giovedì 15 novembre 2018

A Trieste, per il Festival del Cinema Latino Americano

Sono a Trieste da alcuni giorni perché collaboro al Festival del Cinema Latino Americano. Sono giorni intensi, interminabili e divertenti, per gli incontri, le opportunità, gli imprevisti, le improvvisazioni, la creatività, la passione. Si parla spagnolo tutto il tempo, si incontrano registi e attori provenienti da tutta Latinoamérica, con esperienze di vita completamente diverse. Si incontrano persone di ogni età, appassionate e interessate, si ascoltano tutti gli accenti dello spagnolo, si condivide la tavola con persone che chissà se si rivedranno e che ti raccontano speranze, lavori e obiettivi, tra curiosità di gastronomia locale.

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Il Festival è appassionante, meriterebbe maggiore attenzione da parte dei media italiani, ma qui ci sarebbe un discorso lunghissimo sull'incapacità del giornalismo italiano di guardare oltre le Alpi e di ascoltare altre lingue che non siano l'inglese. Ci sono però state anche soddisfazioni professionali: la redazione di Tuttifrutti contattata per un servizio sul Festival, ha deciso di fare l'intera puntata da Trieste e con diversi servizi sulla città; La Stampa e Sentieri Selvaggi hanno dedicato un lungo articolo a testa al Festival. Fogli e radio di giovanissimi che chiedono interviste e non si perdono un film, tra esami e lavoro. C'è tutta un'umanità che vale la pena conoscere, perché si muove per passione e per condivisione di interessi.

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E poi c'è Trieste. Una città che ho scoperto molti anni fa, innamorandomene perdutamente, sempre grazie al Festival del Cinema Latino Americano, a cui avevo già collaborato all'inizio del secolo.È una città asburgica e mitteleuropea, ha architetture che sanno di Nord, colori freddi e modi a volte distanti. Ed è bellissima. Offre scorci di grande fascino, ha una storia lunghissima e appassionante, dalla Cattedrale di San Giusto al Castello di Miramare, è impossibile resisterle. Alle spalle di piazza Unità d'Italia, la piazza più bella d'Italia, unica ad affacciarsi al mare con quella regale solennità, ci sono stradine piene di locali in cui si mangia benissimo e si mescolano culture (e ci si perde anche, ma gli scorci valgono la pena e chi se ne frega, prima o poi si finirà davanti a un posto conosciuto, la piazza Unità d'Italia, piazza della Borsa o, addirittura, il Teatro Romano). Sono le vie che scoprirò nei due giorni che rimarrò a Trieste, alla fine del Festival del Cinema Latino Americano. Me li sono presi tutti per me, per andare finalmente al Castello di Miramare, per salire in tram a Opicina, per tornare alla Cattedrale di San Giusto e per stare finalmente tutto il tempo che mi pare sul Molo Audace, a guardare il mare.

Spero di riuscire a raccontare un po' di tutto quello che sto imparando e vivendo, prima di tornare a Torino.


mercoledì 14 novembre 2018

Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena, ultima regina di Sardegna

Alcuni giorni fa ho visitato il Castello di Moncalieri, di cui parlerò nei prossimi giorni. Mi è molto piaciuto e mi sono piaciute le donne che lo hanno abitato. Nonostante sia il Castello del Proclama di Moncalieri, con cui Vittorio Emanuele II chiese agli elettori del Regno di scegliere una maggioranza in grado di firmare la pace con l'Austria e le sue conseguenze, questa residenza sabauda è legata soprattutto a tre dame, Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena, moglie del Re Galantuomo e ultima Regina di Sardegna, la di loro figlia Maria Clotilde di Savoia e la di lei figlia Maria Letizia Bonaparte. Di Maria Clotilde, quasi santa, e di Maria Letizia Bonaparte, una sorta di Maria Olympia di Grecia ante litteram, ho già raccontato nel blog, seguite i link che ho indicato per leggere gli articoli. Rimane Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena, che, a leggere le sue biografie, ha tutte le caratteristiche di sofferenza, fede e discrezione che si chiedevano a una donna dell'Ottocento e a una regina.

