venerdì 15 febbraio 2019

Nella chiesa del Santo Volto, la luce calda che parla del divino

La considero la più bella chiesa di Torino dopo San Lorenzo, in piazza Castello, ma era da tempo che non entravo nella chiesa del Santo Volto, sul lato occidentale del Parco Dora. L'ho fatto in una giornata d'inverno, di quelle con la luce lattiginosa di febbraio. E ogni volta che entro in questa chiesa rimango affascinata.

chiesa del Santo Volto chiesa del Santo Volto

All'esterno ha la forma di un ingranaggio, per rendere omaggio al passato industriale di Spina 3, ed è rivestita di laterizi, secondo il gusto del suo autore, Mario Botta, e di nuovo in omaggio a Torino (si pensi a Palazzo Carignano, al Palazzo dell'Accademia delle Scienze, sede del Museo Egizio, e ai Quartieri Militari, con le loro nobili facciate in mattoni). Le alte torri si alternano ai vuoti, senza dare una vera e propria facciata all'edificio e senza lasciare immaginare la sorpresa dell'interno. Perché la parte più bella della chiesa del Santo Volto è la sua sala interna. Dalla freddezza dell'"ingranaggio" alla luce morbida e avvolgente dell'interno. Il rivestimento in legno dà subito un'immediata sensazione di calore e di accoglienza; l'immagine dell'Uomo della Sindone, sul fondo dell'altare, ottenuta con una sorta di tessitura di pietre "pixelate", commuove e coinvolge sin dall'ingresso. E poi questa luce, che arriva dalle torri svuotate e che illumina indirettamente l'altare e le cappelle a esso vicine. La metafora della salvezza che arriva dall'Alto e della Luce che illumina i cuori per salvarla è la stessa della chiesa di San Lorenzo, ma diversa è l'immagine della condizione umana, non sono passati invano tre secoli. In San Lorenzo, Guarini immagina un uomo avvolto dalle tenebre, che solo attraverso Dio può trovare la salvezza: la luce piove su colori e marmi scuri, illuminati dalla Luce. Botta vede la Luce anche come metafora dell'accoglienza, del calore, un Dio più paterno e più gentile, probabilmente, che ci fa sentire amati sin dall'ingresso. Perché una cosa bella della chiesa del Santo Volto è che invita davvero alla preghiera, al raccoglimento, al rapporto con questo Dio che tutto avvolge.

chiesa del Santo Volto chiesa del Santo Volto

A rendere straordinaria l'atmosfera interna del Santo Volto è anche la volta, la più bella di un edificio religioso torinese, secondo me, insieme alle cupole di San Lorenzo e della Cappella della Sacra Sindone, entrambe di Guarino Guarini. I pieni e i vuoti che si alternano all'esterno ritornano anche all'interno, con spicchi pieni e vuoti: dai vuoti scende la luce indiretta delle torri, dai pieni si formano le sette grandi costole che corrono verso il tamburo centrale. Una volta che ha richiesto una costruzione complessa, a causa delle spinte: "Il tamburo centrale è stato costruito e gettato per primo in modo che potesse esercitare da subito la sua funzione di perno d'appoggio per le solette inclinate a loro volta base di appoggio delle torri. La costruzione delle torri è avvenuta in seconda battuta proprio per evitare le spinte eccentriche che il loro appoggio avrebbe creato. Le torri sono state realizzate due a due in opposizione l'una con l'altra" spiega www.archimagazine.com. L'effetto finale è di grande impatto e contribuisce alla magia di questa chiesa.

chiesa del Santo Volto chiesa del Santo Volto


Siate torinesi o turisti, vale davvero la pena che inseriate la chiesa del Santo Volto nei vostri itinerari in città.


giovedì 14 febbraio 2019

Con la Torino Wine Week, cene, degustazioni e laboratori sul vino

Si pensa che il vino sia cosa d'autunno, dopo la vendemmia, e invece no. La prima Torino Wine Week si terrà dal 18 al 24 febbraio 2019 e offrirà tanti incontri, conferenze e degustazioni, per far conoscere il vino prodotto nel Torinese e in Piemonte. Centro della kermesse, Palazzo Carignano, dove sarà allestito il Salone del Vino, uno spazio con oltre 3 produttori e un'area degustazioni curata dai Maestri del Gusto; al Salone parteciperanno produttori provenienti da tutt'Italia. Intorno al Salone, tra Vanchiglia, San Salvario e il Quadrilatero, cene, lezioni, degustazioni, con l'obiettivo di fare di Torino e del Piemonte, prima regione in Italia per numero di DOC/DOCG e seconda per export, uno dei punti di riferimento nazionali anche nell'organizzazione di manifestazioni enoiche.


