giovedì 17 gennaio 2019

Torino è stata fondata il 30 gennaio: la conferenza a Palazzo Madama

Dovendo immaginare il segno zodiacale di Torino, ho sempre pensato fosse una città d'Aria, in particolare dell'Acquario: mai uguale a se stessa, sempre protesa verso il futuro, sempre pronta a sperimentare, di tendenze laiche e progressiste... una vera Acquario! Ma di tante città romane è difficile stabilire la data di nascita, a parte la Caput Mundi, fondata da Romolo il 21 aprile del 753 a.C. (chi se ne frega se è solo una leggenda, è bello che una città europea abbia una data in cui riconoscersi e sentire l'orgoglio della propria identità). Fino a poco tempo fa non si immaginava neanche la data di fondazione di Torino. Poi archeologia e astronomia si sono unite nella ricerca. E il risultato sarà spiegato e raccontato a Palazzo Madama, il 26 gennaio 2019 alle ore 11, nella conferenza Il cielo sopra Augusta Taurinorum. Archeologia e astronomia definiscono la data di nascita di Torino.

Porta Palatina Porta Palatina
La Porta Palatina (con Giulio Cesare) a sin e via Garibaldi, antico decumano a des

Come hanno fatto archeologi e astronomi, a stabilire una data di fondazione per Augusta Taurinorum? "La ricerca multidisciplinare ha preso il via dalla rilettura delle fonti storico-archeologiche, dallo studio della gromatica etrusco-latina, per mezzo di una serie di rilevazioni sull'orientamento del decumano della città (l'attuale via Garibaldi) e da un’indagine d'archivio sui vecchi ritrovamenti archeologici. Si è quindi provveduto a ricostruire il cielo antico nel periodo augusteo, tenendo in considerazione il moto apparente di un Sole Vero, i possibili errori di misura, la rifrazione atmosferica e l'elevazione della collina, facendo uso della data giuliana in uso in astronomia e di un programma numerico elaborato ad hoc per definire le coincidenze calendariali tra l’azimut dell'asse viario principale e il corso del sole" spiega il comunicato stampa della conferenza.

La sorpresa è che tutte queste analisi hanno permesso di stabilire sia l'anno che il giorno della fondazione: il 30 gennaio del 9 a.C.. Tra pochi giorni, dunque, Torino compirà 2028 anni, continuando a essere città decisiva tra l'Italia e le Gallie, tra la grande pianura che dà accesso all'Italia alle Alpi, che la sorvegliano. Per capire meglio quali studi astronomici e quali rituali di origine etrusca si applicavano per fondare la città, c'è un bell'articolo di Amelia Carolina Sparavigna del Politecnico di Torino, la prima a proporre due date, in base al momento in cui il sole sorgente a est è perfettamente in asse con il decumano, ovvero via Garibaldi, secondo quanto stabilito dai rituali etruschi: il 10 novembre e il 30 gennaio. Il 26 gennaio sarà interessante, a Palazzo Madama, scoprire tutte le ragioni per cui Torino è nata in una giornata d'inverno del 9 avanti Cristo.

E poi c'è una nota privata e a suo modo emozionante: Torino e io condividiamo il giorno del compleanno. Chissà che questa data presunta e con un margine di errore di pochi giorni, secondo gli esperti, non possa essere adottata davvero e diventare una festa di compleanno. Magari, come a Roma il 21 aprile, il 30 gennaio, Natale di Torino, potrebbero esserci i Musei cittadini gratuiti e qualche iniziativa culturale che inviti torinesi e turisti a scoprire la città, nel giorno del suo compleanno.


mercoledì 16 gennaio 2019

La forza di Anne Marie d'Orléans, prima regina dei Savoia

Diceva re Luigi XIV di Francia, il Re Sole, che le principesse erano proprietà della Corona. E come tali venivano trattate, spedite come strumenti di riproduzione nelle diverse Corti europee, secondo gli interessi della dinastia in cui erano nate. Difficile per le principesse del sangue sfuggire a questo destino, spesso infelice: straniere e giovanissime, nelle loro nuove città erano spesso sposate a principi più anziani e dovevano convivere con amanti più o meno ufficiali, alle quali andavano spesso maggiori riconoscimenti e molto più potere. La Storia si è occupata pochissimo di loro e poco sappiamo, al di là di qualche ritratto e qualche documento conservato negli Archivi Storici.

