domenica 2 aprile 2017

Il fascino mitteleuropeo di Trieste, cosa vedere dopo La porta rossa

E' stato seguire La Porta Rossa in tv e sentire nostalgia per Trieste, una città che ho molto amato, che ho molto frequentato alcuni anni fa, avendo lavorato ad alcune edizioni del Festival del Cinema Latinoamericano, e in cui tornerei anche domani. È l'unica città europea all'incrocio delle tre grandi culture del nostro Continente, la latina, la germanica, la slava, ed è stata per secoli il porto dell'unico grande Impero che ha cercato di farle convivere, quello Austro-Ungarico. La sua cultura mitteleuropea si nota nei suoi palazzi asburgici, che fanno pensare più a Vienna che a Roma, si respira nei suoi caffè silenziosi ed eleganti, si sente nel suo mare, che da un lato ha l'Italia e dall'altro la Slovenia. È una sensazione strana, è il fascino magico di questa città. Cosa tornerei a rivedere di Trieste e cosa scoprirei finalmente, data la mancanza di tempo delle altre volte? È facile!


Il Molo Audace è per me uno dei posti più belli d'Italia: è lungo circa 200 metri, è proteso verso il mare ed è una delle più belle passeggiate che offra la città, soprattutto alla domenica mattina. Il silenzio rotto solo dal suono delle onde del mare, che si infrangono placidamente, il faro rosso che indica l'ingresso al porto, il Castello di Miramare davanti, piazza Unità d'Italia e lo skyline della città storica alle spalle. È il primo posto in cui vado sempre ed è il primo in cui tornerei: pochi luoghi sanno regalare sensazioni di quiete e serenità, come il Molo Audace!

A pochi passi, c'è una delle piazze più belle d'Italia, piazza Unità d'Italia: si apre sul mare e raccoglie tutti i palazzi del potere, sia passato che attuale: la Prefettura, la Regione, il Comune. I mosaici e gli stucchi delle facciate, il grande orologio dell'attuale Municipio, il più famoso dei caffè triestini, il Caffè degli Specchi, spiegano il fascino di questa piazza, che innamora in qualunque circostanza, sotto il sole o nella suggestiva illuminazione notturna, nella pioggia o sferzata dalla bora, che ti entra dentro anche se hai un pesante cappotto e i triestini ti dicono ridendo che non hai idea di cosa sia la bora, se consideri gelido il vento di ottobre. Oltre la Riva del Mandracchio, lungo il mare, ci sono due statue di bronzo, meta di turisti in cerca di foto tra il Golfo e la Città: un bersagliere con la bandiera italiana e, poco più in là, due ragazze che cuciono un tricolore; sono il segno dell'italianità di Trieste e non sono le uniche statue di bronzo ad altezza d'uomo.


Non lontano, sul Ponte Rosso del Canal Grande, c'è una statua di James Joyce, uno dei grandi scrittori che vissero in città. Il nome del canale rievoca subito Venezia, ma i palazzi che vi si affacciano sono più asburgici che veneziani; è chiuso dalla chiesa di Sant'Antonio, la cui facciata con pronao fa pensare immediatamente al Pantheon, ha sul lato orientale la splendida chiesa serbo-ortodossa della Santissima Trinità e di San Spiridione, che ricorda Bisanzio, con i suoi mosaici e le sue cupole azzurre. A pochi metri l'una dall'altra, si guardano Roma e Costantinopoli, lungo un canale quieto, di piccole imbarcazioni di pescatori, di locali con i tavolini all'aperto (c'è anche il caffè Stella Polare, uno dei caffè storici di Trieste).


Da piazza Unità d'Italia e dallo stesso Canal Grande è facile entrare nella parte più interna della città, quella che riesce sempre a farti finire davanti al Teatro Romano, si inerpica verso San Giusto e offre discese ardite e risalite che neanche Lisbona. A San Giusto bisogna arrivare a piedi, lungo la via della Cattedrale: la salita è ripida, perché negarlo? Ma la facciata romanica di pietra della chiesa, che mano a mano si apre, tra gli alberi del viale, ripaga la fatica: non solo il significato risorgimentale di San Giusto, ma anche la sua bellezza architettonica e il sito archeologico che la affianca, con una bella vista sulla città. Trieste è nata qui, qui si è difesa e qui ha venerato gli dei che si sono succeduti lungo la sua storia, qui ha lottato perché fosse riconosciuta la sua italianità e chissà se siamo mai stati all'altezza di quel sogno.


All'interno, piazza Carlo Goldoni, via Silvio Pellico (con il tunnel che passa sotto il Colle di San Giusto!) e via Giosuè Carducci sono fiancheggiate dai palazzi di architettura mitteleuropea e raccontano il carattere multiculturale della città, un po' germanica e un po' slava, ma fieramente italiana. Sotto gli alberi di viale XX settembre, in larga parte pedonale, i tavolini all'aperto di locali e ristoranti rinnovano il gusto dei triestini per il tempo speso nei caffè e per la convivialità. Dalla monumentale piazza Oberdan, lì vicino, parte il tram che sale verso Opicina. È davvero affascinante, tra studenti e signore con le buste della spesa; ci sono tratti così ripidi che il tram viene trascinato (in salita) o frenato (in discesa) da appositi meccanismi chiamati scudi; ma quello che colpisce è il panorama delle colline carsiche, così mediterraneo e selvaggio; se scendete alla fermata Obelisco, il panorama su Trieste e sull'Istria, nelle giornate più chiare, è eccezionale (per questo è una delle cose che rifarei a Trieste).


Ho lasciato alla fine il Castello di Miramare. Non potrei immaginarmi Trieste senza la storia romantica del Castello di Massimiliano e Carlotta, e senza il suo tragico finale, e non esiste panorama triestino degno di questo nome che non includa anche Miramare. Di fatto, mi è sempre capitato di incontrare triestini che la prima cosa che ti fanno notare non è San Giusto o Sant'Antonio, ma Miramare! Arrivarci da Trieste è facile, c'è l'autobus urbano numero 6, che passa vicino alla Stazione Ferroviaria e lascia a circa 10 minuti a piedi dall'ingresso al Parco. E non entrate subito nelle sale che videro felici l'arciduca Massimiliano e Carlotta del Belgio, prima dell'avventura messicana; godetevi il Parco, le terrazze lungo il mare, la vegetazione che scende scoscesa e rigogliosa fino alla riva, il Golfo di Trieste che chiude l'orizzonte. A me colpisce sempre la piccola Sfinge sul molo da cui partì per l'ultima volta Massimiliano e che guarda il mare. Chissà se già sapeva.


Vedere La porta rossa e pensare a Trieste, a tutto quello che vorrei rivedere e che mi piacerebbe scoprire. Tornando, cercherei di godere di più la città interna e i suoi scorci, approfitterei dei servizi marittimi per navigare verso Muggia e verso Miramare (le info con tariffe e orari su www.triestetrasporti.it). Soprattutto, alzerei lo sguardo verso Ursus, la grande gru sul porto da cui Lino Guanciale, alias Leonardo Cagliostro, guardava la città che ormai lo escludeva; ci sono passata sotto chissà quante volte (il Teatro Miela del Festival del Cinema Latinoamericano è nei suoi pressi) e non l'ho mai notata. Non me lo perdono ancora.


1 commento:

  1. ITINERARIO fatto più volte, visto che mia figlia studia a Trieste da 3 anni. magnifica città e se lo dico io che sono napoletano, deve essere vero!

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