Maria Adelaide Maria Adelaide

Iniziamo da Milano, dove la futura regina di Sardegna nacque nel 1822, figlia dell'arciduca Ranieri, vicerè del Lombardo-Veneto, e di Maria Elisabetta di Savoia, sorella di re Carlo Alberto. Come tante principesse dal possibile matrimonio regale, venne educata per essere una buona moglie e una buona madre: di suo amava leggere e ricamare, sapeva ballare, conosceva le lingue e aveva una buona conversazione. Quali aspirazioni personali avesse, non è dato sapere, del resto cosa volesse davvero una donna non è mai stato importante, fino a pochi decenni fa. Sappiamo però che era molto religiosa, come si conveniva alle ragazze bene del suo tempo. A 18 anni, nel Castello di Racconigi, incontrò il principe Vittorio Emanuele, suo cugino di primo grado, per una riunione familiare che doveva stabilire le possibilità di matrimonio tra cugini. Maria Carolina o Maria Adelaide, per il giovane principe? Pare che l'erede al trono avesse una predilezione per la prima, mentre sua madre Maria Teresa preferiva la seconda. Vinse la madre. Il problema di Maria Adelaide fu che si innamorò sul serio del futuro marito, scrivendogli lettere affettuose nei due anni che durò il fidanzamento, a causa dei lunghi negoziati.

Quando, il 12 aprile 1842, sposò Vittorio Emanuele, nella Cappella Reale della Palazzina di Caccia di Stupinigi, Maria Adelaide portava con sé un corredo nuziale di oltre 2200 capi e una dote di 200mila fiorini. A tanta ricchezza, non corrispose però altrettanta felicità. Il giovane principe, che divenne re nel 1849, dopo il disastro di Novara della Prima Guerra di Indipendenza, e che presto fu assorbito dalle strategie politiche per arrivare all'Unità d'Italia, non fu un buon marito. Fu sinceramente affezionato alla moglie, ma non innamorato: correva dietro a ogni gonnella, aveva figli sparsi per tutto il Regno, scappava da Rosa Vercellana, la Bela Rosin, ogni volta che poteva. Senza dimenticarsi di lasciare incinta la povera Maria Adelaide: tra il 1843 e il 1855 mise al mondo ben otto figli. Così la giovane regina di Sardegna, educata, docile e remissiva, come si chiedeva a una perfetta signora dell'Ottocento, subiva in silenzio i tradimenti del focoso marito e si rifugiava nella preghiera, nelle opere benefiche e nell'educazione dei figli.

Maria Adelaide mi fa pensare a una di quelle eroine dei romanzi d'appendice cari alle giovani lettrici dell'Ottocento: pallida, di salute cagionevole, innamorata dell'amore, più che dell'uomo che aveva accanto, pronta a sacrificarsi, per garantire il buon nome e il benessere della famiglia, fossero quella di origine o quella creata con il marito. Per decenni ci hanno spiegato che quello doveva essere il modello di riferimento femminile, per secoli una vera regina è stata quella che ha sopportato in silenzio i tradimenti del marito, guardandosi bene dal rendere pan per focaccia (quanto ho amato, invece, le duchesse e le regine che si sono altrettanto divertite!); ancora oggi, regine come Sofia di Spagna o Silvia di Svezia, che hanno accettato per anni le corna dei rispettivi sposi, Juan Carlos e Carl Gustav, nel nome del bene superiore della Corona e dei figli (o dei privilegi garantiti dalla posizione sociale?), sono state additate come "vere regine" o come "sovrane modello", contrapposte alle loro eredi più ruspanti, come Letizia, nella stessa Spagna, o Maxima nei Paesi Bassi e Mary in Danimarca, che probabilmente tali tradimenti non sopporterebbero con altrettanto aplomb.