Per partecipare alla Torino Wine Wekk bisogna munirsi della Wine Pass, che costa 5,99 euro ed è in vendita su www.weezevent.com; la card dà diritto d'ingresso a tutti gli eventi della manifestazione, con sconti speciali nelle degustazioni. Le prenotazioni degli eventi che la richiedono vanno effettuate su www.eventbrite.it. Il Salone del Vino apre il 23 febbraio dalle ore 11 all'1, il 24 febbraio dalle ore 11 alle 22. Il calendario degli eventi è il seguente:

18 febbraio 2019, ore 18
Bollicine - Metodi, classificazione e tipologie
Degustazione
Organizzato da Torino Wine Week
Flutz, via Gian Francesco Bellezia 33

19 febbraio 2019, ore 18
Vini dell'Alto Piemonte
Degustazione
Organizzato da Cantina Comero
Barotto, via Giuseppe Baretti 8

20 febbraio 2019, ore 18
Vino dell'Alto Piemonte
Degustazione
Organizzato da Paolo Ferri Wines
Ristorante Piemonte in Bolla - Via Claudio Luigi Berthollet, 23/A

21 febbraio 2019
Cena organizzata da Azienda agricola Valdinera
Osteria Il Porto, via Gian Francesco Bellezia 9
35euro / 30euro con Wine Pass / Prenotazione obbligatoria

22 febbraio 2019
Cena organizzata da Azienda agricola Valdinera
Osteria Al Tagliere, via Corte d'Appello 6
35euro / 30euro con Wine Pass / Prenotazione obbligatoria

23 febbraio 2019, ore 15.30
Masterclass ad accesso libero con Wine Pass
Presentazione del territorio del Roero
Museo del Risorgimento, via Accademia delle Scienze 5

24 febbraio 2019
ore 14
Masterclass + Degustazione ad accesso libero con WinePass
Arneis del Roero
ore 16.30
Masterclass + Degustazione ad accesso libero con WinePass
Nebbiolo del Roero


mercoledì 13 febbraio 2019

Il giuramento di Torino ad Amedeo, il primo Savoia a intuire la sua importanza strategica

Torino non è un'invenzione del duca Emanuele Filiberto. Quando, nel 1563, il vincitore di San Quintino trasferì la capitale del suo Ducato da Chambéry a Torino, la piccola cittadina ai piedi delle Alpi era sì ancora chiusa nelle sue mura romane, ma aveva già iniziato il suo cammino per diventare la città più importante dello Stato. Lo aveva iniziato poco più di un secolo prima, sotto uno dei duchi più carismatici della dinastia sabauda, Amedeo VIII. Salito al trono nel 1391, a soli 8 anni, seppe muoversi abilmente nella Francia che iniziava il processo di unità nazionale, difendendo la sua Contea sulle Alpi, cercando il consenso dell'Imperatore alle sue mire espansionistiche, puntando a uno sbocco sul mare attraverso la valle del Rodano. La messa in sicurezza dei possedimenti sabaudi iniziò con l'assorbimento di alcune signorie, a nord, verso Ginevra, si assicurò il Genevese, a Est, oltre le Alpi, ottenne il vassallaggio del potente Marchesato di Saluzzo, a Torino regnava il ramo cadetto degli Acaja.

 Giardino Medievale di Palazzo Madama
L'aspetto medievale di Palazzo Madama, fortezza degli Acaia

E furono gli Acaia a fare di Torino uno dei centri più importanti della pianura. Una pianura di città ambiziose come Pinerolo e Fossano, come Savigliano e Moncalieri, in grado di rivaleggiare con la piccola città chiusa ancora nelle antiche mura. Ma nel 1406 Torino venne scelta per fondare l'Università e fu questa decisione a darle nuova linfa, attraverso il sapere e la cultura. Poi, il 16 dicembre 1418, 600 anni fa, nell'attuale Palazzo Madama, il giuramento di fedeltà ad Amedeo VIII, diventato due anni prima Duca di Savoia, il primo della sua dinastia. Alla morte di Ludovico, infatti, gli Acaja si estinsero e la città ai piedi delle Alpi passò al ramo principale dell'intricata famiglia sabauda. È una delle date più importanti della storia di Torino e probabilmente d'Italia: con l'assorbimento dei territori italiani degli Acaja, i Savoia formarono finalmente quello Stato unico che Amedeo aveva perseguito sin dalla sua ascesa al trono. E il giuramento di fedeltà di Torino aprì loro le porte della pianura padana e dell'Italia, con le conseguenze che conosciamo. Per riconoscere la centralità dei territori italiani negli interessi dinastici, Amedeo istituì un nuovo titolo, quello di Principe di Piemonte, assegnato al suo primogenito e da allora, fino alla caduta della monarchia in Italia, titolo dell'erede al trono.

