giovedì 27 aprile 2017

Il Lingotto, edificio senza memoria?

Prima la mostra Il viaggio dell'eroe,alla Pinacoteca Agnelli, poi l'inaugurazione di Or-TO, l'orto urbano di Eataly, ultimamente mi è capitato di tornare spesso al Lingotto. È uno degli edifici della Torino moderna a cui sono più legata (questo il link per leggere la sua storia): quando studiavo Architettura era appena stato ristrutturato ed era su tutte le riviste specializzate, era uno di quegli edifici che non potevi non conoscere se volevi dimostrare che l'Architettura era il tuo pane quotidiano e la tua passione; uno dei primi servizi che mi hanno affidato, quando ho iniziato a lavorare come giornalista, è stato la visita in anteprima per la stampa dell'Hotel Le Meridien, il primo albergo ospitato nel'edificio (adesso appartiene alla catena NH) ed ero rimasta molto colpita da come le stanze fossero state adattate al ritmo della grande fabbrica e da come quella fabbrica, che aveva visto costruire le automobili dello stile di vita italiano, potesse essere anche glamour e fascinosa; poi ci sono stati il Salone Internazionale del Libro, i concerti e gli incontri all'Auditorium Gianni Agnelli, un paio di conferenze stampa nella Bolla.


Ci torno sempre volentieri, per passeggiare tra i negozi dell'8 Gallery, fotogafare tutte le volte il mio prediletto giardino tropicale e, potenza della tessera Abbonamento Musei, fare un salto alla Pinacoteca Agnelli e dare un'occhiata a quella che fu la pista di collaudo e che è uno dei luoghi più suggestivi della città. Non per niente lo considero la madre (o il padre?) di tutte le ristrutturazioni degli edifici dismessi venuti nei decenni successivi. Qualche giorno fa sono tornata nuovamente e l'ho guardato con occhi nuovi. Avevo parlato da poco con Guido Montanari, il vicesindaco di Torino e Assessore all'Urbanistica, che ho intervistato per il mio ebook, Edifici ex industriali a Torino. Gli avevo chiesto se il successo della riqualificazione del Lingotto avesse influenzato gli interventi successivi e lui mi ha risposto di sì, nel bene e nel male. Tra le cose negative ha inserito la mancanza di memoria. "Se un ragazzo nato negli anni 90 va all'8 Gallery, non ha la minima idea di cosa sia stato prima quell'edificio e di quanto sia stato importante nella storia dell'auto e della città. È una cosa che non mi piace" mi ha detto.


Vero. Si passeggia nelle due lunghe gallerie parallele, su cui si affacciano i negozi, ci si ferma nei bar e nei risoranti delle piazze coperte, si guarda il giardino tropicale e non c'è nessuna indicazione di quello che è stato, degli operai che lì passarono e delle auto che lì si costruirono. Magari si può intuire qualcosa dalla magnifica rampa elicoidale, si può indovinare che il ritmo severo e uguale delle grandi finestre aveva un senso preciso, ma non c'è niente di esplicito che ci ricordi che qui, in questi spazi, sono nate le Topolino, le Torpedo e le auto del boom economico, che hanno dato libertà alle famiglie e ai giovani e sono state simbolo del primo benessere. Una svista, una scelta? Chi lo sa: il progetto di Renzo Piano è stato tra quelli inviati alla FIAT per il concorso, uno dei più rispettosi delle volumetrie esistenti; l'architetto genovese non ha toccato quasi niente dell'esterno dell'edificio. Guardate una foto degli anni 30-50 e guardate il Lingotto di oggi, potete riconoscere praticamente ogni finestra. Ma se passeggiate al suo interno, non ci sono né un piccolo Museo né un manifesto che ricordino il passato; Montanari, che pure ha apprezzato il progetto di Piano mi ha segnalato questa mancanza tra le cose negative.


Non è successa la stessa cosa in quello che può essere considerato il suo omologo dell'inizio del XXI secolo. Allo SNOS, l'edificio nei pressi del Parco Dora che accoglie oggi uffici, loft e una lunga galleria commerciale, ci sono tanti segni del suo passato di fabbrica dei più importanti treni d'Italia. Nella lunga volta della galleria sono stati lasciati gli strumenti utilizzati dagli operai, come i ponte-carri, ci sono anche foto d'epoca appese alle travi, che raccontano la lunga epopea operaia del Novecento, mentre, sul pavimento, lunghe linee parallele metalliche e una serie crescente di numeri, anch'essi in metallo, ricordano i treni che qui si fermavano e scaricavano le merci.

Qual è la scelta migliore? Lasciare che un edificio riqualificato viva la sua nuova stagione, senza alcuna memoria del suo passato, o introdurre nella sua nuova vita elementi che ricordino il suo passato? Domande e risposte che toccano agli architetti, quando si avvicinano a edifici con una propria identità e una propria storia, e che poi toccano anche noi, quando li visitiamo.


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