Ma tornando a Maria Adelaide: che eroina dell'Ottocento sarebbe se non fosse morta giovane, a causa della salute cagionevole? A soli 33 anni, devastata dalle otto gravidanze, troppe per la sua salute malferma, iniziò a deperire. Il suo declino fisico fu impressionante: perse i capelli e poi i denti, fino a quando la debolezza costante, la febbre e infine una forte gastroenterite se la portarono via, tra grandi sofferenze. Al suo fianco, a tenerle la mano, fino all'ultimo respiro, re Vittorio Emanuele II. I principi di Savoia non sono stati dei grandi mariti, ma molti di loro hanno avuto grande lealtà verso le loro mogli, penso a Emanuele Filiberto, che non si sposò più dopo aver perso Margherita di Valois, ovviamente tradita con qualunque cosa si muovesse nel Ducato, o a suo figlio Carlo Emanuele I con l'Infanta Catalina, passando per re Vittorio Amedeo II e la regina Anna Maria di Borbone Orleans. E anche Vittorio Emanuele II, sempre infedele, si distinse per l'affetto verso la moglie agonizzante. Dopo di lei, che fu sepolta nella Basilica di Superga, non volle più sposarsi. Se per fedeltà al suo ricordo o a Rosa Vercellana, da cui tornava sempre, dopo le avventure galanti, non è dato sapere, ma è certo che rifiutò il matrimonio con principesse britanniche e tedesche, persino con la cognata Elisabetta di Sassonia, vedova del fratello Fernando. Il secondo matrimonio, morganatico, arrivò solo negli ultimi anni della sua vita, e fu una sorta di risarcimento per la bela Rosin.

Maria Adelaide è rimasta nella memoria dei torinesi attraverso diversi toponimi. Soprattutto, se visitate la Basilica della Consolata, non perdetevi la Cappella delle due regine, in cui sono ospitate due statue della regina e di sua suocera, Maria Teresa, che era anche sua zia: morte a pochi giorni di distanza l'una dall'altra (probabilmente la scomparsa di Maria Teresa fu il colpo definitivo per la giovane regina già minata nel fisico), sono ritratte da Vincenzo Vela in preghiera; splendide nel loro raccoglimento e nella definizione dei loro volti e dei loro vestiti.


martedì 13 novembre 2018

Quando in Cit Turin c'era il mattatoio di Torino

Nell'isolato in cui ci sono oggi il grattacielo di Intesa San Paolo e il Giardino Nicola Grosa, fino agli anni 70 del Novecento c'era il Mattatoio di Torino. Un po' difficile immaginarlo oggi, in posizione quasi centrale, ma quando fu costruito, nella seconda metà dell'Ottocento, era nella periferia cittadina, al di là della ferrovia di Milano, e permetteva di allontanare dal centro le attività considerate poco decorose come la macellazione e, allo stesso tempo, di controllare che tutti i procedimenti avvenissero secondo strette norme igieniche. La vicinanza della ferrovia facilitava anche il trasporto degli animali e delle loro carni.

Mattatoio di Torino  Mattatoio di Torino

Il nuovo Mattatoio fu progettato dall'architetto Antonio Debernardi, che si ispirò alle più avanzate soluzioni tecniche dell'epoca; fu realizzato proprio davanti al carcere Le Nuove, che si stava realizzando nello stesso periodo. A dare all'area una vocazione legata alla produzione della carne, ci fu anche il trasferimento del mercato del bestiame. Quando Torino iniziò a espandersi oltre la ferrovia e venne costruito Cit Turin, elegante quartiere della buona borghesia, la presenza del Mattatoio divenne ingombrante, fastidiosa, anacronistica, fino alla demolizione. La racconta Vittorio Messori in Il Mistero di Torino, il libro che ha scritto con Aldo Cazzullo. La sua premessa è che il destino di quest'area fu una delusione per lui, cronista di Stampa Sera: doveva diventare una "nuova city, il centro direzionale con il suo grappolo di scintillanti grattacieli. Tutto rimase naturalmente sulla carta" (se solo avesse saputo, pochi anni dopo).

