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mercoledì 14 maggio 2014

La preparazione di Torino all'assedio del 1706

La mattina del 12 maggio 1706 ci fu un'eclissi di sole, che diede speranza ai torinesi. Il Sole venne oscurato e brillò particolarmente la costellazione del Toro: la simbologia contro Louis XIV di Francia, il re Sole, che aveva dato ordine di iniziare l'assedio a Torino era più che evidente.
La Guerra di Successione Spagnola, che contrapponeva la Francia e la Spagna a Inghilterra, Austria, Paesi Bassi e buona parte degli Stati dell'Impero Germanico, per assicurare al proprio candidato il trono spagnolo, si trascinava già dal 1701. Il fronte principale era al nord, nella solita area dell'attuale Benelux, ma nel 1703 il cambio di alleanze di Vittorio Amedeo II, che lasciò i Franco-Spagnoli per passare agli Imperiali, trasformò il Ducato di Savoia in protagonista: i suoi territori, infatti, impedivano il collegamento diretto tra la Francia e i domini spagnoli del Milanesato. Negli anni seguenti, il Ducato di Savoia venne mano a mano occupato dai Francesi; nel 1705, rimaneva praticamente solo Torino, tra le città fortificate sabaude, ancora in mano ai Duchi. E fu un errore francese a permettere alla città di diventare decisiva per l'andamento della guerra, grazie alla resistenza opposta durante il famoso assedio del 1706. Alla fine dell'estate del 1705, i Francesi, conquistate le fortezze principali tra il Milanese e Torino e avendo il controllo della Valle di Susa, avrebbero potuto iniziare l'assedio della capitale sabauda. Ma non lo fecero: le mura fortificate e la Cittadella, famosa in tutta Europa per l'inespugnabilità, li spinsero a sospendere le operazioni, convinti che si sarebbe dovuto lanciare un attacco solo con la sicurezza della vittoria. Ma l'inverno fu fatale all'alleanza Franco-Spagnola.
Il duca Vittorio Amedeo II utilizzò infatti la stagione fredda per preparare la disperata difesa della sua capitale. Sotto la guida di Antonio Bertola, la Cittadella fu ulteriormente fortificata: i tre bastioni esterni vennero dotati di controguardie, cioè di una serie di postazioni avanzate in terra e muratura a forma di V rovesciata, con fossati ampli e profondi. "Nel piazzale interno della fortezza venne elevata la Tagliata Reale, un enorme sbarramento terrapienato su cui si sarebbe ulteriormente infranta l'avanzata nemica, nella malaugurata evenienza che le opere esterne non avessero retto l'impeto dell'attacco di sfondamento. Oltre a quelli già esistenti, altri fortini di minore consistenza, frecce in terra e fascine, caponiere, trincee avanzate, resero inespugnabile ogni singolo punto della cortina muraria che circondava la città" scrive lo storico Mauro Minola su Torino sotterranea.
A rafforzare le difese cittadine contribuì anche la decisione di radere al suolo qualunque costruzione, civile o religiosa, o albero che nelle campagne circostanti potesse offrire riparo al nemico. Quando, alcune settimane dopo, Le Feuillade si fece rivedere nei pressi di Torino, per preparare l'assedio, fu sorpreso dalle mutate condizioni topografiche e dovette rivedere i propri piani. Non aveva più alcuna possibilità di arrivare alla Cittadella utilizzando ripari naturali: i suoi uomini avrebbero dovuto combattere in campo aperto, facile obiettivo delle armi degli assediati.
Ma non c'era solo il rafforzamento 'visibile'.
La leggenda della Cittadella torinese era legata alla rete di gallerie sotterranee, di cui parlava tutta l'Europa, ma il cui sviluppo e la cui trama nessuno conosceva. E cosa può temere un esercito, più di un nemico presente e invisibile? Il rafforzamento della rete sotterranea, voluta da Emanuele Filiberto, fu una delle ragioni del successo dei Torinesi nell'assedio della loro città. I lavori impegnarono soldati e minatori per mesi, tutto era stato perfettamente organizzato. Racconta il generale Solaro della Margarita, comandante della Cittadella e citato da Minola: "Mentre alcuni sgombravano la terra, altri preparavano dei salciccioni, dei canaletti, dei cunei, dei puntelli per le gallerie ed il loro armamento. Non si trascurava nulla per squadrare i fornelli e ampliare tutte le altre opere. Un gran numero di minatori e di carpentieri erano destinati alle mine, e si erano sistemate, a piccole distanze, delle lanterne accese lungo le grandi gallerie, per poterle praticare". A vegliare a ogni ingresso delle gallerie, una guardia di Granatieri, mentre i turni dei minatori garantivano l'ascolto di ogni eventuale rumore proveniente dai movimenti nemici.
E mentre fervevano i lavori di fortificazione, nella città i Torinesi si preparavano all'assedio con provviste di viveri e di bestiame (il pozzo della Cittadella garantiva l'accesso diretto alla falda acquifera e dunque Torino non sarebbe stata presa per sete); vennero anche disselciate le strade, per far sì che le palle delle cannonate nemiche cadessero sul terreno soffice e non producessero schegge pericolose per i torinesi.
Nella primavera del 1706, quando i Francesi si presentarono davanti alle mura di Torino, la città era pronta per accoglierli. A darle speranza, anche l'eclissi di sole del 12 maggio. Due giorni dopo, il 14 maggio 1706, l'assedio iniziava.