Anna Maria d'Orléans Anna Maria d'Orléans

A questo destino non è sfuggita Anne Marie d'Orléans, prima regina di Sardegna in quanto moglie di Vittorio Amedeo II. Di lei si può almeno dire che fu scelta dall'allora giovanissimo principe sabaudo. Per lui sua madre, la seconda Madama Reale, Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, voleva un matrimonio portoghese, con l'Infanta Isabella, così da assicurarsi sia il controllo del potere a Torino (secondo gli accordi matrimoniali, il principe si sarebbe dovuto trasferire a Lisbona fino alla nascita dell'erede) sia il rapporto privilegiato con le rotte commerciali dell'allora esteso impero lusitano (a Palazzo Madama, non perdetevi la bella mostra Madame Reali: cultura e potere da Parigi a Torino, dedicata anche a Maria Giovanna Battista). Vittorio Amedeo si ribellò al progetto materno e si rivolse a Parigi, prendendo in moglie la principessa del sangue di più alto grado, così da stringere ulteriormente il legame con la Francia del Re Sole (la nonna di Vittorio Amedeo, Cristina, prima Madama Reale, era sorella di Luigi XIII, padre del Re Sole: i legami familiari erano quindi già strettissimi).

Luigi XIV non aveva figlie femmine, le sole principesse dei Borboni erano le figlie di Philippe, il Duca d'Orléans, unico fratello del sovrano. Anne Marie, nata il 27 agosto 1669, era la sua secondogenita, nata dal travagliato matrimonio con Henriette d'Inghilterra, figlia di Carlo I. A me al leggere questi nomi viene subito in mente Versailles, la bella, ma romanzatissima serie di Canal+, con Luigi e Philippe bellissimi, uniti e separati da un legame di amore-odio e, sostanzialmente, da una profonda lealtà del secondo verso il primo, in quanto Re. Ma Versailles e la Storia non hanno grandi rapporti.

Henriette, principessa di educazione più francese che britannica, fu piuttosto libera e fu uno degli amori di Luigi XIV, anche dopo il matrimonio con Philippe, che da parte sua aveva diverse storie omosessuali. Anne Marie non visse però gli alti e bassi del matrimonio dei suoi genitori: Henriette morì giovanissima, pochi mesi dopo averla data alla luce. Il padre si risposò presto con Elisabeth Charlotte, principessa Palatina, che ebbe per le figlie di primo letto del marito un amore materno mai venuto meno; di fatto le lettere che Anne Marie si scambiò con lei sono tra i pochi documenti rimasti della prima regina dei Savoia. A 15 anni, Anne Marie sposò Vittorio Amedeo, che aveva solo 3 anni più di lei, ma era già, come abbiamo visto, un giovane uomo determinato e vulcanico. Dopo le nozze per procura a Parigi, la giovane principessa raggiunse Chambéry, accompagnata dal padre fino a Juvisy-sur-Orge, poco più a sud di Parigi, e fino a destinazione dalla contessa di Lillebonne (la principessa palatina aveva accompagnato la primogenita del marito, Marie Louise, sposa di Carlo II di Spagna, fino a Bordeaux). Nell'antica capitale del Ducato, Vittorio Amedeo e Anne Marie si sposarono nuovamente e un paio di giorni dopo arrivarono a Torino; lei aveva già compiuto l'errore della sua vita: si era innamorata del marito.

