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martedì 17 marzo 2015

17 marzo 1861, il primo discorso di Re Vittorio Emanuele II al Parlamento italiano

Oggi l'Italia compie 154 anni. A Torino il cielo è grigio ed esalta i colori della facciata in mattoni di Palazzo Carignano, che fu sede del primo Parlamento italiano, ancora oggi visibile, nel percorso del Museo del Risorgimento. Per celebrare questo anniversario, il testo del primo discorso di Vittorio Emanuele II al Parlamento italiano, che lo ha appena proclamato Re d'Italia. La retorica ottocentesca sprizza da molte frasi e forse anche per questo leggere cosa disse il Re a quei patrioti è ancora più emozionante. Buon compleanno, Italia! E auguri a tutti noi italiani.

Signori Senatori! Signori Deputati!
Libera ed unita quasi tutta, per mirabile aiuto della divina Provvidenza, per la concorde volontà dei popoli, e per lo splendido valore degli eserciti, l'Italia confida nella virtù e nella sapienza vostra.
A voi si appartiene il darle istituti comuni e stabile assetto. Nello attribuire le maggiori libertà amministrative a popoli che ebbero consuetudini ed ordini diversi veglierete perché l'unità politica, sospiro di tanti secoli, non possa mai essere menomata.
L'opinione delle genti civili ci è propizia; ci sono propizi gli equi e liberali principii che vanno prevalendo nei Consigli d'Europa. L'Italia diventerà per essa una guarentigia di ordine e di pace, e ritornerà efficace stromento della civiltà universale.
L'Imperatore dei Francesi, mantenendo fermo la massima del non-intervento, a noi sommamente benefica, stimò tuttavia di richiamare il suo inviato. Se questo fatto ci fu cagione di rammarico, esso non alterò i sentimenti della nostra gratitudine, nè la fiducia nel suo affetto alla causa italiana.
La Francia e l'Italia, che ebbero comune la stirpe, le tradizioni, il costume, strinsero sui campi di Magenta e di Solferino un nodo che sarà indissolubile.
Il Governo ed il Popolo d'Inghilterra, patria antica della libertà, affermarono altamente il nostro diritto ad essere arbitri delle proprie sorti, e ci furono larghi di confortevoli uffici, dei quali durerà imperitura la riconoscente memoria.
Salito sul trono di Prussia un leale ed illustre Principe, gli mandai un ambasciatore a segno di onoranza verso di lui e di simpatia verso la nobile Nazione germanica, la quale, io spero, verrà sempre più nella persuasione che l'Italia costituita nella sua unità naturale non può offendere i diritti né gli interessi delle altre nazioni.
Signori Senatori! Signori Deputati!
Io son certo che vi farete solleciti a fornire al mio Governo i modi di compiere gli armamenti di terra e di mare. Così il regno d'Italia, posto in condizione di non temere offese, troverà più facilmente nella coscienza delle proprie forze la ragione dell'opportuna prudenza.
Altra volta la mia parola suonò ardimentosa, essendo savio così lo osare a tempo, come lo attendere a tempo. Devoto all'Italia, non ho mai esitato a porre a cimento la vita e la corona; ma nissuno ha il diritto di cimentare la vita e le sorti di una Nazione.
Dopo molte e segnalate vittorie, l'Esercito italiano, crescente ogni giorno in fama, conseguiva nuovo titolo di gloria espugnando una fortezza delle più formidabili. Mi consolo nel pensiero che là si chiudeva per sempre la serie dolorosa dei nostri conflitti civili.
L'armata navale ha dimostrato nelle acque di Ancona e di Gaeta che rivivono in Italia i marinari di Pisa, di Genova e di Venezia.
Una valente gioventù, condotta da un Capitano che riempì del suo nome le più lontane contrade, fece manifesto che nè la servitù, nè le lunghe sventure valsero a snervare la fibra dei popoli italiani.
Questi fatti hanno inspirato alla Nazione una grande confidenza nei proprii destini. Mi compiaccio di manifestare al primo Parlamento d'Italia la gioia che ne sente il mio animo di Re e di Soldato.

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