mercoledì 30 settembre 2015

Da un giallo torinese irrisolto nacque Diabolik

Un libro, un delitto perfetto e un fumetto. Si potrebbe riassumere così uno dei più famosi delitti irrisolti degli anni '50. E' una fredda serata del febbraio 1958, quando, in via Fontanesi 20, a Torino, il giovane operaio Mario Giliberti viene ucciso con numerose coltellate. Il suo corpo, però, non viene scoperto, così l'assassino si spazientisce e si mette in contatto con la redazione de La Stampa, per rivelare il suo delitto. Non c'erano le reti sociali, non c'era la televisione e l'attenzione dell'opinione pubblica si concentrava sui giornali e le loro scoperte.

Il corpo di Mario viene trovato il giorno dopo la telefonata del suo assassino, il 25 febbraio 1958. E' a letto, coperto malamente da un lenzuolo e da un cappotto, il corpo martoriato da numerose coltellate, inferte con un'arma mai ritrovata. Il panorama è quello di tanti giovani meridionali, saliti a Torino per lavorare alla Fiat e disposti a una dignitosa povertà: il giovane ucciso viveva nel retrobottega di un calzolaio, nei pressi di corso Belgio, quasi all'angolo con corso Tortona, senza lusso alcuno, senza aver mai dato scandalo o creato attenzione su di sé. Chi può averlo ucciso?

Il suo impaziente assassino, visto che la Polizia brancola nel buio, decide di mandare a La Stampa ulteriori indicazioni, con una lettera firmata Diabolich, in cui rivela: "Un tempo eravamo molto amici e portavamo la divisa comune, poi lui mi tradì come un cane. Adesso stava bene e la mia vendetta lo ha raggiunto" Giliberti era stato effettivamente soldato per molto tempo, aveva girato in numerose caserme italiane, cercare il commilitone assassino è un'impresa titanica. Ma la Polizia si concentra su un giovane bergamasco, con il quale sospetta che Mario avesse avuto un rapporto omosessuale. Il problema è che mentre l'accusato è in galera, arrivano altre lettere di Diabolich, così, viste le prove grafologiche negative, la Polizia è costretta a rilasciare l'unica persona mai fermata per l'assassinio.

E poi, quando è chiaro che il misterioso caso difficilmente verrà risolto, Diabolich manda un'ultima lettera: "Il mio delitto non è un gioco da ripetersi". Da allora non si è mai più fatto sentire, non si sa neanche se sia ancora vivo o se, come più probabile, è morto da tempo. Negli ultimi anni questo caso, che appassionò l'opinione pubblica italiana, è tornato alla ribalta, grazie alle moderne tecniche di indagine: sarebbe ancora un delitto irrisolto, grazie agli attuali studi psicologici, alle perizie scientifiche, alle reti sociali? Chi lo sa. E' certo però che Diabolich aveva un grandissimo senso della scena e di se stesso: una firma che era come un brand, che permetteva di riconoscerlo e identificarlo, di trasformarlo in una sorta di enigmatica Primula Rossa, in grado di spaventare e di affascinare l'opinione pubblica, con i suoi interventi criptici e con le sue lettere. Un uomo impaziente, con un'incredibile voglia di comunicare e, probabilmente, di essere catturato. Ma la storia ha consegnato un'ombra misteriosa e inafferrabile, astuta e sorprendente. Il profilo ideale per un eroe del noir.

Nel 1962, ispirate anche da Diabolich, le sorelle Angela e Luciana Giussani crearono Diabolik, ladro spietato e vincente, con un codice morale peculiare, fedele solo alla sua donna, Eva Kant, compagna di vita e di avventure, anche lei fredda, astuta e ambiziosa. Diabolich, invece, pare avesse letto un libro, Uccidevano di notte di Italo Fasan, in cui un serial killer firmava i suoi delitti perfetti con il nome Diabolic. Letteratura e cronaca nera ancora una volta mescolati.


Pubblicato su Storie torinesi