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martedì 28 luglio 2015

Quando a Torino fu demolito il Quartiere Svizzero (e si trovò il Teatro Romano)

Chissà se ci renderemo mai conto di tutti i danni che l'Ottocento, soprattutto nella sua seconda metà, ha fatto al tessuto urbano di Torino. Non solo l'imperdonabile demolizione della Cittadella, ma anche quella della Torino medievale, che si estendeva nell'area dell'attuale Parco Archeologico delle Torri Palatine, tra Palazzo Reale, via di Porta Palatina, piazza San Giovanni. Era il cosiddetto Quartiere Svizzero, "cresciuto in modo disordinato, secondo le esigenze del momento, intorno alla prima residenza costruita da Emanuele Filiberto sulle strutture delle antiche case dei canonici del duomo, nella zona della scomparsa basilica paleocristiana di San Salvatore, nella parte più antica e di maggiore importanza archeologica dell’intera città. Sotto il Bastion Verde, sul futuro corso Regina Margherita, già esistevano il Fabbricato delle Cacce e la Scuola Tecnica Municipale" come scrive Filippo Morgantini in Un Palazzo sul Teatro Romano. Vicende torinesi alla demolizione del Quartiere Svizzero e del Bastion Verde, scritto per il Bollettino della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti e riportato da academia.edu. Era un quartiere perfetto per gli sventramenti cari alla seconda metà dell'Ottocento, per accelerare il risanamento delle città: le vie strette, le condizioni igieniche deplorevoli, le possibili epidemie, la delinquenza endemica.


Nel 1885 si approvarono la demolizione del quartiere e la costruzione di un nuovo asse, l'attuale via XX settembre. Questo implicava "espropri dispendiosi, complesse demolizioni, grandi lavori di sterro e il completo abbattimento del Bastion Verde", così l'architetto capo dell'Ufficio Tecnico della Real Casa di Torino Emilio Stramucci presentò un progetto, che prevedeva solo la demolizione della "stretta fascia del Palazzo di San Giovanni prospiciente la via delle Scuderie reali, dell'intera Palazzina Palagi sopra il Bastion Verde, obbligatoriamente in quanto la nuova via doveva scendere sotto il bastione superando un dislivello di circa 6 metri, e una piccola parte del Fabbricato delle Cacce. Sulla nuova via XX Settembre si sarebbero costruiti due lunghi corpi di fabbrica, uno più in basso, del tutto autonomo, l'altro in continuità con il Palazzo di San Giovanni, a chiusura delle corti aperte con le demolizioni". Numerosi problemi legati ai dislivelli, agli espropri e ai pochi vantaggi per la Casa Reale, cambiarono varie volte il progetto, costringendo Stramucci ad accontentare sia il Monarca che il Municipio, tra forti pressioni e poche intenzioni di investimento da entrambe le parti in causa.

Anche il progetto dell'attuale Manica Nuova, arretrata rispetto a via XX settembre, in modo da ricavarne ampi spazi a giardino, fu oggetto di numerosi cambiamenti e rimaneggiamenti, per questioni economiche e per l'approvazione da richiedere ogni volta al Monarca, a Roma. Mentre la Città aveva avviato e completato i lavori di costruzione della nuova via, la Casa Reale era in netto ritardo, causando così attriti con le autorità locali. A complicare la vicenda arrivò anche il ritrovamento dei resti del Teatro Romano. Un ritrovamento che appassionò pochi intellettuali torinesi e che sostanzialmente infastidì sia la Real Casa che il Municipio.

Del resto, la sensibilità dell'epoca verso la tutela dei palazzi antichi era molto diversa da quella odierna: nel Quartiere Svizzero c'erano anche la Casa del Vescovo e il primo Palazzo in cui visse il duca Emanuele Filiberto, quando trasferì la capitale da Chambery a Torino, tutti edifici che avevano un certo pregio architettonico e che, comunque, testimoniavano importanti pagine della storia torinese. Furono tutti abbattuti senza particolari rimostranze da parte di chi avrebbe dovuto tutelarli. Quando, nei primi lavori per la costruzione della Manica Nuova, furono trovati i resti romani, la Casa Reale, quasi infastidita e solo dopo molte insistenze, diede il permesso per studiarli, ma non dimostrò alcuna sensibilità culturale e storica sull'argomento. Per capire cosa Torino ha perso, in quell'opera di demolizione e di risanamento, bastano poche parole di Alessio Taramelli, riportate da Morgantini: "Fu appunto nello scavo per le fondazioni del nuovo palazzo, e nella demolizione di un vero labirinto di vecchie muraglie, appartenenti a tutte le epoche della Torino episcopale, ducale e reale che si trovarono i resti di un edificio che si riconobbe subito per romano e, dopo qualche saggio stabilì come il teatro della colonia". Appartenenti a tutte le epoche della Torino episcopale, ducale e reale: cosa non doveva essere, quel Quartiere Svizzero!


Se lo scempio causato dalle demolizioni non appassionò Torino, la decisione della Casa Reale di costruire le fondamenta della sua Manica Nuova sul Teatro Romano e di far poi sparire quello che rimaneva nella prevista sistemazione a giardini, fino a via XX settembre, provocò le proteste di Alfredo D'Andrade, architetto e appassionato cultore d'antichità, oltre che autore di numerosi restauri e del Borgo Medievale torinese. D'Andrade indisse durissime conferenze stampa, esercitò forti pressioni sul povero architetto Stramucci, poi trasferito a Firenze, e ottenne che la sistemazione a giardini fosse sospesa. E ancora oggi l'area ha un'aria provvisoria, con questa cavea ritrovata, che si infila misteriosamente sotto la Manica nuova di Palazzo Reale (per vedere la sua continuazione bisogna scendere nel bel Museo d'Antichità, che cerca di fare giustizia e di offrire una sintesi tra il nuovo Palazzo costruito dalla Casa Reale e i resti romani rimasti intrappolati nelle sue fondamenta).


Pubblicato su Torino com'era