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martedì 18 febbraio 2014

Con il Pastiss la Cittadella di Torino era inespugnabile

Una delle prime cose che si leggono sulla Cittadella di Torino, voluta dal duca Emanuele Filiberto nel XVI secolo, è che fu una delle fortezze più all'avanguardia d'Europa, studiata a lungo anche dalle potenze avversarie, perché sostanzialmente imprendibile (potete leggere della sua straordinaria rete di gallerie sotterranee in questo post di Rotta su Torino).
Fu costruita a tappe forzate nei primi anni di regno di Emanuele Fiiberto, entrato a Torino nel 1563, dopo la restituzione del ducato ai Savoia, avvenuta con il Trattato di Cateau Cambresis (1559). Il duca la volle nell'angolo sud-occidentale delle mura cittadine, quello più esposto a un eventuale attacco nemico, non potendo contare su difese naturali. La Cittadella aveva forma pentagonale e dei cinque bastioni posti sugli angoli, i tre esposti verso la pianura dovevano essere dotati di ulteriori casematte, in grado di frenare l'avanzata nemica. I lavori iniziarono su quello che appariva il bastione più fragile, perché più esposto sul campo aperto, quello di San Lazzaro, a sud. Le casematte su esso costruite costituiscono uno straordinario sistema di difesa, che sorprende e meraviglia ancora oggi e che ancora oggi spiega come davvero la Cittadella torinese fosse all'avanguardia nelle strategie di difesa e assedio de XVI secolo. E' il Pastiss (pasticcio), così chiamato, in piemontese, per indicare la sua complessità costruttiva, quasi un pasticcio.
Posto sul vertice del Bastione, il Pastiss aveva una forma trilobata. La sua muratura esterna era spessa circa 140 cm e a circa 9 metri sottoterra, scendendo ancora in profondità, assumeva la forma di un muro doppio, con un'intercapedine vuota di circa un metro, coperta con una volta dotata a ritmo regolare di pozzi di aerazione. A cosa serviva quest'intercapedine? In caso di attacco sotterraneo con le mine, in voga a quei tempi, il muro esterno, spesso solo 30 cm, avrebbe ceduto, facendo sì che l'onda d'urto fosse assorbita dall'intercapedine e, soprattutto, dai pozzi di aerazione, lasciando così intatto il muro interno. "Se il nemico fosse riuscito ad avere ragione dello spesso muro superiore, si sarebbe trovato in un tratto della vasta camera da combattimento, che l'ingegnere militare Gabrio Busca, nel trattato Della Architettura Militare, definisce andito a biscia simile 'a labirinti" si legge nella rivista Opera Ipogea (n.1 2001).
Il muro doppio scendeva fino a circa 14 metri, impedendo al nemico di scavare ulteriori gallerie al di sotto e, dettaglio non secondario, di minare le fondamenta della costruzione: la falda acquifera su cui sorge Torino si trova a 16 metri di profondità; se i nemici avessero scavato sotto i 14 metri, sarebbero finiti nell'acqua.
Il Pastiss era stato concepito come una sorta di doppio forte, uno superiore e uno inferiore. "Quello superiore presentava camere a botte altre tre metri, con feritoie da moschetto a 120 gradi, per colpire all'esterno e nel fortino inferiore, che aveva volte alte 6 metri. Sul retro si trovava un ridotto con 6 cannoniere, puntate sul fossato, dove il nemico che vi fosse penetrato sarebbe stato sotto il fuoco incrociato tra il Pastiss e la Cittadella. Nel caso in cui il nemico fosse riuscito a entrare nel fortino inferiore, vi sarebbe rimasto intrappolato" scrive Claudia Bocca in Gli assedi torinesi. Sarebbe infatti finito nella camera da combattimento con andamento a biscia: la lunga camera era infatti spezzata da murature trasversali, a pettine, che potevano facilmente isolare gli ambienti con robuste grate fatte scendere dall'alto. E, una volta intrappolati e isolati nelle camere da combattimento, i nemici potevano essere attaccati con granate, penetrate dall'alto o attraverso le numerose feritoie  interne.
Niente era stato lasciato al caso, per rendere inespugnabile la Cittadella. La profondità dei muri sotto terra, i pozzi di aerazione per controllare le ondate d'urto delle mine e per impedire che i gas tossici si accumulassero fino a essere mortali, dimostrano profonde conoscenze geologiche, chimiche e strategiche, che generalmente ignoriamo appartengano al Rinascimento.
Del Pastiss, che se non fosse stato abbattuto si troverebbe nell'area dell'attuale corso Matteotti - corso Galileo Ferraris e dintorni (pensate quanto era enorme e distesa, la Cittadella!), oggi rimangono solo alcune gallerie, ampiamente danneggiate dalle fondamenta degli edifici su di esso costruiti. Riscoperto nel 1958, grazie all'impegno del generale Guido Amoretti (allora capitano), è oggi oggetto di scavi da parte degli archeologi volontari del Museo Pietro Micca. Sono state ritrovate le intercapedini dei muri, vari tratti della camera con andamento a biscia e alcune parti della camera da combattimento del livello superiore; importante anche il ritrovamento del collegamento tra il Pastiss e il bastione di San Lazzaro, una galleria alta tre metri riempita di terra. Peccato che i lavori di riscoperta di questa complessa e meravigliosa struttura, capolavoro dell'ingegneria e della strategia militare del XVI secolo, sia affidato solo ai volontari.
Nella foto, il Pastiss ricostruito da Gabrio Busca in Della Architettura Militare; le lettere indicano: H il vertice del Forte di San Lazzaro; I il fossato della Cittadella; L le cannoniere; N il cortile interno; o cinque pozzi di aerazione; P la camera da combattimento a pettine e andamento a biscia; Q le mura esterne.



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