venerdì 7 febbraio 2014

La battaglia di San Quintino e la vittoria di Emanuele Filiberto

Il 7 febbraio 1563, 551 anni fa a oggi, il duca Emanuele Filiberto di Savoia entrava trionfalmente a Torino, accompagnato dalla moglie, la principessa francese Margherita di Valois. Il Trattato di Cateau Cambresis aveva restituito ai Savoia i loro possedimenti e il 35enne duca sabaudo aveva deciso di spostare gli interessi della sua dinastia in Italia, dove vedeva maggiori possibilità di espansione, trasferendo la capitale da Chambery a Torino.
Noi torinesi impariamo da bambini che Emanuele Filiberto è la statua di piazza San Carlo, che juventini e torinisti cingono sempre con la propria sciarpa, per celebrare le vittorie delle loro squadre, e che è il sovrano a cui Torino tutto deve, avendola trasformata in capitale del proprio Ducato. Sappiamo anche che è l'eroe della Battaglia di San Quintino, ed è al ritorno di questa battaglia, mentre inguaina la spada, che è stato immortalato da Carlo Marocchetti, nella sua statua più famosa, quella di piazza San Carlo.
Ma alzi la mano chi sa davvero cosa successe a San Quintino, in Francia, il 10 agosto 1557.
Siamo negli anni di Felipe II, che si trovò a combattere le ansie di indipendenza delle Fiandre, le eresie delle religioni protestanti e le mire espansionistiche della Francia. Il ducato di Savoia si trovava stretto tra la Francia e il Milanesato, controllato dalla Spagna; le sue terre venivano continuamente perse e riconquistate; nella prima metà del XVI secolo, il duca Carlo II, padre di Emanuele Filiberto, fu privato dalla Francia di buona parte dei suoi territori. Fu naturale, per suo figlio, passare al servizio della Spagna, l'arci-nemico dei re di Francia, per cercare di recuperare l'antico ducato della sua dinastia. Alla frontiera tra le Fiandre e la Francia, ad agosto 1557, Emanuele Filiberto assunse la guida di un esercito riunito da Felipe II, contando anche sull'appoggio della moglie inglese, l'ultima regina cattolica, Maria Tudor, composto da circa 60mila soldati spagnoli, inglesi e fiamminghi. Con i suoi uomini il duca sabaudo decise di sorprendere i Francesi, con un movimento che fece credere loro che avrebbe invaso lo Champagne e avrebbe quindi assediato Guisa. I Francesi caddero nel tranello e riunirono ingenti forze per inviarle a Guisa e difenderla. Ma il vero obiettivo di Emanuele Filiberto era San Quintino, una località della Piccardia, difesa solo da un piccolo contingente, comandato da un capitano. Il 2 agosto l'esercito guidato dal duca si impadronì di un villaggio alle porte di San Quintino; il 3 agosto i Francesi riuscirono a far entrare nella cittadina una piccola truppa di rinforzo di 500 uomini, avanguardia di un esercito di 30mila uomini costretto a marciare a tappe forzate. A guidare l'esercito francese c'era il contestabile Anne de Montmorency, con il fratello Andelot, che gli spagnoli cercarono invano di intercettare. Il 10 agosto Montmorency si fece guidare dalla scarsa stima che nutriva per le capacità militari di Emanuele Filiberto e compì una serie di errori fatali. Il primo fu il cambio di strategia: al principio pensava infatti di inviare un'avanguardia a San Quintino, facendole attraversare il fiume Somne, su cui sorgeva la piazzaforte, in modo da rafforzare le sue difese, mentre l'esercito riposava nel vicino bosco di Montescourt; poi cambiò idea e, invece di lasciare le sue truppe a riposo, mentre l'avanguardia attraversava il fiume, le fece schierare. In questo modo lasciò la porta aperta all'esercito spagnolo, che fu in grado di superare il ponte di Rouvroy e sorprendere i Francesi in mezzo al guado. E non solo, il gruppo guidato da Andelot, superato il fiume, si trovò davanti gli archibugi spagnoli, che fecero strage tra i soldati: meno di una decina di francesi riuscì a riparare a San Quintino, tra loro lo stesso generale Andelot, ferito.
