lunedì 1 febbraio 2016

Il Museo Ettore Fico, nell'ex fabbrica della SICME: dal buio alla luce

Il Museo Ettore Fico ha sede in un edificio ex industriale che ha ospitato per decenni, dagli anni 50 agli anni 80 del XX secolo, la SICME, Società Industriale Costruzioni Meccaniche ed Elettriche, specializzata nella costruzione di macchine per la smaltatura di fili di rame. Siamo in Spina 4, in un quartiere, quello della Barriera di Milano, ad alta vocazione industriale (a poca distanza dalla SICME c'erano la FIAT Grandi Motori, la SIMA, Sezione Industrie Metallurgiche e Acciaierie, i Docks Dora e, nello stesso isolato della SICME, l'INCET). Esattamente il tessuto urbano che Andrea Busto, direttore del Museo Fico, cercava per il nuovo Museo.



"Il nostro direttore aveva le idee chiare: voleva aprire il Museo Ettore Fico in un edificio ex industriale e in un'area periferica della città, ma facilmente raggiungibile. Siamo capitati alla SICME un po' per caso, passeggiando nel quartiere, e appena abbiamo visto l'edificio ce ne siamo innamorati. Era come una cattedrale, una grande sala a navata unica, altissima e con la luce dall'alto, era il contenitore giusto per il progetto della Fondazione" racconta il responsabile dell'ufficio stampa del MEF Giuseppe Galimi. Andrea Busto aveva già chiara l'idea progettuale: "Volevamo un percorso circolare obbligatorio, in modo che il visitatore non potesse perdere niente di quello che proponevamo nelle mostre; gli spazi dovevano essere poliedrici, estremamente duttili, trasformabili in base alle mostre che avremmo ospitato; il Museo che il Direttore aveva in mente era lineare, con pareti bianche e libere. Il piano terra ha spazi fissi, è formato da un ampio corridoio centrale su cui si affacciano tre grandi sale; il piano superiore è open space, con pareti mobili che formano gli spazi in base alle mostre. Per progettare il Museo, Andrea Busto ha voluto un architetto giovane, che condividesse la sua idea del Museo e la plasmasse dal punto di vista architettonico: con Alex Cepernich, il rapporto è stato perfetto".

Il Museo Ettore Fico è stato per Alex Cepernich il primo progetto importante (sul suo sito web trovate i progetti di riqualificazione a cui ha lavorato/sta lavorando). Anche lui si è innamorato a prima vista del grande spazio dell'ex SICME: "Era una navata enorme, 100 metri di lunghezza, per 10 di larghezza per 17 di altezza, un grande parallelepipedo vuoto che permetteva di elaborare lo spazio interno con molta libertà. Il Direttore aveva le idee molto chiare, aveva addirittura calcolato i metri quadrati che doveva occupare il percorso espositivo. Così, la prima cosa che abbiamo immaginato è stato dividere la grande navata con una soletta, in modo da raddoppiare la superficie disponibile" spiega durante la visita che abbiamo fatto insieme al Museo "In questo modo il piano inferiore è rimasto senza luce naturale, mentre quello superiore è inondato dalla luce proveniente dalle grandi finestre dell'edificio, che abbiamo mantenuto intatte. Questo mi ha dato un'idea di progressione della luce, dall'area di accoglienza fino al piano superiore, che è stato uno degli elementi guida del progetto. E questo ha anche fatto sì che il piano inferiore sia illuminato da luci led nascoste, che simulano la luce naturale. E' una mia idea dell'architettura, far sì che i corpi luminosi siano invisibili e se ne vedano solo gli effetti: al piano inferiore del MEF non si vedono gli elementi fissi, si vedono esclusivamente i corpi luminosi che proiettano la luce sulle opere e che sono sistemati su binari attaccati al soffitto, in modo da essere utilizzati in modo diverso in ogni mostra".


