sabato 22 marzo 2014

Ferruccio Novo, il presidente che inventò il Grande Torino

Il 22 marzo 1897, 117 anni fa, nasceva a Torino Ferruccio Novo, passato alla storia del calcio come il presidente che, tra la fine degli anni '30 e la metà degli anni '40, fondò il Grande Torino.
Appartenente a una famiglia della buona borghesia torinese, che possedeva una piccola fabbrica di accessori in cuoio, si appassionò al calcio sin da giovanissimo e divenne tifoso del Torino negli anni di studio al Collegio San Giuseppe. Terminati gli studi, il pallino per il Toro non gli era passato, tanto da entrare, passo a passo, nel gruppo dirigente granata. Nel 1939, divenne presidente della squadra e se ne occupò a tempo pieno, deciso a rilanciarla e a portarla ai vertici del calcio italiano. Per questo costruì una squadra dirigenziale formidabile.
"Il Torino aveva scremato il vivaio calcistico italiano con mezzi di persuasione davvero irresistibili" scriveva Gianni Brera su la Repubblica, per celebrare il 40ennale dalla tragedia di Superga “Il C.T. della nazionale Vittorio Pozzo, vecchio militante della squadra granata, sollecitava i migliori della nazionale giovanile ad accettare le offerte del Torino, quali che fossero, perché giocando sotto la Mole sarebbero sempre stati alla sua portata: li avrebbe seguiti e consigliati per il meglio, così da maturare al più presto per la maglia dei moschettieri azzurri. Dal canto suo il presidente Ferruccio Novo, industriale medio torinese, esercitava il proprio compito assicurando ai firmatari del cartellino granata (disemm inscì) i vantaggi indubitabili dell'esenzione dal servizio militare bellico: magari sarebbero stati chiamati alle armi, però destinati a Corpi non direttamente impegnati sui fronti di operazione: ed ecco perché il campionato del '44 toccò ai misteriosi pompieri del nucleo spezzino".
A guidare la squadra, Novo chiamò Ernest Egri Erbstein, mentre numerosi ex giocatori del Toro, rimasti legati ai colori della squadra, segnalavano i giovanissimi intravisti negli stadi d'Italia. Per esempio, fu Antonio Janni, alla guida tecnica del Varese, a segnalare a Novo il giovanissimo Franco Ossola. Grazie a consigli e intuizioni, arrivarono a Torino numerosi grandi giocatori: la prima vittoria in campionato arrivò nel 1943. E alla fine della Guerra Mondiale, Egri fu in grado di creare una delle squadre più brillanti della storia del calcio italiano (e non solo). Nel 1946, arrivarono gli ultimi giocatori che formarono il Grande Torino e da allora in poi, non ci fu storia. Divennero leggendarie le vittorie della squadra, le maniche tirate su da capitan Valentino Mazzola per dare inizio alla riscossa, i risultati straordinari, i quattro scudetti consecutivi.
"Il Torino aveva tutto il meglio o quasi del prosperoso (allora) vivaio italiano e poteva consentirsi tutte le licenze tattiche di questo mondo. Io però lo vidi beccare 6-2 dall'Inter di Carcano, il vecchio marpione che aveva guidato anche la Juventus del quinquennio 1931-35. Carcano aveva evoluto il metodo a W chiamandolo, come tutti, mezzo sistema. Applicando quel modulo, improntato al difensivismo uruguagio-argentino, la Triestina e il Modena avevano conquistato il secondo posto in campionato dietro al Torino, troppo potente perché i poveri cirenei della critica italiana si potessero accorgere di nulla. Il WM era di moda e perfino Pozzo, che lo aveva osteggiato, ebbe a dirmi dopo un clamoroso Doria-Torino, finito 0-5, che secondo lui i granata di Erbstein avrebbero tranquillamente battuto anche la famosa Juventus del quinquennio, proprio quella che aveva innervato la nostra prima nazionale campione del mondo" scriveva ancora Gianni Brera.
Poi, tutte le storie straordinarie sono destinate a finire. Il Torino fu invitato a giocare a Lisbona una partita contro il Benfica e cosa sia successo sulla strada del ritorno, il 4 maggio 1949, lo sappiamo tutti. Come molti torinesi, ho un nonno che, senza particolare interesse per il calcio, andò in piazza Castello, per salutare i giocatori morti in una delle più grandi manifestazioni di dolore popolare che si siano viste a Torino. Lo fece perché, mi diceva sempre, "quando vedevi capitan Mazzola tirarsi su le maniche... era un altro calcio".
La tragedia di Superga segnò anche la vita di Ferruccio Novo, che perse non solo la sua squadra straordinaria, ma anche uomini con cui aveva costruito legami d'affetto quasi filiale (Valentino Mazzola aveva chiamato il suo secondogenito Ferruccio in suo onore). Nel 1953, lasciò la presidenza del Torino. Per qualche tempo fu anche allenatore della Nazionale, prima di ritirarsi definitivamente dall'esperienza sportiva. E' morto ad Andora, nel 1974.

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