Mattatoio di Torino grattacielo Intesa Sanpaolo

"Quella dei mattatoi, era una demolizione necessaria, oltre alla congestione di veicoli (gli animali non arrivavano più da molto tempo, sui raccordi ferroviari di Porta Susa, ma su camion), il quartiere era costantemente ammorbato dal pesante fetore delle tripperie, dove si cuocevano gli intestini degli animali". Messori non è tenero al ricordare il Mattatoio, i suoi odori, le sue stragi. Superata via Duchessa Jolanda, arrivava "il sentore nauseabondo, grasso, che veniva dagli immensi calderoni dove cuocevano trippe e frattaglie. (…) Lo conobbi bene quell'assommoir degno di Zola, quell'inferno urbano, nascosto alla vista ma non al naso. La maggior parte dell'enorme area era un ammasso di costruzioni informi, impregnate sinistramente da un secolo di uccisioni, di sangue, di strida, di gemiti agonici. Nel silenzio della notte, passando lì davanti, sentivi muggire, nitrire, belare. Gli animali avvertivano di essere giunti al luogo della morte e sembravano invocare che qualcuno li liberasse". Tutto questo a un passo, ormai, dal cuore della città. Se il Mattatoio andava eliminato, per una questione igienica e pratica, non così andava abbattuto l'intero complesso. Messori ricorda che "andavano salvati l'edificio austeramente eclettico all'entrata, che ospitava gli uffici, nonché le pensiline ottocentesche in ghisa (che ricordavano Parigi con le sue Halles) dello scalo merci interno, dove un tempo arrivavano i vagoni con gli animali. Un ambiente ferroviario di grande suggestione e anche di sobria e nitida eleganza".

Stampa Sera lanciò una campagna per salvare dall'abbattimento gli edifici, ma sappiamo come è andata. Oggi, su quello che fu il Mattatoio ci sono il grattacielo, nuovo simbolo del XXI secolo, e un giardino silenzioso e frequentato dalle famiglie, a poca distanza il Palagiustizia. Un'area in forte rinnovamento, alla ricerca di una definizione non ancora trovata, ma lontana dal suo passato.


venerdì 9 novembre 2018

The Art of Brick: i capolavori dell'arte riprodotti con i Lego da Sawaya!

Questa è una mostra che farà felici grandi e piccoli, da inserire immediatamente in agenda tra le cose da fare a Torino nei prossimi mesi. Dal 10 novembre 2018 al 24 febbraio 2019, alla Promotrice delle Belle Arti arriva The Art of Brick, ovvero la prima grande mostra di arte contemporanea che utilizza i mattoncini della Lego come unico mezzo artistico. A realizzare le opere, l'artista statunitense Nathan Sawaya, che ha ricreato sculture ispirate a grandi capolavori, come, per esempio, Monna Lisa di Leonardo, la Ragazza con l'orecchino di perla di Vermeer, il Bacio di Klimt o L'urlo di Munch. Immaginateli tutti tridimensionali, realizzati con i Lego.

Il bacio alla LEeo Testa Moai alla Lego

Secondo il comunicato stampa, "le opere sono vere e proprie sculture in grado di trasmettere sentimenti, emozioni e stati d’animo. La capacità di trasformare un giocattolo comune in un'opera ricca di significato, commovente e a volte provocatoria, insieme alla perfezione spaziale e alla concettualizzazione dell'azione, rendono Sawaya uno degli artisti indubbiamente più innovativi di tutti i tempi". E lasciando i superlativi e i complimenti che accompagnano troppo spesso i comunicati stampa, di sicuro una ricreazione del genere, una passeggiata nella storia dell'arte a base di Lego, non lascia indifferenti.

La mostra in arrivo alla Promotrice delle Belle Arti è una delle cinque di Sawaya attualmente in giro per il mondo; tra le novità che presenta, rispetto alle altre edizioni, ci sono una Testa Moai, ispirata dalle grandi statue dell'Isola di Pasqua, e un dinosauro a grandezza naturale; in un'area speciale, chiamata Anima, Sawaya darà libero spazio alla sua creatività e sarà presente Yellow, "protagonista della grafica identificativa della mostra, scultura iconica a grandezza naturale di un uomo che, aprendosi il petto, fa uscire dal suo interno migliaia di mattoncini Lego gialli come il sole. O come My Boy, che ricorda, a ruoli invertiti, la Pietà di Michelangelo". Un'anteprima per l'Italia è anche Division: "Tante mani che escono da un fiume rosso, protese verso un volo di corpi. Contrapposizione dei anime inferno/paradiso?! Forse…al pubblico libera interpretazione".

Al leggere il comunicato stampa mi chiedo quanti bambini usciranno da questa mostra con il desiderio di provare anche loro, a casa, a creare nuove figure e a dare spazio alla creatività (lasciateli fare, eh!).

