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mercoledì 12 agosto 2015

Era l'estate del 1630 e a Torino infuriava la peste

Era il 1630. Il duca Vittorio Amedeo I era appena salito sul trono ed era già impegnato a barcamenarsi tra Francia e Spagna, cercando un difficile equilibrio che garantisse la sopravvivenza del piccolo e strategico Ducato sabaudo. Le premesse del nuovo regno erano drammatiche e infelici (Vittorio Amedeo I sarebbe morto nel 1637, probabilmente avvelenato): il 1630 era iniziato con un'epidemia di peste che devastò Torino, l'Italia settentrionale e buona parte dell'Europa. Nei libri scolastici di Storia si parla raramente delle epidemie che funestavano il Vecchio Continente e che, però, erano in grado di condizionare il suo sviluppo economico e sociale.

Le cifre sui morti della peste di Torino sono discordanti, ma sono d'accordo su un punto: la città perse un terzo dei suoi abitanti. Potete immaginare cosa questo potesse significare in termini sociali ed economici: la peste non faceva distinzioni sociali e spazzava via artigiani, contadini, soldati, aristocratici. Curiosamente, al termine delle epidemie, le società del passato si trovavano private di tantissime professionalità e competenze, delle mani necessarie per la ripartenza, ma i sopravvissuti erano più ricchi, avendo ereditato i beni di chi era morto, e avevano le risorse per ricostruire i tessuti spezzati dalla devastazione delle epidemie.

La peste del 1630 è particolarmente celebre perché è stata descritta da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi, un libro che si abbandona per antipatia scolastica e che, invece, riscoperto anni dopo la maturità è davvero molto bello, nell'affresco che descrive, nell'humanitas che diffonde. Potenza delle descrizioni letterarie, l'incubo di don Rodrigo, che si risveglia con un bubbone sotto l'ascella, primo segno della peste, mi ha accompagnato per anni, più dell'impegno di Lucia e del Cardinale Borromeo in favore dei malati. L'epidemia arrivò a Torino all'inizio dell'anno, portata forse dai contadini in cerca di un'opportunità in città, dopo che guerra, carestie e difficoltà avevano devastato le campagne. Le condizioni igieniche delle città europee di quei secoli non erano ideali, basti ricordare la descrizione della Torino di Emanuele Filiberto, perciò era molto facile che le malattie si propagassero rapidamente. La medicina, inoltre, era una curiosa mescolanza di timide ricerche scientifiche, superstizioni e magie. Le conoscenze dell'epoca avevano portato a credere che la peste si propagasse attraverso l'aria ed erano pochi ad aver compreso che un'igiene rigorosa era il miglior antidoto all'espansione della malattia.

I promessi sposi raccontano anche l'isteria di chi cercava di sopravvivere alla peste, la superstizione,  la facilità con cui si manipolavano le paure e si inventavano untori, contro i quali scatenare la rabbia e il dolore. Però, anche allora, c'era chi si faceva vincere dalla paura e chi, eroicamente, cercava soluzioni. A Torino si ricorda Giovanni Francesco Fiocchetto, che fu medico personale dei Savoia e che sui lunghi mesi della peste scrisse un trattato, Della peste e del pestifero contagio, diventato il vademecum delle successive epidemie. Compreso che astri e untori non c'entrassero niente e che le condizioni igieniche fossero basilari, visitò i malati senza sosta, tuonò contro chi cercava di diffondere le superstizioni, raccomandò norme essenziali come l'isolamento dei contagiati, la sterilizzazione delle monete, la distruzione degli oggetti dei malati attraverso il fuoco e, soprattutto, l'areazione continua dei locali, condicio sine qua non per garantire elementari condizioni d'igiene.

Durante l'estate, l'epidemia ebbe il suo picco più elevato: i malati potevano morire in pochi giorni, poco dopo l'apparizione dei malefici bubboni; si moriva per le strade, tra la paura dei passanti. Nel trattato di Fiocchetto ci sono anche scene strazianti, come i due bambini intorno ai 2-4 anni, morti abbracciati sulle scale della chiesa della Trinità, nell'attuale via Garibaldi, e abbracciati portati via per la sepoltura. Nell'estate del 1630, per paura della peste, chi aveva potuto era scappato via. Anche la Famiglia Ducale aveva lasciato la capitale per salvarsi; a rappresentare l'autorità erano rimasti il sindaco Gian Francesco Bellezia e il Consiglio Comunale; a portare conforto ai contagiati erano rimasti i frati e i preti dei vari Ordini religiosi attivi nelle strade e nei lazzaretti.

Gli storici considerano Gian Francesco Bellezia e Giovanni Franceco Fiocchetto gli artefici della sopravvivenza di Torino, per il loro impegno, le loro decisioni, la loro lotta costante contro la peste, le superstizioni, l'irrazionalità. Sono gli eroi del 1630 torinese, li abbiamo dimenticati, nonostante Torino abbia dedicato loro due strade, curiosamente entrambe nella zona di Porta Palazzo (via Bellezia punta poi verso sud e il Quadrilatero Romano, via Fiocchetto si muove a nord di corso Regina Margherita ed è famosa in città per ospitare una delle due stazioni degli autobus extraurbani). Dovremmo, di tanto in tanto, interrogarci sulla toponomastica della nostra città, per scoprire i suoi eroi e la Storia che i libri scolastici non riportano.

Poi, così come era arrivata, la peste lasciò piano piano la città. Era il 1631 e fu l'ultima grande epidemia che sconvolse la città. Spossata e devastata, in pochi anni Torino riprese a crescere, grazie anche all'attrazione che esercitava sulle campagne. Quali fossero le condizioni economiche, igieniche e sociali degli abitanti, è un'altra storia.


Pubblicato su Storie torinesi