Nella sua nuova città, la principessa non trovò una situazione migliore di quella lasciata a Versailles. Anche il Palazzo Ducale, nel suo piccolo, era il centro del potere, degli intrighi e dell'amore, come lo era Versailles in Francia. Il giovane sovrano aveva rapporti piuttosto tesi con la madre, Maria Giovanna Battista, che, visto fallire il piano matrimoniale per il figlio, fu costretta a rinunciare alla Reggenza. Non solo, Vittorio Amedeo, come ogni buon sovrano dell'epoca, non si faceva mancare le amanti, non solo quelle occasionali, ma anche quelle di lunga durata, come Jeanne Baptiste, contessa di Verrua, a lungo corteggiata e poi al suo fianco per una decina d'anni, per un malsano rapporto di gelosia, passione e sfruttamento reciproco. E, non fosse sufficiente, Anne Marie si mise subito all'opera per quella che era la sua principale funzione, ovvero garantire la continuità della Dinastia. Dal 1685 al 1705, mise al mondo sei figli, di questi quattro superarono l'infanzia: Maria Adelaide, la primogenita, sposò poi il principe Luigi di Francia e fu madre di Luigi XV, Maria Luisa fu regina di Spagna, accanto a Filippo V, Vittorio Amedeo, l'erede al trono, morì a 16 anni, nel 1715, lasciando nella disperazione il padre, e Carlo Emanuele ereditò il Regno di Sardegna.

Anche se poco si sa di lei e sembra che non ebbe ruoli politici né grande influenza sul marito, Anne Marie doveva avere una personalità piuttosto forte e una grande capacità di non farsi sopraffare dagli eventi, spesso dolorosi, della sua vita, in questo aiutata, molto probabilmente, sia dall'educazione regale che dalla fede religiosa. Fu un'ottima madre: per tutta la vita ebbe corrispondenza con le figlie spose all'estero e con la matrigna Elisabeth Charlotte. È lei che, quando Maria Adelaide arrivò alla Corte di Francia, per prepararsi a sposare l'erede Luigi, le scrisse per complimentarsi dell'ottima educazione della principessina, allora solo 11enne; l'altra sua figlia, Maria Luisa, in una delle sue corrispondenze, si chiedeva come fosse possibile, per chi la conosceva ,non amare sua madre. I suoi sentimenti nobili le fecero superare gelosie e umiliazioni private: quando la Contessa di Verrua fuggì da Torino e riparò a Parigi, Anne Marie si prese cura dei due figli nati dalla relazione con Vittorio Amedeo. E curò lo stesso sovrano quando, in Francia, durante una delle sue guerre, si ammalò di vaiolo: gli chiese il permesso di raggiungerlo per prendersi cura di lui, il permesso le fu accordato e lei non lasciò il capezzale del marito fedifrago fino a quando non fu guarito. Fu lei a mediare nei rapporti tesi che il Duca intratteneva con la madre e fu ancora lei a non voler essere pedina del Regno di Francia, al rispondere agli emissari che i suoi interessi coincidevano con quelli del Duca di Savoia.

A lei, trasparente per tante cose, Vittorio Amedeo affidava la Reggenza quando le numerose guerre lo portavano via da Torino e dagli affari correnti del Ducato. Segno di un rispetto e di un valore di cui la Storia non ha riportato grandi tracce.

Nel 1714, con il Trattato di Utrecht, Vittorio Amedeo divenne Re di Sicilia e volle visitare il nuovo possedimento in compagnia della moglie, elegante, impeccabile e regale; qui conobbe Filippo Juvarra, che lo convinse a portarlo con sé a Torino, disegnando una sontuosa carrozza per Anne Marie. Per lei, il brillante architetto siciliano ridisegnò Villa della Regina, che era la Vigna del Cardinal Maurizio, prozio di Vittorio Amedeo, e che Anne Marie ebbe poi come propria residenza del cuore (qui morì, nel 1728, il giorno prima del 59° compleanno): sono passati tre secoli, ma quel nome, Villa della Regina, parla ancora di lei, di Anne Marie, prima regina della dinastia sabauda.

