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mercoledì 30 luglio 2014

Il mistero della morte di Amedeo VII di Savoia: avvelenamento o tetano?

Il 1° novembre 1391 il conte Amedeo VII di Savoia, il Conte Rosso, si spense nel Castello di Ripaglia, nell'Alta Savoia, dopo un'agonia di atroci sofferenze. Aveva 32 anni, si era barcamenato abilmente tra Impero e Papato, si era distinto in numerose bttaglie per assicurare stabilità ai propri possedimenti, aveva ottenuto uno dei più importanti obiettivi della dinastia: lo sbocco sul mare, grazie alla conquista di Nizza.

L'improvvisa morte di Amedeo non solo lasciò orfana la sua contea troppo presto, ma diede via a uno dei gialli medievali più controversi. Arrivato a Ripaglia per mettere fine a una protesta locale, il Conte Rosso partecipò a una caccia al cinghiale, una delle sue grandi passioni; cadde da cavallo e fu costretto al letto. Secondo la medicina recente, è molto probabile che il Conte venne aggredito dal tetano e morì nel giro di pochi giorni. Ma a quel tempo si diffuse rapidamente, anche per ragioni politiche, la voce che fosse stato avvelenato.

Secondo le cronache dell'epoca, durante la sua agonia Amedeo VII avrebbe fatto i nomi dei suoi assassini, maledicendoli. La Corte non faticò a credere all'avvelenamento del sovrano: il regicidio, in fondo, faceva parte della cultura medievale, era il modo più sbrigativo di liberarsi di sovrani considerati fastidiosi e/o pericolosi. E il giovane Conte Rosso, figlio del leggendario Conte Verde, aveva dimostrato di avere tutte le doti per ampliare i suoi domini e rendere ancora più fastidiosa quella Contea piazzata sulle Alpi, a controllare i collegamenti tra Francia, Italia e Svizzera. Per di più a Corte si muovevano tre fazioni contrapposte, quelle filofrancesi di Bona di Borbone, madre di Amedeo VII e a lungo governatrice della Contea, a causa delle assenze del marito prima e della giovane età del figlio poi, e di Bona di Berry, la moglie del Conte, e quella sabauda dei Savoia-Acaia, che sarebbe succeduta sul trono in caso di estinzione della dinastia regnante. Le tre fazioni servivano cause dinastiche diverse: i Borbone e i Berry volevano assicurarsi gli strategici collegamenti sulle Alpi, i Savoia-Acaia volevano, semplicemente, il trono. Si sarebbero spinte a uccidere, pur di ottenere i propri scopi? La cultura del XIV secolo non lo rendeva improbabile.

I sospetti si concentrarono immediatamente sul medico Jean de Grandville, a cui Amedeo era ricorso per curare un'incipiente calvizie. Grandville, di nascita boema, era stato al servizio dell'imperatore Venceslao IV e poi del Duca di Berry, il cognato del Conte: erano entrambi potenziali nemici di Amedeo. Il Conte Rosso, pur cercando di mantenere i dovuti equilibri, aveva appoggiato la causa del Papato, il Duca di Berry era interessato ad avere il controllo della Savoia, per ampliare i propri domini e assicurarsi passi e valli delle Alpi. I Savoia-Acaia fecero arrestare il medico, liberato poi dai sostenitori della contessa madre. Bona si attirò così i sospetti di essere la mandante dell'omicidio del figlio. Con le fazioni francesi scatenate alla ricerca degli assassini, Bona si allontanò prudentemente da corte.

Le indagini portarono all'arresto dello speziale Pietro di Lompes, colpevole di aver fornito gli ingredienti necessari alle pomate contro la calvizie del Conte. Lompes venne barbaramente torturato e, arrivato a processo, disse quello che gli Acaia volevano ascoltare: Grandville aveva ucciso il Conte su mandato di Bona di Borbone. Il suo destino era ormai compiuto e la sua fine fu una delle più barbare che si possano immaginare. Venne decapitato, il suo corpo venne squartato e i pezzi vennero mandati in varie località dei territori sabaudi, come monito e come dimostrazione della giustizia eseguita. Poco dopo anche Grandville venne arrestato e anche lui, torturato, disse quello che gli Acaia vollero sentirsi dire: che aveva avvelenato Amedeo VII su mandato di Bona di Borbone, decisa a governare senza più il controllo del figlio. Giallo risolto?

Niente affatto!

Pochi anni dopo, siamo nel 1394, il frate Guillaume Francon, rivelò al priore dei Frati Minori di Macon di essere stato l'ultimo confessore di Pietro di Lompes e che questi, poco prima di salire sul patibolo, gli aveva assicurato di essere estraneo a qualunque complotto e di aver confessato sotto tortura. Francon rivelò anche di aver parlato dell'innocenza di Lompes ad Amedeo di Acaia, ma questi, interessato a indebolire le fazioni filofrancesi della Corte, lo aveva ignorato. La clamorosa novità raggiunse le corti di mezza Europa e Bona riuscì a far riaprire il caso della morte del figlio. Nel frattempo, essendo stato scagionato da ogni colpa, i resti di Lompes vennero ricomposti e allo sfortunato speziale venne data cristiana sepoltura, a Chambery, allora capitale dei Savoia. Grandville venne liberato, dopo aver affermato di aver confessato sotto tortura. La furia distruttrice, però, non si era ancora placata.

Oddo di Grandson, accusato di aver organizzato tutto il falso complotto e giudicato innocente in varie corti d'Europa, venne sfidato a duello dal nobile Gerard d'Estavayer, non appena tornato in Savoia. Era un cosiddetto 'giudizio di Dio', che Grandson accettò, ma che poi perse malamente, essendo più anziano e più malfermo dello sfidante. Ucciso Grandson, raggiunta ormai l'età per governare il giovane Amedeo VIII, la storia dei Savoia lasciò da parte il mistero della morte del Conte Rosso.

Quando Torino divenne la nuova capitale del Ducato, i resti di Amedeo VII vennero portati in città, per volere di Emanuele Filiberto. Oggi sono sepolti nella Cappella della Sindone, insieme a quelli del figlio Amedeo VIII e dello stesso Emanuele Filiberto.



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