mercoledì 25 maggio 2016

Storia di Carlo Emanuele I, tra conquiste e magnificenza

Come dev'essere succedere a un padre che si è coperto di gloria? Da Alessandro il Macedone in poi, diverse sono state le risposte e, nel suo piccolo, anche il Ducato di Savoia ha detto la sua. Prendete Carlo Emanuele I, succeduto al padre Emanuele Filiberto, rifondatore del Ducato di Savoia. Copertosi di gloria a San Quintino, riconquistato il suo Ducato, Emanuele Filiberto passò gli ultimi decenni della sua vita a riformare lo Stato: esercito, istruzione, giustizia, campagne, fisco, persino la nuova capitale. Non c'è praticamente settore del funzionamento di un Paese che Emanuele Filiberto non abbia riformato. Alla sua morte, nel 1580, lasciò il Ducato di Savoia in condizioni migliori di quelle in cui lo aveva trovato.

Esattamente il contrario di quello che è successo a suo figlio Carlo Emanuele I, che ereditò uno Stato solido e relativamente prospero e lo lasciò fragile e instabile, diretto, per di più, verso le deboli Reggenze delle due Madame Reali. Carlo Emanuele nacque nel 1562 nel Castello di Rivoli; nessuno si aspettava la sua nascita, data l'età relativamente avanzata di sua madre Margherita, che lo ebbe a 39 anni, ma, figlio unico, fu amatissimo da entrambi i genitori. Margherita trasferiva su di lui tutto l'affetto che non poteva vivere nella sua vita coniugale, Emanuele Filiberto vedeva in lui la continuità dinastica. Così, se fino alla morte della madre, nel 1574, fu molto coccolato, dopo, affidato alle cure paterne, fu educato come l'erede di un guerriero, con molto sport e molti esercizi d'armi. Morto anche Emanuele Filiberto, nel 1580, Carlo Emanuele si trovò Duca di Savoia a soli 19 anni. Pochi anni dopo, nel 1585, sposò l'Infanta Catalina di Spagna, figlia di re Felipe II. Impetuoso e appassionato, fece di tutto per farla sentire come a casa e per lei fece costruire lo sfortunato Castello di Mirafiori, di cui oggi rimane solo la memoria; insieme ebbero nove figli e quando lei morì, di parto, lui tardò tre decenni a sposarsi nuovamente. Chiaro, nonostante il pubblico affetto per la moglie e la lunga vedovanza, riuscì a mettere al mondo altri 11 figli illegittimi.

Carlo Emanuele amava far sentire a proprio agio le giovani duchesse appena arrivate a Torino: quando suo figlio Vittorio Amedeo sposò la giovanissima principessa Cristina di Francia, la accolse a Torino con grandi scenografie e archi di trionfo, feste e balli, nonostante la capitale fosse un grande cantiere, per il suo primo ampliamento. L'ampliamento di Torino, ancora chiusa nelle sue mura romane, sebbene capitale di uno Stato ambizioso, era già nei progetti di Emanuele Filiberto. E, una volta completata la Cittadella che avrebbe dovuto difenderla, Carlo Emanuele seguì il sogno del padre, iniziando l'ampliamento verso sud, con una via Nuova che si allargava in una piazza chiusa di gusto francese, l'attuale piazza San Carlo, per poi proseguire fino alla Porta Nuova. La Torino che lui aveva in mente era elegante e sfarzosa come una capitale europea e doveva esaltare il potere assoluto dei sovrani con quell'architettura omogenea che poi avrebbe caratterizzato per secoli il centro cittadino (e a cui l'occhio di noi torinesi è così abituato da rimanere 'choccato' in altre capitali, prive della coerenza architettonica di Torino).

Seguendo le intuizioni del padre, il giovane duca iniziò a interessarsi agli affari italiani e ad avere mire conquista che rendessero il suo territorio omogeneo: il Marchesato di Saluzzo e il Marchesato del Monferrato furono i suoi primi obiettivi e per conquistarli si barcamenò tra sentenze imperiali che gli permettevano di vantare diritti, equilibri delicati con le superpotenze dell'epoca, guidate da zii, suoceri o cugini, e guerre, come sempre. Tentò di conquistare Genova e di intromettersi nella successione del Ducato di Mantova, e arrivò anche a pretendere il trono di Francia, essendo figlio di Margherita di Valois; la sua ambizione territoriale era tale che Cibrario scrisse, con un certo sarcasmo, "credo che aspirasse anche al Papato, sebbene i suoi costumi fossero alquanto corrotti". Fatto sta che le molteplici guerre in cui si trovò coinvolto, i continui cambi di alleanza tra Francia e Spagna e la sostanziale inaffidabilità, legata alle convenienze del momento, lo resero inviso anche ai principi italiani e terminò diplomaticamente isolato da tutti. Morì il 26 luglio 1630 nel Palazzo Cravetta di Savigliano (CN), che si trovava in via Gerusalemme; curiosamente, un mago gli aveva vaticinato la morte a Gerusalemme e lui si tenne sempre lontano dalla città. Lasciò il ducato in rovina, ancora una volta invaso dai francesi e indebolito, ma il suo regno non passò invano.

Mi piace un bilancio dei suoi anni di governo, letto su Il conte Alessandro Tassoni e il Seicento: "Suo padre si era dedicato con successo alla politica estera ed all'acquisizione di terre, lui fu più abile nella trasformazione e defeudalizzazione del ducato. Sul modello spagnolo fece una vita molto dispendiosa, si fece prestar soldi perfino dai suoi camerieri. (Va detto, però, che prestargli soldi era molto conveniente…) Promosse il restauro del palazzo ducale e del castello degli Acaja (Palazzo Madama) ad opera del Vitozzi e del Castellamonte, e la corte si riempì di artisti: pittori, poeti, intellettuali… Tutti avevano il compito di decantare la magnificenza dei Savoia (e guai se facevano altro). Torino divenne una capitale sfarzosa, sede di feste memorabili e si arricchì di splendidi edifici: le ville del Valentino e della Regina e e la raggia di Mirafiori, la 'vigna' del cardinal Maurizio, in collina. I castelli dinastici (Racconigi, Rivoli, Giaveno...) divennero sfarzose residenze estive".

La morte di Carlo Emanuele I non colpì solo il Ducato di Savoia, per il quale si apriva una pagina complicata, di nuovo alla ricerca di un equilibrio impossibile tra Francia e Spagna. Colpì anche l'Italia e i suoi principi. A ispirarmi questo post è stato questo terribile sonetto, trovato sul web:

In morte di Carlo Emanuele
Odi e respira, Italia; alfin sotterra
Carlo, il rege dell'Alpi, estinto già
Spegni, Bellona, ornai spegni la face
E il tempio a noi fatai, Giano, riserra.

Cadde, e dal freddo marmo ove si sei
Chiama ancor Marte e fuga ancor la pace;
E vivo e morto, indomito ed audace
Ancor muove tumulti, ancor fa guerra.

All'armi, all'ira, alla vendetta accinto
Franchi, Italici, Iberi ognor offese.
Non mai contento vincitore o vinto.

Godè tra il ferro e si nutrì di risse:
Alfin qui giace in poca fossa estinto,
Misero in questo sol, che troppi visse.


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