Sulla regina Anna Maria, di cui così poco si sa, c'è un bel libro, Anna Maria d'Orléans. Regina di Sardegna Duchessa di Savoia di Maria Teresa Reineri, ripubblicato dal Centro Studi Piemontesi recentemente.


martedì 15 gennaio 2019

Quando nel Parco del Valentino c'era un laghetto

Il Parco del Valentino è uno dei luoghi più riconoscibili dell'identità torinese e forse anche per questo anche lui non sta mai fermo e si trasforma continuamente. Le sue origini si perdono nel tempo, le prime documentazioni di un luogo chiamato Valentino, lungo le rive del Po, sono medievali. Nel XVI secolo, con Emanuele Filiberto di Savoia, che porta definitivamente la capitale del suo Ducato a Torino, il Valentino entra nell'immaginario sabaudo: il suo Castello è una delle residenze predilette sia del Duca che della moglie, la principessa francese Marguerite di Valois. Poi nel XVII secolo, la grande trasformazione: Carlo Emanuele I regala la residenza alla nuora Cristina di Francia, che la trasforma secondo il gusto barocco della sua terra e gli dà l'attuale aspetto. Tutt'intorno alla residenza sabauda, il grande parco, che non ebbe mai una sistemazione definitiva.

Lago Parco del Valentino Lago Parco del Valentino
Il lago del Parco del Valentino, sin, e il prato che ne ha preso il posto (da Google Streetview), des

Quando, nel XIX secolo, divenne uno spazio cittadino, slegato dal suo Castello, il Parco del Valentino fu trasformato in uno spazio per le passeggiate e il tempo libero dei torinesi. Il primo progetto fu ispirato dall'architetto francese Barillet-Deschamps, che si rifece al gusto dell'epoca: viali, sentieri, boschetti, piccole colline, prati, una sistemazione all'inglese che riproduceva un'idea di natura selvaggia, ma ampiamente controllata dai progettisti. È in quest'epoca, siamo alla metà dell'Ottocento, che il Parco venne dotato di un piccolo lago. Non ne abbiamo memoria: non ne è rimasta traccia, ci sono solo poche foto d'epoca, che immortalano questo specchio d'acqua e, in lontananza, gli alti tetti francesi del Castello.

D'inverno il laghetto era una patinoire, la prima pista di pattinaggio su ghiaccio per i torinesi. Ma cosa fare di questo spazio nella bella stagione, quando a tutto si pensava meno che a pattinare sul ghiaccio e, del resto, le condizioni atmosferiche tutto permettevano meno il ghiaccio? Venne creata una grande vasca per un laghetto artificiale, in cui divertirsi con piccole barche a remi. Al vedere le foto, il pensiero corre subito al Parque del Retiro di Madrid, anch'esso dotato di un lago artificiale (vabbe', tutti i grandi parchi cittadini, da Central Park a New York a Hyde Park a Londra, sono dotati di laghetti), che anche oggi ha queste atmosfere un po' ottocentesche ed è utilizzato da piccole imbarcazioni, da bambini che scoprono l'acqua e da coppie che passeggiano lungo le rive mano nella mano.

A Torino, il lago ebbe una vita non lunghissima. Fu interrato negli anni '30 del Novecento e poi definitivamente smantellato nel 1958, in vista di Italia '61. Il laghetto era infatti nell'area di Torino Esposizioni: oggi al suo posto ci sono anche un grande prato e il Quinto Padiglione di Torino Esposizioni, che è sotterraneo e che il Politecnico intende trasformare in aule e spazi di formazione per i suoi studenti. Tutto encomiabile, ma che perdita, quel romantico laghetto, in cui si specchiavano alberi e lungo il quale si poteva passeggiare in tutte le stagioni! Quanto sarebbe stato  frequentato, nel Parco più amato della città, e quanto sarebbe stato instagrammabile, in questi nostri giorni così social?


lunedì 14 gennaio 2019

I 100 anni di Valentino Mazzola, celebrati allo Stadio Filadelfia

Il primo dei grandi anniversari del 2019 è imminente e tocca da vicino i tifosi del Torino: il 26 gennaio 2019 il capitano Valentino Mazzola, l'unico Capitano che tutti i granata riconoscono, anche senza averlo mai visto giocare, avrebbe compiuto 100 anni (il 4 maggio 1949 lo fermò a 30 anni, anche se il suo volto da primo Novecento lo faceva sembrare più anziano... quanto siamo cambiati da allora!).

