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giovedì 7 aprile 2016

Davanti al romantico Mausoleo della Bela Rosin, in primavera

Il tetto verde rame e circolare del Mausoleo della Bela Rosin, sormontato da una croce di ferro, si vede da Strada del Castello di Mirafiori e dagli ultimi sentieri del Parco Colonnetti che guardano a sud, nell'estrema periferia meridionale di Torino, quasi al confine con Nichelino. All'entrare nel piccolo parco che lo circonda, si scopre  poi l'intero edificio, che è come un piccolo Pantheon, eretto in un giardino silenzioso. E fa effetto vedere un piccolo Pantheon romano, non in una piazza brulicante di auto e di persone, ma in mezzo alla pace di un prato, al termine di una strada lastricata, che un tempo fu alberata, a rendere la prospettiva ancora più solenne.


Se siete a Torino in questi giorni di primavera o avete voglia di una passeggiata insolita, fateci un salto. Tutt'intorno al giardino del Mausoleo, sia verso il Parco Colonnetti che nel Parco che scende giù al Sangone, gli alberi sono in fiore ed è davvero festoso, in linea con il significato romantico di questo edificio. Il Mausoleo, in fondo, è come una dichiarazione d'amore di due figli verso la propria madre, ma è anche la rivendicazione di una coppia che è stata più forte degli ostacoli e delle circostanze. La Bela Rosin, al secolo Rosa Vercellana, è stata l'amante di re Vittorio Emanuele II per tutta la vita, dal 1847 fino alla morte del sovrano, nel 1878 (lei è morta nel 1885), ed è diventata poi sua moglie morganatica nel 1869 (il rito civile è stato celebrato nel 1877), quando lui, vedovo di Maria Adelaide d'Asburgo dal 1855, ha voluto mettere ordine nella propria vita per presentarsi davanti a Dio come un peccatore con meno peccati sulla coscienza. Quando si sono conosciuti, pare a Racconigi, Rosa aveva 14 anni, Vittorio Emanuele 27; poteva essere una pericolosa avventura passeggera, data la giovanissima età di lei, è stato un amore che ha superato il tempo: il re ha avuto una vita sentimentale intensa, con varie avventure e storie, ma la donna di riferimento, quella da cui tornare e a cui chiedere consiglio, è sempre stata, da allora in poi, la Bela Rosin. Osteggiata dalla Corte e dai politici per le sue umili origini e per la sua mancanza di cultura, che non la rendevano una moglie presentabile e che rischiavano di minare il prestigio del Regno di Sardegna, se la relazione fosse venuta alla luce, Rosa ha vissuto a lungo con il re nel Borgo Castello del Parco della Mandria (gli Appartamenti Reali della loro storia d'amore sono oggi visitabili) e con lui si è trasferita prima a Firenze e poi a Roma, seguendo la capitale del giovane Regno d'Italia.


Nonostante la Corte, la Chiesa e la famiglia abbiano cercato in tutti i modi di separare Vittorio da Rosa, non c'è stata pressione vincente, anzi. Rimasto vedovo, il re si è rifiutato di risposarsi, ha nominato Rosa Contessa di Mirafiori e Fontanafredda e le ha regalato il Castello di Sommariva Perno. Insieme hanno avuto due figli, Vittoria ed Emanuele, rimasti accanto alla madre tutta la sua vita. Sono stati loro, che, in aperta polemica con i Savoia, hanno costruito il Mausoleo di Mirafiori, praticamente uguale al Pantheon. Alla sua morte, infatti, essendo Rosa solo moglie morganatica di Vittorio Emanuele, la Casa Reale si è rifiutata di seppellirla nel Pantheon, accanto al marito, perché, era stata la scusa ufficiale, non era regina. Allora Vittoria ed Emanuele fecero costruire dall'architetto Angelo Dimezzi, nella proprietà torinese di Mirafiori, un piccolo Pantheon, che ricordasse il tempio romano che le era stato negato, e qui seppellirono la madre. Sepolti lontani, ma uniti da un edificio funerario simile, in fondo ci potrebbe essere pure questo messaggio romantico, dietro al Mausoleo della Bela Rosin: Rosa e Vittorio Emanuele in qualche modo insieme, anche dopo la morte.


Il Pantheon di Mirafiori ha un piccolo pronao di tre file di otto colonne, alte cinque metri e in stile corinzio; sul frontone c'è l'iscrizione Dio Patria e Famiglia, con lo stemma dei conti di Mirafiori. Il pronao dà accesso a una sala circolare, che ha un diametro di sedici metri e su cui si affacciano le nicchie che accoglievano i resti di Rosa e dei suoi discendenti. Tutto, all'interno, ricorda il Pantheon romano, non solo il rapporto tra le misure (il diametro uguale all'altezza), ma anche l'oculo della cupola, adesso chiuso con una lastra di vetro, e la volta cassettonata.

Un tempo era un luogo di pace e di preghiera, non esente da un certo spirito ambivalente, un po' polemico e un po' romantico, oggi, dopo una lunga storia travagliata, che include anche il trasferimento delle spoglie di Rosa al Cimitero Monumentale, causa vandalismo degli anni 70, è diventato un luogo di cultura, per incontri e per mostre. E' un po' strano immaginarlo nella nuova vocazione, a cui risponde perfettamente, pensando a quello che è stato e al significato che ha avuto. Ma è sempre bello tornare a dargli un'occhiata, a respirare il senso di armonia che trasmettono le sue proporzioni classiche e a ricordare che non sempre le regine sono le più amate dai re (o forse non lo sono quasi mai?).


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