L'area dell'ingresso è il nodo che distribuisce i percorsi interni: di qui si arriva alla biglietteria e al bookshop e si ha l'accesso al bistrot, gestito dal Museo e dotato anche di un ingresso indipendente, direttamente su via Cigna; di qui, infine, si sale agli uffici e, dalla stessa scala, si scende, alla fine del percorso espositivo, per uscire, fermarsi nel bookshop o entrare nel bistrot. E' uno spazio dal soffitto ribassato e rifinito con beton brut, il cemento armato a vista, così da ricordare il passato industriale dell'edificio e gli anni 50, in cui lo stesso edificio fu realizzato per la SICME e in cui questa tecnica costruttiva furoreggiava; il soffitto ribassato accentua la sensazione di 'oscurità', da cui parte il percorso verso la luce.

 

Al primo piano rimane ben poco dell'identità industriale dell'edificio: "Le pareti sono bianche e lisce, così come ha voluto la Fondazione; sono in cartongesso e, nell'intercapedine che si è creata con le pareti esterne dell'edificio, passano tutti gli impianti. Tutta la struttura interna che abbiamo progettato per il Museo è indipendente dall'edificio già esistente: c'è uno spazio di 6 centimetri che rende le due costruzioni indipendenti, così come richiedono le norme antisismiche, affinché, in caso di oscillazioni, le due strutture non si 'scontrino' e crollino" spiega Cepernich. L'ingresso al percorso espositivo è segnato da due grandi portali neri, che danno accesso al cortile e ai magazzini che ospitano le opere, prima e dopo la loro esposizione. "Con questo colore, in contrasto con quello del Museo, abbiamo voluto segnalare la diversità della destinazione degli spazi. Tutto quello che è bianco è percorso espositivo, quello che lascia il cemento armato a vista o usa le porte nere è spazio destinato ai servizi".


Le due grandi sale del piano terra, che si affacciano sul magnifico corridoio centrale sono quasi gemelle nella loro concezione di spazio bianco, lineare e rigoroso, caratterizzato dai binari che, dal soffitto, distribuiscono i punti luce. "Sono estremamente duttili nel loro uso" commenta Cepernich. Poi si arriva al fondo del corridoio centrale e si è accolti da uno spazio a tutt'altezza, da cui piove la luce delle grandi finestre industriali. Qui sì, si inizia ad avere la sensazione del passato dell'edificio, mentre Alex Cepernich fa notare come la scala, che lungo il perimetro sale al piano superiore, sia quasi 'nascosta' da un accorgimento tecnico, il taglio diagonale verso l'interno della muratura di protezione. Su questo spazio a tutt'altezza si affaccia la terza sala del piano inferiore, ampia, luminosa e anche lei poliedrica nel suo uso: può ospitare concerti, incontri, mostre. "In realtà è stata progettata come spazio per la didattica, ma come tutte le sale del MEF, può essere adattata alle esigenze del momento".


Poi si arriva al piano superiore ed è magia. Il ritmo antico dei pilastri, le travi a traliccio a vista, le grandi finestre lunghe e orizzontali, tutto ricorda che siamo in un edificio industriale, mentre i quadri e le opere esposte parlano di arte in tutte le sue manifestazioni. Davvero uno spazio unico a Torino. "E' una galleria che cambia continuamente immagine. Mi piace tornare al MEF tutte le volte e venire qui per vedere come hanno definito di nuovo gli spazi. Penso che la grande capacità di adattamento di questa sala sia una delle cose che mi piacciono di più di questo progetto. Trovo sia anche bello il rapporto con l'esterno: il progetto è come una progressione della luce, dall'ingresso, più oscuro, fino a questa galleria, che ha come protagonista la luce naturale e che è conclusa da una grande vetrata trasparente, da cui si vedono i nuovi edifici di Spina 4. E' un rapporto interno-esterno, luce-trasparenza, che mi sembra importante e affascinante" conclude l'architetto Cepernich.

 

Le fotografie che non sono contrassegnate da @rsto, appartengono al Museo Ettore Fico.


Quest'articolo è stato inserito nell'ebook Ex edifici industriali a Torino - Le trasformazioni del XXI secolo


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