Valentino Mazzola Valentino Mazzola

Come celebrare uno dei giocatori più amati del calcio italiano? Il Torino dedicherà al suo capitano un triangolare dei Pulcini 2008 allo Stadio Filadelfia, in cui Valentino scrisse le sue pagine famose (chi non ha mai avuto un nonno o un parente anziano che abbia raccontato di quella volta che il Toro era sotto di due gol, mancava niente alla fine della partita e allora capitan Valentino si è rimboccato le maniche, ha chiamato i suoi alla riscossa e in meno di un quarto d'ora ha sovvertito il risultato?). I giovanissimi del Torino, del Venezia e dell'Inter si disputeranno un piccolo torneo che è soprattutto dei sentimenti: il Toro e il Venezia sono le due squadre della carriera di Valentino, l'Inter è la squadra dei suoi figli, Sandro e Ferruccio, in particolare Sandro, grande nerazzurro che a 76 anni è la memoria di famiglia.

In questo 2019, inoltre, Torino dedicherà all'indimenticato Capitano granata una via, intorno allo Stadio Filadelfia; lo ha confermato il presidente della Commissione Toponomastica della Città Fabio Versarci, che ha anche chiesto scusa "per il ritardo di tutti questi anni". Non è ancora chiaro quale sarà la via che cambierà il nome, ma sarebbe davvero bello che l'annuncio arrivasse presto, in questo 2019 in cui si ricordano anche i 70 anni dalla tragedia di Superga, che il 4 maggio 1949 si portò via il Grande Torino. È una dedica che emoziona Sandro Mazzola, come ha scritto in un bell'articolo pubblicato sul Corriere della Sera (che siate o meno granata, leggetelo, è davvero bello): "Dico ancora grazie a chi ha pensato e promosso questa iniziativa, al presidente Urbano Cairo e al Corriere della Sera. Il nostro calcio, la nostra società, ha bisogni di buoni esempi. I bambini che leggeranno 'via Valentino Mazzola' chiederanno ai loro genitori di chi si tratta e si sentiranno raccontare una storia bellissima. La storia che racconterei io avrebbe sicuramente un'immagine di copertina, quella di un bambino fiero del suo papà, che cammina sul terreno del Filadelfia tenendolo per mano, guardandolo dal basso verso l'alto, con la Basilica di Superga lassù nel cielo".


domenica 13 gennaio 2019

A Cadice, tra le città da visitare nel 2019 per il New York Times

Per il New York Times e per tripadvisor ci sono anche Cadice e la sua provincia tra le mete turistiche da non perdere nel 2019. Come non condividere: c'è sempre una buona ragione per andare a Cadice, la più antica città dell'Europa Occidentale, con i suoi 3000 anni di storia (ve l'ho raccontato in quest'articolo). Dal Carnevale alle spiagge, dal profumo del mare nelle viuzze del centro storico alle piazze frondose in cui arriva la brisa, la brezza, dalla passeggiata lungo i bastioni della città fortificata alle tapas, da gustare nei bar davanti agli scorci gaditani, dai tramonti sull'Oceano alle viste dal campanile della Cattedrale, Cadice vale la pena in tutte le stagioni.

