martedì 5 agosto 2014

Com'era Torino, quando era la capitale di Emanuele Filiberto di Savoia

Si potrebbe considerare agosto il mese del duca Emanuele Filiberto di Savoia? Considerato che il 10 agosto 1557 ottenne la vittoria che gli cambiò la vita, a San Quintino, contro l'esercito francese e nel nome del re di Spagna Felipe II, e considerato che morì il 30 agosto 1580, probabilmente non c'è mese più significativo, per raccontare la sua vita appassionante.

Così in quest'agosto fatale, l'attenzione si sofferma su di lui, complice anche la lettura di una bella biografia dedicatagli da Carlo Moriondo e intitolata semplicemente Testa di Ferro. E' in questo libro, di lettura piacevole e scorrevole, che si trova una stupefacente descrizione della Torino di Emanuele Filiberto. Una città scelta per essere capitale dell'ambizioso Ducato e ancora racchiusa nelle ormai strette mura romane. E fosse solo questo.

Emanuele Filiberto è il duca del primum vivere, colui che getta le basi necessarie, affinché il Ducato possa aspirare a un ruolo nello scacchiere italiano ed europeo, che sia qualcosa di più di quello di Stato cuscinetto sempre a rischio di scomparsa. Numerose sono le riforme economiche e sociali che impone al Piemonte e alla Savoia, dall'abolizione della servitù della gleba alla realizzazione dei primi canali, dalla convivenza diffidente con i Valdesi alla piccola flotta mandata a Lepanto per esserci, dall'imposizione dell'italiano come lingua della burocrazia al sostegno convinto all'Università.

Una delle sue prime iniziative, riavuta Torino dai francesi, è il rafforzamento della sua difesa militare, con la costruzione della magnifica Cittadella, una delle più ammirate, temute e studiate d'Europa, presa ad esempio nelle successive costruzioni militari, persino nelle lontane e inquiete Fiandre. Ma quale capitale doveva difendere un simile prodigio dell'architettura rinascimentale?

La descrizione che Moriondo ne fa in Testa di Ferro è impressionante: "Ai nostri occhi sarebbe parsa composta da topaie. Strade strette e tortuose, secondo il capriccio dei proprietari, che nessuna legge urbanistica, per molto tempo, vincolò a rispettare distanze e passaggi; con sporti anche a poca altezza dal suolo, che sorreggevano loggiati e balconi, con travi e puntelli gettati attraverso la via, per sostenere edifici che parevano sul punto di sfasciarsi".

Siete rimasti sbigottiti? Dov'è lo splendore del Rinascimento italiano? Dove sono i palazzi patrizi e gli eleganti giardini? Nella Torino ereditata da Emanuele Filiberto, facciamocene una ragione, non ce n'è traccia. Non solo la capitale del Ducato era Chambéry, e dunque le eventuali attenzioni dei sovrani andavano alla città francese, ma lo Stato sabaudo aveva grane ben più importanti dell'inadeguatezza della capitale: doveva sopravvivere alle ambizioni francesi e spagnole, doveva sopravvivere alle numerose e sanguinose guerre che martoriavano il suo territorio, non aveva tempo per pensare agli splendori rinascimentali. Il risultato è che a Torino "le case erano tutte basse; intere famiglie vivevano in uno o due locali malamente areati e malamente illuminati"; in genere "le case non avevano più di due piani" ed erano come "piccole torri: si lavorava al piano terreno (all'occorrenza vi dormivano i garzoni), si mangiava al primo, si dormiva al secondo". Erano case di poveri e di abitudini molto diverse da quelle odierne.

Basti pensare che Torino è sempre stata una città ricca d'acque, grazie alla vicinanza di Po, Dora, Stura e Sangone; e questa ricchezza permetteva di mantenere una certa pulizia. Ma l'immagine che esce da quest'affermazione è comunque abbastanza disgustosa per i canoni moderni: "Scorrevano in città molti ruscelli, deviati lungo le strade per pulirle dalle lordure che tutti gettavano da porte e finestre, senza curarsi se finivano addosso ai passanti". Se non fosse sufficiente, all'epoca era normale convivere con gli animali: "Numerose le stalle, gremite di bovini e di suini; in tutti i cortili si tenevano conigli e si allevava pollame; il transito di carri tirati da cavalli o da buoi era frequente".

Una capitale di stamberghe, che si mantenevano in piedi a fatica, e in cui era normale trovarsi polli che zampettavano per strada e sentire muggiti provenienti dalle stalle. Poco a che vedere con la raffinata eleganza dei palazzi estensi o con le ardite architetture fiorentine. Di quella Torino, oggi, sopravvive poco o niente: il Duomo, di chiara ispirazione rinascimentale toscana, alcuni edifici intorno alla piazza IV Marzo, l'angolo più medievale di tutta la città.

Dopo Emanuele Filiberto, fondatore del nuovo Stato sabaudo e della nuova capitale, sarebbero arrivati Carlo Emanuele I e la nuora, Cristina di Francia. Con loro si sarebbero imposte le idee di potere assoluto del sovrano e lo splendido barocco, che avrebbero cancellato la città medievale e avrebbero dato a Torino l'impronta di capitale europea, vagheggiata da Emanuele Filiberto.

Un'immagine della Torino di Emanuele Filiberto: Augusta Taurinorum di Emanuele Filiberto Pingone (1577). Pianta prospettica di Torino con la Cittadella, 1572, realizzata da Johann Criegher su disegno di Giovanni Caracca, appartenente alla Biblioteca Reale di Torino




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