mercoledì 13 dicembre 2017

Maria Clotilde di Savoia, vittima del Risorgimento nel nome di Dio

 Madre e figlia non avrebbero potuto essere più diverse. Della vita libera di Maria Letizia Bonaparte, insofferente a protocollo e all'immagine mansueta e sottomessa delle donne, ho già raccontato (e mi sono molto divertita, perché una principessa come lei sarebbe stata la delizia dei magazines ancora oggi). Adesso tocca a sua madre, Maria Clotilde di Savoia, che con questa figlia indipendente e vitale convisse a lungo, nel Castello di Moncalieri (appena riaperto al pubblico dopo lunghi restauri).


Maria Clotilde è passata alla storia come la vittima sacrificale del Risorgimento italiano, avendo dovuto sposare a 16 anni, lei, primogenita del re di Sardegna Vittorio Emanuele II e della regina Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena, Girolamo Bonaparte, nipote dell'autoproclamato Imperatore dei Francesi, e di vent'anni più grande, oltre che libertino e brutto. In un bell'articolo sul blog Nonna Nanna viene addirittura paragonata a Ifigenia, la figlia che Agamennone sacrificò per propiziarsi gli dèi in vista della guerra di Troia, causando poi le tragedie che sarebbero seguite al suo ritorno (chissà se a Maria Clotilde, colta e poliglotta, sarebbe piaciuto il paragone). Lo dico: magari un po' si esagera all'esaltare il sacrificio di Maria Clotilde, nel nome della ragion di Stato, perché quasi tutti i matrimoni regali sono stati sacrifici personali nel nome della ragion di Stato: rimanendo in Casa Savoia, cosa dire della 13enne Ludovica che sposa il 49enne zio Maurizio per garantire la pace, dopo la guerra dei cognati, nel XVII secolo? O come non pensare a tutte le adolescenti finite in spose a principi e sovrani di trent'anni più anziani? Insomma, Maria Clotilde non è stata la sola, anche se, probabilmente, ha trovato la forza di accettare il suo destino nella fede religiosa, che magari altre non hanno avuto.

Nata a Torino nel 1843, Maria Clotilde manifestò sin da ragazza una profonda inclinazione religiosa, in questo aiutata anche dall'educazione impartita da sua madre, Maria Adelaide. E fu la fede ad aiutarla nei primi dolori, la morte della nonna Maria Teresa, con cui aveva trascorso lungo tempo nel Castello di Moncalieri, quella di sua madre, successiva di pochi giorni, fino alla scomparsa, nello stesso anno, il 1855, del fratellino Vittorio Emanuele. Orfana a 11 anni, si trovò a essere una sorta di madre per i suoi fratelli più piccoli e a essere una sorta di first lady del Regno di Sardegna, avendo rifiutato il Re l'idea di risposarsi (lo avrebbe fatto solo in tarda età, con l'amante di tutta una vita, Rosa Vercellana, la bela Rosin, con un matrimonio morganatico che piacque pochissimo).

La preghiera era il suo rifugio, così come le opere di carità, a cui era abituata sin da bambina; Dio era al primo posto nei suoi pensieri. E lo fu anche quando le fu annunciato che avrebbe dovuto sposare Girolamo Bonaparte, per garantire l'intervento della Francia, accanto al Regno di Sardegna, nella nuova guerra contro l'Austria, secondo gli Accordi stretti a Plombières tra Camillo Benso conte di Cavour e primo ministro del Regno, e Napoleone III (che per intervenire nella Seconda Guerra d'Indipendenza chiede anche Nizza e la Savoia, rendendo di fatto sia Giuseppe Garibaldi che lo stesso sovrano "stranieri in patria"). In un primo tempo, Vittorio Emanuele II si oppose al matrimonio della figlia prediletta con un uomo tanto più grande e di fama così pessima, poi decise di lasciare a lei la decisione. E dopo aver molto meditato, la principessa adolescente disse di sì, pensando di poter essere strumento di Dio per fare del bene, magari convertendo il marito dissoluto.

Ovviamente non fu così. Dopo le nozze, la coppia si trasferì a Parigi, Girolamo riprese la sua vita sfavillante tra salotti e amanti, Maria Clotilde si dedicò alle opere di bene e alle preghiere. Come potevano funzionare due persone di indole così diversa? Non funzionarono, infatti, nonostante l'arrivo di tre figli. Maria Clotilde non apprezzava la frivola vita di Corte, preferendo la chiesa e i malati, ma sapeva distinguersi anche per risposte taglienti e altere, che di umiltà cristiana avevano poco. Come la volta in cui rimproverò l'Imperatrice Eugenia ricordandole che "io sono nata a Corte" (sottinteso, io sono una principessa per nascita, tu sei una parvenu, c'è qualcosa di più superbo che ricordare il proprio status 'superiore' a qualcuno?). O come quando, dopo la sconfitta di Sedan, la Corte abbandonò precipitosamente Parigi, con Eugenia che ricorse persino al travestimento, mentre lei, giorni dopo e con calma, attraversò la capitale con una carrozza e i finestrini abbassati perché "i Savoia e la paura non si sono mai incontrati" (e, date le sue opere di carità, non solo nessuno osò farle del male, ma fu salutata con rispetto). C'è anche un passo di una sua lettera a Vittorio Emanuele II, con cui mantenne un affettuoso rapporto filiale per tutta la vita e che era molto preoccupato per lei, ancora a Parigi dopo la sconfitta di Sedan: "Non sono una Principessa di Casa Savoia per niente! Si ricorda cosa si dice dei Principi che lasciano il loro Paese? Partire, quando il Paese è in pericolo, è il disonore e l'onta per sempre" gli scrisse, per spiegare perché non lasciava ancora la capitale francese in preda agli spiriti rivoluzionari.

Poco dopo la caduta dell'Impero, Maria Clotilde decise di tornare in Piemonte, con la figlia Maria Letizia, e si stabilì nel Castello di Moncalieri, dove ça va sans dire, riprese le sue opere di carità, appoggiando il lavoro dei cosiddetti Santi Sociali torinesi in favore dei ragazzi e dei più poveri (è l'epoca straordinaria di don Bosco, don Cottolengo, don Murialdo). Rivide il marito poco prima della sua morte, avvenuta a Roma nel 1891, e gli sopravvisse per vent'anni, spirando in odore di santità a Moncalieri, nel 1911. Maria Clotilde e Maria Letizia insieme, nel Castello di Moncalieri, così diverse e così coerenti con se stesse. I diversi modi di essere donna, che è bene non giudicare, che ognuna sia quello che vuole (e riesce) a essere.


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