mercoledì 9 dicembre 2015

Giovanni Virginio, l'uomo che importò le patate in Piemonte

Difficile immaginarsi una dieta senza patate, qui a Torino, a poca distanza dalle valli alpine, in cui le patate sono uno degli ingredienti essenziali di molti piatti. A dir la verità è anche difficile ricordare che la patata è un prodotto americano e che era del tutto sconosciuto a Romani, Longobardi e corti rinascimentali, per ovvie ragioni. Incredibilmente, l'introduzione del tubero in Piemonte non è stata cosa semplice e, anzi, nonostante l'America sia stata scoperta nel 1492 e la sua conquista sia iniziata nel XVII secolo, è solo nel XIX secolo che è entrato nella dieta piemontese. Perché?

La patata è stata a lungo oggetto di un pregiudizio religioso: nasceva sotto terra, per cui era più facile considerarla frutto del diavolo che di Dio; c'era anche chi lo considerava velenoso e chi vedeva una certa relazione tra il consumo delle foglie delle sue piante e la stregoneria. Così, mentre nel resto d'Europa la sua coltivazione si diffondeva e mentre in molti Paesi divenne ingrediente principale delle diete dei più poveri, dato il suo alto valore nutritivo (come dimenticare l'importanza della patata nell'Irlanda delle carestie o nella Germania più povera?), in Piemonte si faticava a considerarla un prodotto da mensa quotidiana.

Alla fine del XVIII secolo, le truppe napoleoniche portarono con sé anche le patate e i piemontesi non se ne innamorarono. Se ne interessò, però, il cuneese Giovanni Vincenzo Virgilio, studi in legge e una grande passione per l'agronomia. Nato nel 1752 da famiglia agiata, fu il primo a dedicarsi allo studio del tubero e a decidere che un frutto della terra dotato di tante proprietà nutritive non poteva passare inosservato sulle mense sabaude: la sua coltivazione si adattava a tutti i terreni, la sua crescita era rapida, le sue proprietà nutritive la rendevano efficace quanto il grano. Iniziò a coltivare patate in un piccolo campo di sua proprietà, investì la dote della moglie Maria Maddalena, figlia di un mercante di tessuti, nei suoi studi e raccontò i risultati delle sue ricerche nel Trattato della coltivazione delle patate o sia pomi di terra volgarmente detti tartiffle, pubblicato nel 1795.

Appassionato studioso, iniziò a girare per i più importanti mercati del Regno, per distribuire i semi delle patate e per vincere i pregiudizi contro il tubero che cresceva sottoterra e che si considerava diabolico o velenoso. Alle madamine che frequentavano i mercati consigliava ricette per cucinarle, alle dame della buona società regalava scatole preziose contenenti le sue patate. Insomma, non lasciò niente di intentato per diffondere la coltivazione e il consumo delle patate in Piemonte. E riuscì nel suo intento, ma vi lasciò la sua fortuna economica e mise in pericolo il suo matrimonio. Per sopravvivere fu costretto a trasferirsi a Zara, in Dalmazia, per insegnare Scienze Naturali in un liceo. Sarebbe tornato a Torino nel 1812, dove, prima Napoleone e poi i Savoia gli concessero una pensione. Negli ultimi anni, morta anche la moglie, visse in solitudine, nell'Ospedale Mauriziano, dove morì nel 1830, solo e senza riconoscimenti per il suo strenuo lavoro e per la sua imperitura passione.

Per ricordarlo, Torino gli ha dedicato una via del centro storico, una traversa di via Verdi.


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