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sabato 19 aprile 2014

Il Santuario della Consolata: controsenso semantico e labirinto architettonico

La Consolata è la vera chiesa dei torinesi, si dice sempre. Ed è vero: la devozione popolare, nei momenti più emozionanti della vita cittadina o personale, si esprime sempre con una preghiera nella Consolata. Una chiesa che riassume nel suo aspetto la sua storia secolare e che sorprende per il calore che infonde al suo intero, grazie alla ricchezza dorata delle decorazioni e alla luce delle candele.
La storia della Consolata è lunga quasi quanto quella torinese; le sue origini sono paleocristiane: fu voluta dal vescovo Massimo, probabilmente su un tempio pagano, per ricordare Sant'Andrea. La sua pianta è stata condizionata a lungo dalla vicinanza alle mura, una posizione davvero pericolosa, testimoniata ancora oggi dal proiettile di una cannonata francese dell'assedio del 1706 conficcata su una delle pareti, su via della Consolata. Intorno al 1000 passò ai Monaci Novalicensi, che costruirono una chiesa romanica, di cui è rimasta traccia solo nel campanile, considerato oggi uno degli edifici più antichi che si possano ammirare a Torino (insieme alla Porta Palatina e alla Casa di Pingone) e grande esempio di arte romanica in città, nel perfetto equilibrio tra la struttura in laterizio e le colonne delle arcate in marmo. 
L'attuale forma della Consolata si deve a tre fasi di ampliamenti, iniziati in età barocca. Nel 1678 Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, la seconda Madama Reale, affida a Guarino Guarini la fondazione della nuova chiesa. E lui costruisce un corpo centrale ellittico, che prende più o meno il posto della navata centrale della chiesa precedente, e una cappella a pianta esagonale, sul volume della cappella dedicata a Maria Consolatrice e costruita per rendere culto a un quadro recuperato nel Medioevo. I lavori terminano in tempo per l'assedio del 1706, che vede la chiesa diventare centro della devozione dei torinesi, nonostante l'infelice posizione geografica, a ridosso delle mura. E' a lei, la Vergine Consolatrice degli Afflitti che i torinesi rivolgono le disperate preghiere per resistere all'assedio. Terminata la guerra con la vittoria e diventata Torino capitale del Regno sabaudo, grazie al Trattato di Utrecht, la Consolata diventa co-patrona di Torino e viene ulteriormente ampliata da Filippo Juvarra, che disegna l'attuale altare maggiore e l'attuale cupola, che cambia la luminosità interna, senza però togliere la sensazione di raccoglimento che pervade tutta la costruzione.
L'ultimo intervento è dell'architetto Carlo Ceppi, che tra il 1899 e il 1904 dà alla Consolata le sue attuali forme: intorno all'esagono guariniano vengono aggiunte quattro cappelle ogivali, davanti all'ingresso meridionale, diventato il principale, viene realizzato il pronao neoclassico, tetrastilo e con colonne corinzie, sul cui fregio c'è scritto, in latino, Augustae Taurinorum Consolatrix et Patrona (Consolatrice e patrona di Torino). Ed è questo uno dei controsensi del rapporto tra la chiesa e i torinesi: in essa si rende il culto a Maria Consolatrice degli Afflitti, ma per i devoti è la Consolata, colei che deve ricevere consolazione.
In un'intervista a la Repubblica di qualche tempo fa, il giornalista Vittorio Messori, che ha passato la sua gioventù a Torino, dà una bella spiegazione: "E' la Consolata, la Cunsulà, perché è consolata dalla devozione del popolo. Maria, di fronte alla Croce, trova nell'affetto e nella preghiera del popolo il motivo della sua consolazione. È un bel nome. Non credo sia un errore, un'inversione della Consolatrix afflictorum". Interessante anche quanto ha scritto a proposito Giorgio Calcagno, su La Stampa: "Da secoli, per tutti, è la Consolà, una parola inventata contro ogni logica, con un'ardita inversione semantica: quasi fosse lei, e non noi, ad aver bisogno di consolazione. Nella città più razionale d'Italia il controsenso verbale della Consolata è il più giusto introibo all'irrazionalità della basilica, che avviluppa il visitatore nella fantasia tortile del barocco, lo coinvolge in una visione aliena, rovesciata specularmente rispetto al mondo esterno".
Da sottolineare come alla costruzione del tempio abbiano partecipato i tre architetti che maggiormente hanno segnato l'immagine e l'immaginario di Torino: Guarino Guarini e Filippo Juvarra, con le loro ardite soluzioni barocche, che hanno dato a Torino uno slancio europeo, e Carlo Ceppi, che ha saputo importare il gusto eclettico, nel rigore e nella severità dell'architettura cittadina. Sarà un caso che tutti e tre siano stati chiamati a lavorare alla chiesa a cui i torinesi sono più legati?
L'attuale forma della Basilica della Consolata è piuttosto labirintica: il corpo centrale su cui si apre l'esagono guariniano, su cui si aprono le cappelle, la possibilità di girare intorno al corpo centrale o di scendere nella cripta, danno la sensazione di perdersi e di non trovare più l'uscita. Ma non è una sensazione sgradevole, perché all'interno della chiesa si viene colpiti dalla luce dorata, dalla ricca policromia, che invitano al raccoglimento e alla preghiera. Si può entrare nella Consolata con lo spirito laico dei nostri tempi e visitarla con l'occhio curioso del turista, ma è davvero difficile uscire, senza aver recitato una preghiera o aver rivolto un pensiero all'Assoluto, qualunque sia la sua forma, spinti dal calore avvolgente che le forme labirintiche emanano. Probabilmente questo è il segreto dell'ascendente che esercita ancora sui torinesi.
Se siete turisti in cerca di Torino, non dimenticate la Consolata, nel vostro itinerario.
Nel 2014 ricorrono i 300 anni dalla proclamazione della Consolata come patrona di Torino e c'è un fitto calendario di appuntamenti per ricordare l'anniversario.