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martedì 8 aprile 2014

Quando Napoleone fece costruire il primo ponte di pietra di Torino

Quale sia stato il primo ponte di Torino non si sa: sarà stato sul Po o sulla Dora? La certezza, probabilmente, non l'avremo mai. Ma il più antico tra gli attuali, quello che più di tutti ha condizionato e cambiato la storia della città, è sicuramente l'odierno ponte Vittorio Emanuele I, che unisce piazza Vittorio Veneto alla Gran Madre. Per lui e solo per lui, è stata realizzata la prima via inclinata sul tracciato ortogonale che aveva fino ad allora caratterizzato gli ampiamenti torinesi: quella via Po che doveva unire i palazzi del potere di piazza Castello con, per l'appunto, l'unico ponte sul fiume, in una posizione per di più strategica, sotto il Monte dei Cappuccini, che permetteva di controllare il territorio della città.
Per secoli il ponte è stato di legno, con alcune parti in pietra. Poi è arrivato Napoleone Bonaparte, che, in uno dei suoi viaggi torinesi (ricordate le sue notti nella Palazzina di Stupinigi?), affascinato dalle somiglianze della città con Parigi, disse al suo aiutante in campo: "Com'è possibile che un fiume come questo, che ti ricorda la Senna, non abbia un ponte degno di questo nome?! Deve avere un vero ponte, di pietra. Facciamolo!"
E il 22 novembre 1810 iniziarono i lavori per il primo ponte di pietra torinese.
Renzo Rossotti riporta nel libro I ponti di Torino, che, poco dopo l'inizio dei lavori, si iniziò a parlare di un tesoro che era stato gettato con le fondamenta. "Quando ne era stata gettata la prima pietra, vi era stato sepolto un sasso cavo o colmo di carbone tritato, un tubo di vetro contenente un metro di lastra d'argento, due iscrizioni dettate per l'occasione da Giuseppe Vernazza, poi barone di Freney e socio dell'Accademia delle Scienze, e dal Deperret, impresse nel metallo e, inoltre, una collezione di settantanove medaglie commemorative e di nove monete coniate sotto Napoleone. Omaggio a colui che il ponte aveva voluto, perché già visto nella sua fantasia e, anche, riconoscimento alla passione per medaglie e monete che caratterizzava Bonaparte" scrive.
Ma, a parte quest'omaggio a Napoleone, nascosto nel fiume, il ponte non ha altri segnali del suo fondatore, anzi. E' addirittura intitolato al sovrano che portò con sé la Restaurazione e l'ordine dell'ancien régime, Vittorio Emanuele I. Il re a cui fu dedicata la Gran Madre, con un'iscrizione che sottolinea la gioia per il suo ritorno, e che guarda al ponte e a Torino dalla piazza della chiesa.
La costruzione del ponte affascinava i torinesi, che non ne avevano mai visto uno di pietra. Quello che i Francesi stavano costruendo, del resto, era una struttura all'avanguardia, disegnata da Claude-Joseph La Ramée Pertinchamp, con un sistema di realizzazione delle arcate chiamato Perronet, dal nome di Jean-Rodolphe Perronet, che aveva profondamente rinnovato i sistemi costruttivi dei ponti d'Oltralpe.
La curiosità era legittima, ma non impedì che, con il ritorno dei Savoia, venisse proposto l'abbattimento del ponte, simbolo dell'occupazione napoleonica; si oppose lo stesso sovrano, ricordando, con una certa ironia, che essendo di origine giacobina, si sarebbe calpestato più volentieri.
La vista del Ponte Vittorio Emanuele I, sia da piazza Vittorio Veneto verso la collina, con la prospettiva chiusa dalla chiesa neoclassica della Gran Madre, sia dalla piazza della Gran Madre, fino alla monumentale piazza Vittorio Veneto, è davvero scenografica e grandiosa. Come se il ponte fosse un elemento naturale a unirle e fosse nato con esse.
E' il primo ponte di pietra, è uno dei ponti più amati e più fotografati, anche se non è uno dei più monumentali. E' lungo 150 metri e largo circa 12, si stende su cinque arcate e gli originali parapetti in pietra sono stati sostituiti da quelli in ghisa nel 1876, quando sono stati effettuati i lavori per l'introduzione dei binari del tram. Sì, perché tra le altre caratteristiche del ponte Vittorio Emanuele I, c'è anche la forte presenza del trasporto pubblico. Guardate una fotografia o una cartolina d'epoca: difficile vederlo senza un tram che lo attraversa. E ancora oggi il 13 è lì, che passa e resiste, segno di continuità, da oltre un secolo.


 


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