Le diverse tradizioni del nuovo Stato furono affrontate da Amedeo con un nuovo Codice comune, per semplificare le diverse leggi, riaffermare l'autorità del sovrano sui suoi vassalli e sui Comuni, riorganizzare l'amministrazione statale attraverso il Consiglio Ducale. Il Duca confermò la supremazia di Torino sulle altre città piemontesi assegnandole la sede italiana del Consiglio Ducale (a Chambéry la sede della Savoia: il dualismo tra le due città era già iniziata); suo figlio Ludovico, Principe di Piemonte, si inserì in questa linea pochi decenni dopo, assegnando al Castello di Torino la sede fissa del Consiglio Cismontano, fino ad allora itinerante tra i castelli di Pinerolo, Torino e Fossano.

Amedeo continuò a muoversi tra Francia e Italia, mantenendo sempre ottimi rapporti con l'Impero, per trovare legittimazione nelle sue ambizioni espansionistiche. Una vita appassionante, la sua, in quell'epoca inquieta che fu il passaggio dal Trecento al Quattrocento, con i primi embrioni dei futuri Stati nazionali. Fu il primo Duca sabaudo a occuparsi di politica italiana, proponendosi come mediatore tra Milano e Venezia, ridimensionando le mire del Marchesato monferrino e cercando nuovi rapporti con il Regno di Napoli, attraverso il matrimonio tra la figlia Margherita e Luigi III d'Angiò, che poi non fu portato a termine. E fu il primo a intuire l'importanza strategica di Torino nel destino della sua dinastia.


martedì 12 febbraio 2019

Quando c'era il Gran Premio del Valentino, risposta subalpina a Monaco

Se fosse durato, sarebbe potuto diventare l'altro circuito cittadino glam della Formula 1: la risposta subalpina al mediterraneo Gran Premio di Monaco. Fascino non mancava, al Gran Premio del Valentino, che si svolse nella prima metà degli anni 50, come gara fuori dal Campionato di Formula 1, nel Parco del Valentino di Torino. Vi presero parte i più importanti piloti e le case automobilistiche più prestigiose dell'epoca: Alberto Ascari e Luigi Villoresi, Juan Manuel Fangio e Stirling Moss, la Ferrari e la Maserati, la Lancia e la Talbot.

Gran Premio del Valentino Gran Premio del Valentino

Le foto dell'epoca documentano una pista cittadina, tra i palazzi di corso Massimo d'Azeglio e le rive del Po (la pista toccava il Castello del Valentino si scendeva fino al Borgo medievale, poi dal ponte Isabella si raggiungeva il ponte Vittorio Emanuele III, si percorreva corso Massimo d'Azeglio fino a corso Vittorio Emanuele II per rientrare nel Parco); c'erano misure di sicurezza improbabili come le balle di fieno, con un pubblico partecipe e attento. Davanti al Castello del Valentino, c'è ancora, in marmo, la posizione di Alberto Ascari sulla griglia di partenza, immortalata in marmo.

Gran Premio del Valentino Gran Premio del Valentino

Ci sono episodi entrati nella storia, come Alberto Ascari che esce di pista a pochi giri dalla fine e consegna la vittoria al rivale Luigi Villoresi; o, ancora prima nel tempo, Tazio Nuvolari che taglia il traguardo tenendo in mano il volante, spezzatosi dal piantone dello sterzo. Un Gran Premio che si è tenuto per pochi anni, ma che aveva tutte le caratteristiche per diventare una gara cittadina di grande fascino, davvero in grado di rivaleggiare con la gemella monegasca. E chissà se, come per la corsa del Principato, si sarebbero cercate tutte le misure di sicurezza più moderne, per permettere ai bolidi di continuare a sfrecciare tra gli alberi del Parco (come oggi è inimmaginabile la Formula 1 senza il Gran Premio di Monaco, chi lo sa, sarebbe stato impossibile immaginarla senza la gara torinese). Le fotografie raccontano il fascino eterno delle monoposto e della velocità associati a un Parco plurisecolare e a monumenti storici; il binomio auto e Torino che mantiene intatta la sua magia.

Le foto, da Torino Sparita di skyscrapercity.com e dal sito di Pietro Fontanella.


lunedì 11 febbraio 2019

L'originale appartamento di ringhiera by Andrea Bella, con bagno a vista e verde verticale

Un piccolo appartamento di ringhiera di circa 65 mq, nel centro storico di Torino, trasformato in uno spazio contemporaneo, con un originale bagno a vista e un arredamento firmato in larga parte Ikea. Una trasformazione fascinosissima, realizzata dall'architetto Andrea Bella, che ha saputo usare le 'debolezze' dell'appartamento per trasformarle in punti di forza. "Il proprietario è un single, che voleva spazi luminosi e aperti, con percorsi fluidi. L'appartamento originario era molto diverso, con bagno cieco lunghissimo e con altre due stanze che definivano gli ambienti in modo geometrico" commenta.

