 1758 Carlo Emanuele III decise di dare una nuova opportunità ai ruderi abbandonati e chiese all'architetto Benedetto Feroggio di progettare un complesso industriale, da destinare alla produzione del tabacco, nuova passione importata dalle Americhe.


Il progetto di Carlo Emanuele III aveva un duplice scopo: da una parte dava nuova vita a un'area al di fuori delle mura che rischiava il degrado, dall'altra garantiva le entrate provenienti dai generi di monopolio come il tabacco. E mai decisione ducale fu più azzeccata, visto lo sviluppo che la Manifattura Tabacchi ebbe nella storia di Torino. Ferrogio si ispirò alle grandi Manifatture Tabacchi francesi e costruì un complesso articolato intorno a due cortili e dotato di laboratori e macine, di piantagioni e semenzaio; c'era anche la chiesetta del Beato Amedeo, dove gli operai assistevano alle funzioni religiose. Grazie alle sue caratteristiche, il complesso fu in grado di seguire tutte le fasi della produzione del tabacco, dalla tritatura e pestaggio delle foglie, fino al macinato da fumo o la polverina da fiuto. "Nel perimetro della fabbrica era inoltre situata una cartiera che per decenni fu l'unica in Torino a godere del privilegio di produrre carte da gioco e carte valori da bollo e in filigrana. Nel corso del tempo, a fianco della fabbrica, vennero edificate la scuole materna e quella elementare (ancora oggi attive) e successivamente la mensa e il dopolavoro per i dipendenti, con un cinema e una sala da biliardo”"scrive Paola Fiorentini in 101 cose da fare a Torino almeno una volta nella vita.

La Manifattura Tabacchi divenne sempre più importante per l'economia cittadina, con due sedi, una nell'attuale via Verdi e l'altra a Regio Parco; nel 1855, tutte le lavorazioni vennero spostate a Regio Parco, approfittando della "quantità di energia motrice disponibile, anche in previsione di futuri incrementi produttivi". Per questo spostamento, il complesso venne ampiamente ristrutturato, con la copertura di uno dei cortili e l'ampliamento dei depositi. Ci fu poi un'ultima ristrutturazione, all'inizio del XX secolo, quando la Manifattura venne dotata anche di officine e falegnamerie meccaniche, mense, un raccordo ferroviario per l'ingresso dei vagoni dallo scalo merci di Torino Vanchiglia, locali per lo svago e un asilo nido. La Manifattura, insomma, era un vero e proprio mondo a sé, una realtà economica di grandi proporzioni e con una manodopera largamente femminile. Il perché tante donne lavorassero in fabbrica si spiega anche con la particolare struttura della Manifattura e del borgo che le era sorto intorno. Le madri potevano lasciare i loro bambini all'asilo nido e, dopo, all'Asilo Umberto I, così, sicure che i propri figli fossero assistiti, avevano più motivazioni per entrare nel mondo del lavoro: la Manifattura e il borgo Regio Parco, insomma, erano una sorta di testimonianza ante-litteram dell'importanza di un sistema di welfare per l'emancipazione femminile.

Erano loro, le tabacchine, a produrre i sigari, il bene più pregiato che usciva dalla Manifattura. "L'elevata qualificazione professionale e la consapevolezza di svolgere un lavoro frutto di tirocinio e di abilità rese le tabacchine e le sigaraie un gruppo compatto e omogeneo, legato da forti vincoli di solidarietà e caratterizzato da una spiccata coscienza sindacale. Saranno infatti parte attiva degli scioperi dei primi anni del secolo per migliori salari e per la riduzione dell'orario di lavoro e durante la seconda guerra mondiale parteciperanno alla lotta antifascista" scrive ancora Fiorentini nel suo libro. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il consumo di sigari e di polvere da fiuto decadde e la produzione delle sigarette non fu sufficiente a salvare la gloriosa Manifattura torinese. Chiusa nel 1996, è stata trasformata in uno dei centri di quello che sarà il quartiere universitario, progettato tra il Campus Luigi Einaudi, Vanchiglia e, per l'appunto, l'ex Manifattura Tabacchi. Ma questo è un altro progetto torinese da raccontare. Rimane il rimpianto che non ci sia nessuna Carmen torinese a ricordare il lavoro duro e silenzioso di migliaia di donne, che per secoli animarono la fabbrica di Regio Parco.  


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