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giovedì 12 novembre 2015

Miracolo eucaristico (che non fu) al Monte dei Cappuccini

Chiedete a un torinese e difficilmente vi sorprenderà. Il miglior posto per vedere la città dall'alto è il Monte dei Cappuccini: dal suo piazzale affacciato sul Po si scattano le immagini più classiche di Torino, le cartoline con la Mole Antonelliana in primo piano, le cupole barocche del centro, le torri del XX e XXI secolo, fino alla corona delle Alpi, a chiudere l'orizzonte. Ma, posto a ridosso del Po, con i suoi 293 metri d'altezza, il Monte dei Cappuccini custodisce una storia millenaria e intensa, proprio per la sua posizione strategica: chi lo controllava, aveva il controllo dell'unico ponte per attraversare il Po (e dilagare nella Pianura Padana) e per attaccare Torino. E anche per questo le stratigrafie della sua storia mescolano guerra e religione, fortezze e santuari, la forza bellica degli uomini e l'invocazione agli dei, diventati poi il Dio cristiano.


Guerra e religione si sono mescolati anche, o soprattutto, in età sabauda, quando le lotte dei sovrani per garantire l'indipendenza del loro Stato dalle pretese di Francesi, Spagnoli e Austriaci, mettevano in pericolo la stessa sopravvivenza della loro capitale. Questa storia, in cui la guerra si mescola addirittura a un miracolo cristiano, risale al 1640. Torino è dilaniata dalla guerra tra madamisti e principisti, dietro i quali si nascondono i Francesi, che si servono della Duchessa Reggente, Cristina di Francia, e gli Spagnoli, che usano le ambizioni dei cognati, i principi Maurizio e Tommaso, per indebolire la Reggente e, dunque, la Francia. La capitale del Ducato è sotto assedio, la Madama Reale è circondata da nemici sia dentro la città che fuori: c'è addirittura un doppio assedio di Francesi e Spagnoli, per cercare di risolvere la guerra civile sabauda e aprirsi la porta dell'Italia. E in questo doppio assedio il Monte dei Cappuccini riveste la solita importanza strategica: da lassù, a pochi passi dal Po, i cannoni e i soldati hanno il controllo del ponte e della città. Ma è lassù, in posizione quasi inespugnabile per il nemico, a causa della conformazione della collina (chi cerca di salire viene avvistato e abbattuto), che decine di profughi del Borgo Po cercano riparo, all'ombra della chiesa di Santa Maria al Monte.

Il dramma scoppia il 12 maggio 1640, quando i Francesi decidono di attaccare il Monte, occupato dai principisti. La resistenza immaginabile all'attacco si spezza quando i mercenari svizzeri passano al nemico, aprendo loro le porte della chiesa. I Francesi iniziano una furiosa carneficina e non solo non hanno rispetto degli uomini, ma non temono neanche l'ira di Dio, iniziando un saccheggio selvaggio. La leggenda vuole che quando un soldato si avvicina al tabernacolo per saccheggiare le ostie consacrate, una lingua di fuoco lo investa, bruciandogli abiti e vestito. Caduto a terra, il soldato inizia a urlare Mon Dieu! E, visto l'accaduto, i Francesi si spaventano e cessano il saccheggio. E' stato vero miracolo? Non lo è stato? Quello che è certo è che a Torino il miracolo del Monte dei Cappuccini si è tramandato per secoli, la chiesa di Santa Maria al Monte custodisce gelosamente sia un quadro che racconta l'accaduto che le presunte tracce del fuoco sul tabernacolo, ma la Chiesa Cattolica non lo ha mai riconosciuto come tale.


E a riportare con i piedi a terra sono arrivati alcuni anni fa alcuni documenti, che raccontano un'altra versione del miracolo. Il cardinale Richelieu voleva garantirsi a tutti i costi il controllo diretto del Monte dei Cappuccini ed era disponibile anche a "uno sterminio di cui non doveva rimanere traccia". "I Francesi avevano ricevuto l'ordine di non risparmiare nessuno, per evitare la resa" ha spiegato padre Luca Isella, archivista dei Cappuccini piemontesi a La Stampa, al termine di lunghi studi sulla vicenda, condotti con l'antropologo fisico Renato Grilletto e con l'ingegnere Mauro Lanza. Controllare il Monte avrebbe signifcato infatti garantirsi una posizione di forza non solo verso i principisti, ma anche verso la stessa Madama Reale, di origine francese sì, ma impegnata anche a garantire l'indipendenza del Ducato e la successione al trono del figlio. "Durante la strage 'un francese spara al tabernacolo. Lo apre. Vuole rubare la pisside. Ma viene investito da una violenta fiammata. Lo avvolge dalla cintola in su e in breve lo uccide'. L'episodio fece scalpore come 'evento prodigioso'. 'Accadde invece' racconta Isella 'che un difensore sparò al sacrilego e colpì la fiasca di polvere che lui portava al collo, facendola esplodere'." scrive La Stampa.

Lo scempio francese danneggia la decorazione interna della chiesa, ma per evitare di lasciare le tracce dell'eccidio compiuto, i Francesi seppelliscono i morti in una fossa comune trovata nel 1937; l'altare nuovo, appena realizzato, viene nascosto nei sotterranei e sostituito con uno realizzato da Amedeo di Castellamonte, nel 1655.

Non è stato miracolo, la storia "le testimonianze raccolte da autorità civili e Inquisizione vennero volutamente ovattate dai Francesi e la diocesi dell'epoca non poté avvalorare l'intervento divino" spiega ancora Isella. Ma la leggenda di quel miracolo continua ad affascinare la città e a essere patrimonio della storia millenaria del Monte.


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