Mosswall by Andrea Bella Andrea Bella

Il progetto di Bella ha praticamente demolito tutte le pareti esistenti, con i rinforzi strutturali conseguenti. "Abbiamo ottenuto una sorta di open space, secondo i desideri del proprietario. La sfida vera è stata portare luce al bagno e per farlo abbiamo considerato che il cliente abita da solo, quindi i problemi di privacy sono limitati". È nato così un bagno originale, con una parete vetrata, completamente trasparente, che Bella considera "una provocazione" e che lascia vedere al suo interno un muro di verde verticale a metà altezza con un lavandino; sull'altro lato del muro, invisibile dall'esterno, i sanitari, e, sul fondo, la cabina doccia. Quest'ultima è rivestita di lastre di kerlite, che ne accentuano la profondità e danno il termine visuale alla prospettiva dall'esterno. Il bagno è sistemato nel centro dell'appartamento e dei suoi percorsi ("Era l'unico spazio con la luminosità giusta e capace di garantire quella continuità di spazi richiesta").

Mosswall by Andrea Bella Mosswall by Andrea Bella

La sua centralità ha richiesto anche una sorta di giustificazione estetica, una sua connotazione precisa, "per questo abbiamo creato un giardino d'inverno, che dichiarasse subito il suo destino funzionale, ma senza che questo prendesse il sopravvento: da qualunque parte si guardi il bagno, dall'esterno, si vede solo il lavandino incastonato nella parete verde, cosa che in fondo potrebbe succedere anche in un giardino; di tutto il resto non si vede niente". La parete vetrata, che garantisce la luce naturale, ha una tenda che si muove dal basso verso l'alto per garantire la privacy: in questo modo chi occupa il bagno può alzarla all'altezza che desidera senza perdere la luce (se scendesse dall'alto necessariamente si perderebbe la luce dall'alto e la parte bassa, visibile, non offrirebbe la privacy richiesta).

Mosswall by Andrea Bella

Il bagno è dotato di due antibagni, uno verso la cucina, usato anche come lavanderia e ripostiglio, l'altro verso la zona notte, trasformato in spogliatoio e camera degli armadi, anche se passante. Il verde che incornicia la parete vetrata e quella del lavandino, al suo interno, è costituito da muschi naturali, bloccati e stabilizzati; è un verde che non richiede alcuna manutenzione straordinaria, se non una più o meno stabile umidità ambientale, che è quella che si trova nelle abitazioni.

Mosswall by Andrea Bella Mosswall by Andrea Bella

Il bagno è il centro dell'appartamento, si diceva; gli altri spazi gli sono stati organizzati intorno. Da una parte la zona notte: "Era lo spazio geometricamente più adatto per accoglierla" commenta Bella. Dall'altra l'area giorno, con l'isola per la cucina, dotata di un piano di vetro, che la trasforma anche in una sorta di piano bar,  e con il divano multiuso. I mobili, che a prima vista sembrano progettati su misura, sono di Ikea: "È stato un esperimento: la camera armadi, l'isola, la cucina, i divani sono di Ikea; la modifica che è stata fatta è il piano di vetro all'isola. Visto che i tempi sono piuttosto avari, in quanto a disponibilità economica, la nostra sfida è stata quella di creare un ambiente particolare e di arredare il resto con mobili e oggetti che sono alla portata di tutti, guardando bene le foto si possono ricavare anche le serie dei mobili. Ikea ha un'ingiusta fama di scarsa qualità; serve una certa sensibilità nell'abbinare e utilizzare le sue produzioni. È un esperimento che ho fortemente voluto".

Mosswall by Andrea Bella Mosswall by Andrea Bella

I lavori di demolizione hanno scoperto le travi di legno originarie, "erano nascoste in un controsoffitto; abbiamo voluto salvarle, le abbiamo ripulite e messe a vista, come una sorta di testimonianza del passato dell'appartamento, insieme al tassello di muratura a vista che ho voluto lasciare nel bagno per lo stesso scopo". Sono le vere protagoniste del nuovo senso volumetrico dell'appartamento, grazie ai soffitti e controsoffitti che delineano e che "non è stato semplicissimo realizzare, a causa della loro presenza". Il legno delle travi, che incontra il verde verticale, e la luminosità, danno un senso di naturale e di accoglienza che contribuisce al fascino di questa sorprendente casa di ringhiera torinese.