The Art of Brick, alla Promotrice delle Belle Arti, al Parco del Valentino, in viale Diego Balsamo Crivelli 11, sarà aperta dal 10 novembre 2018 al 24 febbraio 2019; l'orario di apertura sarà da lunedì a venerdì 10-18, sabato, domenica e festivi 10-20. Il biglietto intero costa 14 euro, ridotto 12 euro (over 65, under 12), 10 euro (gruppi di mino 25 persone), 8 euro (scuole); ci sono poi pacchetti per le famiglie da 3 (due adulti e un bambino o un adulto e due bambini) per 35 euro o da 4 (due adulti e due bambini o un adulto e tre bambini): 44 euro; tutti i prezzi sono al netto dei diritti di prevendita (biglietti acquistabili direttamente alla cassa nei giorni e negli orari di apertura della mostra).


giovedì 8 novembre 2018

Torna CioccolaTò: eventi, degustazioni e appuntamenti da non perdere

Dopo qualche anno di assenza, torna CioccolaTò: dal 9 al 18 novembre 2018, in piazza San Carlo, tanti eventi e appuntamenti, divisi in tre blocchi tematici, Choco Talk, Choco Experience, Choco Kids (sì, un giorno scopriremo che siamo in Italia e anche usare l'italiano fa figo). Ci saranno laboratori e degustazioni, pensati soprattutto per i più piccoli.

Viaggi a Corte proporrà Cioccolato a Corte, ovvero un percorso di degustazioni nelle residenze sabaude e nei caffè storici torinesi che termina in Piazza San Carlo, con la visita alla Fabbrica del Cioccolato e del Gianduiotto. Somewhere proporrà invece un itinerario nel centro storico, per scoprire e assaggiare le golosità nate nel Piemonte più antico. Il 17 novembre, il Chocotram offrirà una cena gourmet, con un menù ideato per l'occasione (info www.gtt.to.it). Non potevano mancare gli chef stellati, protagonisti di showcooking in cui sveleranno segreti e ricette a base di cioccolato e cacao: il 10 novembre, lo chef Claudio Vicina di Casa Vicina, a Torino, propone "ravioli sabaudi" ripieni al gianduja, salsa allo zabaione al passito di Caluso e composta di albicocche candite; seguiranno poi Andrea Larossa del Ristorante Larossa di Alba (CN), Giovanni Grasso e Chiara Petracchini del Ristorante La Credenza di S. Maurizio Canavese (TO), Marcello Trentini del Ristorante Magorabin di Torino.

Tra le esperienze curiose offerte dalla kermesse torinese, anche la degustazione multisensoriale con Guido Gobino: il 9 novembre, dalle ore 17 alle 18, il maestro del cioccolato guiderà una degustazione in cui l'udito avrà un ruolo altrettanto importante, i partecipanti saranno infatti dotati di una cuffia, che accentuerà la concentrazione attraverso una selezione musicale. Ancora un'esperienza multisensoriale il 10 novembre, nel ChocoLab: il Choco Silent Cocktail Party proporrà un abbinamento speciale che mescola musica in cuffia stereo, cocktail, creati dai bartender di Affini e tapas dolci e salate a base di cioccolato.

CioccolaTò serve anche per parlare di educazione alimentare e di salute, per questo ci sono due appuntamenti importanti: il 10 novembre alle ore 11, nel ChocoLab, il professor Giorgio Calabrese, dialogherà con Guido Gobino, mentre domentica 11, dalle ore 11, consigli pratici per chi è in sovrappeso, pensando soprattutto ai bambini obesi (verrà presentato il progetto Bimbingamba ZeroSei della Compagnia di San Paolo, in collaborazione con la Regione Piemonte).

Per concludere (l'articolo, non le esperienze che potrete vivere da CioccolaTò), un concorso chiamato Nonni e nipoti al cioccolato, che invita a riscoprire e realizzare le antiche ricette dei nonni sulla torta del cioccolato. Per partecipare, bisogna inviare la foto o la ricetta di una torta a iscrizioni@cioccola-to.eu. Le tre ricette più originali, per decorazioni, creatività o legame con la tradizione si sfideranno il 18 novembre nel ChocoLab: nonni e nipoti vincitori verranno scelti da alcuni Maestri Cioccolatieri Piemontesi di Ascom, Epat e Conpait.

CioccolaTò è vulcanico, una carica di creatività per mostrare quanto il cioccolato sia versatile e possa dare di sé. È mancato per qualche anno, ma bentornato sia.

Il programma completo su https://www.cioccola-to.eu.