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mercoledì 14 ottobre 2015

La vita eccentrica di Giacinto, l'ultimo dei Provana, a Palazzo Barolo

Anche gli algidi palazzi torinesi nascondono storie di personaggi eccentrici, dimenticati nello scorrere del tempo. Di Palazzo Barolo, per esempio, si tende a ricordare soprattutto la storia di Carlo Tancredi e Giulia Falletti di Barolo e della loro straordinaria filantropia. Ma, un secolo prima della loro notevole avventura umana, Palazzo Barolo apparteneva alla famiglia Provana, il cui ultimo discendente maschio, per il ramo di Leinì, fu Giacinto Antonio Ottavio, signore di Druent e di Leinì, conte di Altessano, Stroppiana e della Bastia, signore di Villarboit, Susnengo, Monformoso, Cascine di San Marco.

Nato a Torino nel 1652, il conte sviluppò la sua carriera militare durante la reggenza della seconda Madama Reale, che governava il Ducato di Savoia nel nome del giovanissimo Vittorio Amedeo II. Fu quindi primo scudiere e gentiluomo di camera del Duca e seppe destreggiarsi con una certa abilità negli intrighi dell'irrequieta corte di Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours. Fino a quando decise di partecipare al complotto preparato per estromettere la Madama Reale dal trono e far governare finalmente Vittorio Amedeo II. Secondo le tradizioni della dinastia, la Reggente avrebbe dovuto lasciare il Governo del Ducato al figlio non appena questi avesse raggiunto la maggiore età, ma, amante del potere, Giovanna Battista cercò di far sposare il Duca con l'Infanta del Portogallo, in modo che si trasferisse a Lisbona e lasciasse a lei il potere. Vittorio Amedeo si oppose al progetto della madre con tutte le sue forze: leggenda vuole che si fingesse malaticcio alla visita degli ambasciatori portoghesi, in modo che questi spingessero il re lusitano ad annullare le nozze. Fallito il tentativo portoghese, si cercò di sposare il giovane duca ad Anna d'Orleans, nipote del re di Francia Luigi XIV. Di questo tentativo approfittò il marchese di Pianezza, primo consigliere della Reggente, per esautorarla e far salire sul trono Vittorio Amedeo, in modo da mantenere anche su di lui la stessa influenza che esercitava sulla madre. In un primo momento il Duca sembrò interessato all'idea, ma poi decise di denunciare i congiurati, che furono arrestati e imprigionati in vari castelli del Ducato. Il signore di Druent, che aveva portato la proposta di Pianezza al Duca, fu tenuto in prigione prima nel Castello di Nizza e quindi a Fossano.

Tornò a corte nel 1690, avendo di nuovo incarichi di grande prestigio. Al suo ritorno nella capitale, decise di ingrandire il palazzo già iniziato dal padre e ne affidò il progetto a Gian Francesco Baroncelli, che disegnò il grandioso atrio con scalone che lo caratterizza ancora oggi. In quegli anni decise di sposare la sua unica figlia, Elena Matilde, a Gerolamo Gabriele Falletti dei signori di Barolo. E questa è la parte più nota della parabola dell'ultimo dei Provana. Alle nozze parteciparono anche Vittorio Amedeo II e sua moglie Anna, che prestò alla sposa una preziosa collana di perle. Leggenda (un'altra) vuole che durante la festa lo scalone centrale crollasse, senza lasciare feriti, ma spaventando i presenti, che furono salvati con mezzi di fortuna; sembra che nel trambusto la sposa perdesse la collana della duchessa, ritrovata poi sotto le macerie, qualche giorno dopo l'incidente. Nonostante il brutto presagio, il matrimonio di Elena Matilde e Gerolamo fu felice, allietato dalla nascita di tre figli. La tragedia sarebbe stata causata dallo stesso signore di Druent, che dopo aver sposato la figlia, continuò a vivere al di sopra delle proprie possibilità, indebitandosi sia per la costruzione del suo palazzo che per la passione per il gioco. Ci fu una terribile discussione tra Provana e il genero, che terminò con l'imposizione ad Elena Matilde di lasciare il marito e i figli e rimanere a Palazzo Provana, Gerolamo, deciso a rompere i rapporti con il suocero, invano cercò di convincere la moglie a tornare a casa con lui. Cosa era successo? Probabilmente, a causa dei debiti, il signore di Druent non era più in grado di pagare la dote della figlia nei tempi pattuiti e, secondo il costume di allora, impose il ritorno di Elena Matilde a casa, nonostante il matrimonio fosse felice e con tre bambini. La giovane obbedì, come era consuetudine, ma, sempre più infelice, per la lontananza del marito e dei figli, si gettò da una finestra del palazzo in cui era sostanzialmente prigioniera, e morì, il 24 febbraio 1701, a soli 26 anni. Con lei il nome dei Provana cedeva il passo a quello dei suoi eredi, i Falletti di Barolo.

La fine di Elena Matilde non riportò la pace in famiglia, anzi, Gerolamo chiese il pagamento della dote della moglie, causando la frattura definitiva tra le due famiglie. Nel testamento Provana non solo ignorò il genero, estromettendolo di fatto da ogni possibile pretesa ereditaria, ma lasciò i suoi beni alla Congregazione della Dottrina Cristiana, limitando così anche i diritti dei tre figli di Elena Matilde. Un uomo duro, autoritario, un aristocratico del suo tempo, fiero del proprio nome e dei propri privilegi, l'ultimo dei Provana. L'ultima leggenda che lo riguarda vuole che abbia chiesto una sepoltura piuttosto curiosa: senza alcuna pompa, doveva essere sepolto nella chiesa di Madonna di Campagna, posto su una sedia portatile avvolta in un panno nero. Nell'anniversario della sua morte, dovevano essere distribuiti pane, minestra e denari a un numero di poveri pari agli anni della sua vita. Essendo morto il 17 agosto 1727, aveva vissuto 75 anni.


Pubblicato su Storie torinesi