mercoledì 2 settembre 2015

Il ritorno di Vittorio Emanuele I, la festa di Torino

Era primavera, una di quelle giornate di maggio che sanno già di estate, e per Torino iniziava la Restaurazione. Re Vittorio Emanuele I faceva il suo ingresso in città, dopo la fine dell'occupazione francese, e migliaia di torinesi lo aspettavano incuriositi e festanti. Il ritorno del sovrano sabaudo, il 20 maggio 1814, dopo 14 anni di esilio in Sardegna, è stato immortalato in un quadro di Giuseppe Bagetti, conservato a Palazzo Reale e che ritrae il corteo mentre attraversa il primo ponte di pietra, costruito in età napoleonica, risale la breve salita fino all'attuale via Po: manca corso Moncalieri, si vede la borgata del Moschino, non c'è ancora piazza Vittorio Veneto, si intravede la grande esedra alberata che al suo posto introduceva all'ingresso a Torino. Ma ci sono centinaia di torinesi, affacciati ai balconi, ai lati delle strade e dell'esedra.


Il ritorno di Vittorio Emanuele I in città è stato raccontato da Umberto Levra nel sesto volume della Storia di Torino, dedicato a La città nel Risorgimento 1798-1864. Le misure di sicurezza erano enormi e, visto l'atteggiamento dei torinesi, probabilmente inutili: dietro il triplice cordone delle guardie urbane e delle truppe austriache, migliaia di persone aspettavano ordinate e curiose il ritorno del loro re. Il sovrano percorse in carrozza tutto il viaggio, poi, tra Moncalieri e Torino, montò a cavallo e, intorno alle 10, arrivato a Borgo Po, fu salutato dallo Stato Maggiore degli Eserciti piemontese e austriaco. Il corteo reale entrò a Torino accompagnato non solo dalla guardia d'onore degli immaginabili squadroni a cavallo, ma anche da un sorprendente e inaspettato "numero di persone e di contadini ch'erano scesi dalle sovrastanti colline e venuti da circonvicini paesi per essere spettatori di questo ingresso veramente trionfale. Tutte le vie che il Sovrano ha percorse echeggiavano talmente di applausi e di mille e mille reiterati 'Viva Vittorio Emanuele', 'Viva il nostro Sovrano, il nostro buon Padre', che più non si distinguevano né il rimbombo de' concavi metalli, né il suono generale delle campane, né i tamburi delle truppe schierate".

Che la Restaurazione fosse iniziata, dopo il breve periodo di riforme della Rivoluzione Francese, si capì con il primo gesto del sovrano rientrante: una visita in Cattedrale per assistere al Te Deum, a cui parteciparono i torinesi entusiasti. Poi, re Vittorio Emanuele si recò a venerare la Sacra Sindone e, infine, attraversò la città, tra i torinesi in festa, per raggiungere la Cittadella e passare in rivista le truppe. Un triplice sparo di moschetteria, con risposta del cannone della Cittadella, fu il saluto dei corpi militari. E finalmente Vittorio Emanuele tornò a Palazzo Reale, sempre accompagnato dalle acclamazioni dei torinesi in festa. Qui fu accolto dai nobili piemontesi, corsi a " venir deporre ai piedi del Regio Trono l'omaggio di quella fedeltà e devozione ond'essa è animata per l'incomparabile nostro Sovrano e per la Reale sua Famiglia".

Perché i torinesi festeggiarono con tanto entusiasmo il ritorno di un sovrano che non seppe interpretare i cambiamenti che arrivavano e che li avrebbe rigettati indietro nel tempo? Lo spiegò qualche decennio dopo Massimo d'Azeglio, uno degli autori del nostro Risorgimento: "Finalmente venne pure quel giorno benedetto della gran nuova, che Napoleone non era più il nostro padrone". E, però, neanche Vittorio Emanuele I poteva fermare il tempo, chissà se ci pensò quel 20 maggio 1814 al vedere irriconoscibile la sua capitale. La Torino che lo accoglieva era stata privata di mura, lo spazio tra la città e il Po era una grande spianata verde: "Una città aperta e non più rinserrata contro possibili invasori" scrive Levra. Ed è una bella definizione per la Torino che si preparava al Risorgimento e, in fondo, anche per la Torino di oggi.


Pubblicato su Storie torinesi