martedì 13 novembre 2018

Quando in Cit Turin c'era il mattatoio di Torino

Nell'isolato in cui ci sono oggi il grattacielo di Intesa San Paolo e il Giardino Nicola Grosa, fino agli anni 70 del Novecento c'era il Mattatoio di Torino. Un po' difficile immaginarlo oggi, in posizione quasi centrale, ma quando fu costruito, nella seconda metà dell'Ottocento, era nella periferia cittadina, al di là della ferrovia di Milano, e permetteva di allontanare dal centro le attività considerate poco decorose come la macellazione e, allo stesso tempo, di controllare che tutti i procedimenti avvenissero secondo strette norme igieniche. La vicinanza della ferrovia facilitava anche il trasporto degli animali e delle loro carni.

Mattatoio di Torino  Mattatoio di Torino

Il nuovo Mattatoio fu progettato dall'architetto Antonio Debernardi, che si ispirò alle più avanzate soluzioni tecniche dell'epoca; fu realizzato proprio davanti al carcere Le Nuove, che si stava realizzando nello stesso periodo. A dare all'area una vocazione legata alla produzione della carne, ci fu anche il trasferimento del mercato del bestiame. Quando Torino iniziò a espandersi oltre la ferrovia e venne costruito Cit Turin, elegante quartiere della buona borghesia, la presenza del Mattatoio divenne ingombrante, fastidiosa, anacronistica, fino alla demolizione. La racconta Vittorio Messori in Il Mistero di Torino, il libro che ha scritto con Aldo Cazzullo. La sua premessa è che il destino di quest'area fu una delusione per lui, cronista di Stampa Sera: doveva diventare una "nuova city, il centro direzionale con il suo grappolo di scintillanti grattacieli. Tutto rimase naturalmente sulla carta" (se solo avesse saputo, pochi anni dopo).

Mattatoio di Torino grattacielo Intesa Sanpaolo

"Quella dei mattatoi, era una demolizione necessaria, oltre alla congestione di veicoli (gli animali non arrivavano più da molto tempo, sui raccordi ferroviari di Porta Susa, ma su camion), il quartiere era costantemente ammorbato dal pesante fetore delle tripperie, dove si cuocevano gli intestini degli animali". Messori non è tenero al ricordare il Mattatoio, i suoi odori, le sue stragi. Superata via Duchessa Jolanda, arrivava "il sentore nauseabondo, grasso, che veniva dagli immensi calderoni dove cuocevano trippe e frattaglie. (…) Lo conobbi bene quell'assommoir degno di Zola, quell'inferno urbano, nascosto alla vista ma non al naso. La maggior parte dell'enorme area era un ammasso di costruzioni informi, impregnate sinistramente da un secolo di uccisioni, di sangue, di strida, di gemiti agonici. Nel silenzio della notte, passando lì davanti, sentivi muggire, nitrire, belare. Gli animali avvertivano di essere giunti al luogo della morte e sembravano invocare che qualcuno li liberasse". Tutto questo a un passo, ormai, dal cuore della città. Se il Mattatoio andava eliminato, per una questione igienica e pratica, non così andava abbattuto l'intero complesso. Messori ricorda che "andavano salvati l'edificio austeramente eclettico all'entrata, che ospitava gli uffici, nonché le pensiline ottocentesche in ghisa (che ricordavano Parigi con le sue Halles) dello scalo merci interno, dove un tempo arrivavano i vagoni con gli animali. Un ambiente ferroviario di grande suggestione e anche di sobria e nitida eleganza".

Stampa Sera lanciò una campagna per salvare dall'abbattimento gli edifici, ma sappiamo come è andata. Oggi, su quello che fu il Mattatoio ci sono il grattacielo, nuovo simbolo del XXI secolo, e un giardino silenzioso e frequentato dalle famiglie, a poca distanza il Palagiustizia. Un'area in forte rinnovamento, alla ricerca di una definizione non ancora trovata, ma lontana dal suo passato.


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