Vista di Cadice dalle fortificazioni piazza di Cadice

Per il New York Times, tre le ragioni per cui visitare Cadice e dintorni nel 2019. Ve le segnalo tutte, perché le condivido. Al primo posto, la gastronomia, che è sempre uno degli elementi di forza dell'Andalusia; ci sono nuovi locali a Cadice, e al quotidiano newyorkese sono piaciuti in particolare il Saja River, un gastrobar in stile western, il Codigo de Barra nella plaza de La Candelaria, una delle più belle della città, e poi, sull'altro lato della Bahía (cosa sarebbe Cadice senza la sua Bahía?), Aponiente di Angel León, con 3 stelle Michelin, al Puerto de Santa María, e Alevante, ristorante dell'Hotel Meliá Sancti Petri di Chiclana de la Frontera. Dalla gastronomia al vino, che è la seconda ragione per cui visitare Cadice; da non perdere il triangolo formato da Jerez de la Frontera, El Puerto de Santa María e Sanlúcar de Barrameda, il territorio dello cherry e della manzanilla, delle bodegas, dei nuovi ristoranti fortemente legati alle tradizioni andaluse; qui, in questo territorio si mescolano l'allevamento dei tori e dei cavalli, la coltivazione della vite, la produzione dei vini, la sperimentazione gastronomica che rende speciale l'Andalusia, terra di incontro di continenti, Africa, America, Europa (è la terra dove inizia l'Europa, diceva un famoso spot della birra Cruzcampo, rovesciando tutte le prospettive). E poi, tra Barbate e Vejer de la Frontera, a sud di Cadice, tra le spiagge gaditane più belle, c'è la Fundación NMAC Montenmedio, che ogni anno invita artisti di ogni angolo del mondo a realizzare progetti artistici ispirati da storia, paesaggi e materiali del territorio; si è formata così nel tempo una collezione che conserva lavori di Marina Abramovic, Maurizio Cattelan, Olafur Eliasson, Santiago Serra; all'interno della finca che ospita la Fondazione c'è anche un hotel.

gastronomia Cadice mangiare a Cadice

L'inclusione di Cadice tra i luoghi da non perdere nel 2019 è molto piaciuta alla stampa spagnola. El País ha fornito così ulteriori ragioni per visitare la città e la sua provincia. Ed eccole qui, nel caso abbiate ancora qualche dubbio. La prima ragione è il Carnevale di Cadice, il più irriverente e divertente di Spagna, che dà finalmente sfogo allo spirito salace dei gaditani e che quest'anno si terrà dal 28 febbraio al 10 marzo; seguono poi il Barrio del Pópulo, il più antico della città, in cui i resti romani convivono con i locali di musica dal vivo e tapas (El País segnala il Pay Pau, l'Archivo de indias e il Pasaje Genovés), e la Cadice più habanera, ovvero quella passeggiata lungo le fortificazioni in cui lo skyline gaditano assomiglia incredibilmente a quello della sua gemella caraibica. Lasciando la città, El País suggerisce di seguire gli itinerari fenici, tra Baelo Claudia ed El Puerto de Santa María, dove sono venuti alla luce nuove importanti testimonianze della presenza fenicia sulla costa; Sanlúcar de Barrameda e l'estuario del Guadalquivir sono un'altra meta da non perdere: Sanlúcar, cittadina di mare un tempo frequentata dagli aristocratici e ancora oggi chic e profondamente andalusa, famosa per le sue corse di cavalli sulla spiaggia (d'estate), possiede una gastronomia di mare da provare, bodegas da visitare ed è la chiave di accesso al Parque de Doñana. Più a est, quasi dove l'Europa guarda l'Africa, Conil, Barbate e Tarifa sono le città della tonnare, attività plurisecolare che attira grandi chef e che ha dato vita agli itinerari di tapas de atún de almadraba. In questa stessa zona, ci sono ben tre parchi naturali e alcune delle spiagge più belle dell'Andalusia, bianche, lunghe e poco frequentate; poco più in là, seguendo la costa verso oriente e nel punto più meridionale dell'Andalusia, quasi a toccare l'Africa, c'è Tarifa, il paradiso dei surfisti, un tempo città d'elezione degli hippies di tutta Europa. Nell'interno della provincia, ci sono i pueblos blancos, piccole cittadine abbarbicate sulle colline della Sierra, il cui fascino risiede negli scorci, nelle chiese barocche, nell'artigianato tradizionale, nell'architettura andalusa di balconi in ferro battuto, patios fioriti e strade antiche.

Jerez de la Frontera tramonto gaditano

C'è sempre una bella ragione per scoprire il fascino gaditano e per ritornare a Cadice e dintorni, in qualunque stagione, credetemi.