L'esercito spagnolo riuniva in realtà uomini di mezza Europa: non solo al suo comando c'era un sabaudo, ma l'ala destra, formata da soldati spagnoli e francesi era guidata da Alonso de Cáceres; al centro c'erano, guidati da Julian Romero, spagnoli, borgognoni e inglesi; alla sinistra le temute truppe di Savoia, sotto la guida di don Alonso de Navarrete; a chiudere la formazione, i cavalieri fiamminghi, agli ordini del Conte di Egmont. Furono i fiamminghi di Egmont a costringere Montmorency a rifugiarsi di nuovo nel bosco da cui non sarebbe dovuto uscire, mentre la cavalleria francese, guidata dal Duca di Nevers Luigi Gonzaga riusciva appena a contenere l'attacco. Il ponte sul fiume Somne, che Montmorency aveva giudicato stretto, non lo era così tanto: Emanuele Filiberto riuscì ad attraversarlo in poco tempo e fece costruire barche e zattere per attraversarlo con un maggior numero di truppe, mentre la cavalleria di Egmont riusciva a evitare il contrattacco del duca di Nevers e a infilarsi nel bosco, dove si era rifugiato Montmorency. E fu lì, nel bosco, che il generale francese fu costretto a dare battaglia, cercando di schierare le truppe come meglio poteva.
Per la Francia fu un disastro. La retroguardia era ancora inseguita da Egmont, Emanuele Filiberto guidava le truppe al centro, mentre le sue ali caddero con violenza sui francesi, messi in netta difficoltà dalle costanti cariche degli archibugieri spagnoli. Vista la carneficina, l'inferiorità numerica e l'impossibilità di resistere, 5mila mercenari tedeschi dell'esercito francese decisero di arrendersi. Montmorency, che aveva cercato la morte in battaglia, vedendo tutto perduto, fu catturato da un soldato spagnolo. L'esercito francese perse 12mila uomini, altri 6mila vennero fatti prigionieri, tra loro c'erano diversi aristocratici tra cui i duchi di Montpensier e di Longueville, oltre allo stesso Montmorency.
Felipe II decise di celebrare la vittoria facendo costruire il Monastero di San Lorenzo de El Escorial, dedicato a San Lorenzo, santo del giorno della sua vittoria. Poi si congratulò con Emanuele Filiberto e fece un errore che il duca sabaudo non avrebbe commesso: con la Francia sotto choc per la durissima sconfitta a San Quintino e indebolita dalle perdite, decise di non attaccare Parigi, almeno fino a quando San Quintino non fosse caduta completamente in mani spagnole. Emanuele Filiberto avrebbe preferito attaccare Parigi, perché prendere la capitale di Francia in quei giorni di choc e difficoltà avrebbe significato cambiare la storia d'Europa. San Quintino, assediata, si arrese il 27 agosto. La sorprendente vittoria spagnola e il disastro francese entrarono a lungo nell'immaginario europeo: ancora oggi in spagnolo si dice armarse la de San Quintín, che corrisponde al nostro Facciamo un 48, per ricordare un'altra data che segnò la storia d'Europa.
Nel 1559, Spagna e Francia firmavano la Pace di Cateau Cambresis, con la quale la Francia rinunciava praticamente al dominio in Italia e nelle Fiandre. Era l'apogeo della potenza spagnola, capace di influenzare i destini del mondo dall'Impero americano fino alle Fiandre e all'Italia. Sarebbe durata poco, ma in segno di ringraziamento per la vittoria decisiva che gli aveva consegnato, il sovrano spagnolo impose la restituzione del suo Ducato a Emanuele Filiberto. E questi, d'altra parte, rassicurò il re di Francia, Enrico II, sposando, a 33 anni, sua sorella Margherita, non più giovanissima (aveva tre anni più del marito), ma intelligente, colta, interessata alle arti e leale sostenitrice del progetto politico che il marito aveva in mente per il suo Ducato.

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