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martedì 29 marzo 2016

La Cascina Fossata, tra storia, abbandono e progetti futuri

La pianura torinese è stata un territorio ricco per agricoltura e allevamento sin dall'antichità. La stessa Torino è stata fondata nelle vicinanze di ben quattro fiumi e si è espansa tanto da inglobarli tutti. Intorno alla città si sono sviluppate per secoli numerose cascine, punti di riferimento del paesaggio e dell'economia agricoli. Cascine di diverse tipologie, a volte appartenenti alle famiglie dell'aristocrazia piemontese e a volte a quei borghesi che proprio nella terra trovavano le risorse necessarie per finanziare le altre attività. Alcune di queste cascine, opportunamente ristrutturate, sono diventate parte dell'attuale paesaggio urbano torinese: la cascina Giaione, a Mirafiori, e la Cascina Marchesa, in Barriera di Milano, sono diventate poli multifunzionali, ospitando anche le biblioteche dei quartieri. Non tutte le cascine, però, sono state così fortunate da trovare una nuova vita. In Borgo Vittoria, per esempio, la cascina Fossata non ha ancora un futuro e sta lentamente morendo.


Situata nell'isolato compreso tra via Sospello, via Fossata,via Coppino e via Randaccio, è circondata dalla vegetazione selvaggia che cresce sempre, quando un territorio viene abbandonato. L'antica casa padronale si intravede tra alberi e erba ormai altissima e lascia indovinare un'architettura elegante, le alte mura esterne, che definiscono il cortile interno, mostrano una tecnica costruttiva regolare, di laterizi e pietre, le aperture lasciano intravedere ambienti dai tetti sfondati, che si rincorrono e chissà quante vite potrebbero raccontare.


La storia della cascina è piuttosto antica; le prime prove della sua esistenza risalgono al XVII secolo, quando in un atto si parla della sua proprietaria, la signora Cassandra Margherita Fossata (di lì il nome con cui oggi la conosciamo?) e quando viene inserita in una mappa dell'epoca con una tipologia signorile piuttosto comune nella campagna piemontese: due corpi di fabbrica uniti da un muro, che definisce una corte semi chiusa, a forma di G. Ma è nel 1706 che la cascina vive il suo momento glorioso: non troppo lontana da Torino, durante l'Assedio dei francesi, viene inserita nel sistema difensivo settentrionale della città, grazie a questa sua tipologia a fortino, che permette il controllo della campagna e la difesa del territorio. Nelle sue mura ci sono aperture che sembrano feritoie, che servivano per mantenere fresca la paglia d'inverno e che furono molto utili durante la difesa di Torino dall'assedio francese. Negli anni successivi, la Cascina cambia varie volte di proprietà, fino a terminare nelle mani del Duca di Chiablese, Benedetto Maurizio di Savoia, nel 1774. A quel tempo, la Fossata aveva già assunto la forma a corte chiusa, con l'annessione della Cappella della Santa Croce, ed era dotata di edifici d'abitazione per le varie persone che vi abitavano e le loro famiglie: il fittavolo, i massari, il malgaro, il giardiniere; e poi c'erano gli edifici per gli animali: le stalle, la scuderia, il porcile, il pollaio; tutt'intorno gli orti, i filari di alberi da frutta e da legna, i campi seminati. Una tenuta sempre più grande, in grado di generare risorse importanti per i suoi proprietari. Nel XIX secolo, entra nell'orbita della Famiglia Reale, passando da re Carlo Felice al Duca di Genova Tommaso. Poi, con il XX secolo, l'inizio della decadenza: inglobata nel tessuto urbano di Torino, ha controllato una fetta sempre minore di territorio e negli anni 70 la famiglia che ancora vi abitava, coltivava a orto il grande cortile interno, che aveva così perso la sua funzione originale.


Abbandonata da decenni, con le strutture architettoniche in forte ed evidente decadenza, la Cascina è oggetto di progetti di riqualificazione che vorrebbero trasformarla in un centro polifunzionale, in cui potrebbero convivere residenze di social housing, aree verdi di orti urbani, spazi commerciali e per mercatini artigianali. Se ne parla da tempo, bisognerebbe stringere sui tempi, visto lo stato della Cascina (ed è davvero un peccato lasciare morire una struttura che, pure in mezzo alle erbe selvagge, lascia intravedere la sua eleganza e il suo passato splendore).


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