mercoledì 14 marzo 2018

Pietro Piffetti, influenze e sorprese dell'ebanista più celebre del Settecento

La primavera sembra essere la stagione di Pietro Piffetti, il celebre ebanista torinese considerato da Alvar Gonzàlez-Palacios, "uno dei più originali protagonisti del supremo arredamento dell'intero mondo occidentale". Per lui due importanti appuntamenti, che lo raccontano in diverse sedi torinesi, quasi a ricordare la diaspora delle sue opere e le difficoltà di proteggere il suo legato.

Nato a Torino nel 1700, formatosi tra la sua città e Roma, tra l'esuberanza di Juvarra e le curve di Borromini, tornato poi a Torino alla Corte di Carlo Emanuele III, perché Piffetti fu l'ebanista più amato e continua a essere uno dei più apprezzati? L'ebanisteria, ovvero, l'arte di comporre decorazioni con il legno, nelle sue diverse qualità (e poi anche attraverso intarsi di altri materiali come l'avorio), si affermò in Francia, all'epoca del Re Sole e da Parigi poi irradiò la sua influenza sull'arte decorativa in tutta Europa, adattandosi alle diverse istanze culturali. Lo stesso Piffetti discendeva da una famiglia di ebanisti. Quello che lo rese diverso, fu il soggiorno a Roma. Qui, nella capitale del Barocco, che ancora viveva della rivalità tra Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini e in cui convergevano gli artisti di mezza Europa, attirati dai suoi fermenti culturali e dal suo passato glorioso, il giovane Pietro incontrò pittori fiamminghi, ebanisti francesi, artisti d'Europa da cui apprese le diverse tecniche. Ma non era solo questo. Secondo la Fondazione Accorsi-Ometto, Piffetti seppe differenziarsi anche attraverso lo studio, che "gli aveva consentito, caso quasi unico nell'ambito del mondo dell’ebanisteria, di raggiungere una completezza culturale pari a quella di un gran pittore o scultore; gli aveva permesso di rompere gli schemi precostituiti dei modelli dei mobili e di passare da una fase artigianale ad una assolutamente creativa e di intenso valore artistico, nella quale legni rari, avorio, tartaruga, oro e madreperla si erano trasformati in duttili sostanze, la cui preziosità era funzionale all'esaltazione di una superiore idea di bellezza".

 Pietro Piffetti Pietro Piffetti

Tornato a Torino nel 1731, Piffetti aveva così un bagaglio culturale insolito per la sua professione, in una Corte profondamente segnata dall'effervescenza barocca di Filippo Juvarra. Si mette subito in luce con tre tavoli a console, oggi conservati nel torinese Palazzo Madama e nel londinese Victoria and Albert Museum, preziosi testimoni "dell'apprendistato nella difficile tecnica della tarsia lignea e dei rapporti intercorsi a Roma col gusto francese dei Daneau. Un'altra delle prime opere che il giovane Piffetti esegue e firma – ma non data – è il tableau già presso il refettorio dei forestieri dell'eremo camaldolese di Torino. Si tratta di una natura morta in un vaso con attributi simbolici della fede; impiega nell'intarsio, oltre a legni preziosi e tinti, l'avorio, la madreperla, la tartaruga ma anche l'ambra, con cui sono realizzati gli acini di un grappolo d'uva" spiega Giuseppe Beretti. C'è ancora un passaggio di questo stesso articolo che trovo interessante per definire la personalità artistica di Piffetti e la sua capacità di reinterpretare tutti gli input che gli arrivavano: "Due comò oggi al Quirinale poggianti su piedi in legno intagliato e dorato gettano una luce sui repertori iconografici impiegati da Piffetti per le figurazioni delle placche: incisioni fiamminghe di Jan van Ossenbili e Nicolaes Berchem, da quadri di Pieter van Lear, e incisioni francesi di Giulio Parigi, da quadri di Remigio Cantagallina. Un'incisone di Claudine Bouzonnet Stella del 1657, dalla raccolta Le plaisiris de l'Enfance, compare su di un mobile in collezione privata. I fregi sono tratti dai repertori francesi del tardo Seicento come quelli di Paul Androuet du Cerceau. Ma tutta questa non secondaria questione dei modelli che Piffetti impiegò nelle decorazioni dei suoi mobili è argomento di studio ancora poco indagato".

Pietro Piffetti Pietro Piffetti

I mobili di Pietro Piffetti sono pensati come oggetti d'architettura: il tavolo da parete con scansia, che potete vedere a Palazzo Reale, è ispirato a un disegno di Filippo Juvarra ed è composto da un tavolo parietale, ornato sa motivi in tarsia, su cui "si innesta un'alzata mistilinea su cui poggia la scansia a doppia anta a specchiera, conclusa da un fastigio che inquadra un piccolo specchio decorato alla veneziana" sottolineano Fabrizo Corradi e Paolo San Martino in un articolo pubblicato su www.predella.it. Un'invenzione che riecheggia "l'infilata verticale camino-sovracaminiera-sovraspecchiera delle pareti dell'Appartamento dorato di Palazzo Carignano e della Sala di Madama Reale di Palazzo Madama". Non solo: al Palazzo del Quirinale di Roma e al Museo Accorsi di Torino sono conservati due mobili a doppio corpo più o meno simili, nel primo "tutto è tondo. Lo spigolo è abolito. Una forma di tradizione è dunque trasfigurata in una formosa e abbondante profusione di curve e in una tamburellante emissione di belletti lignei sparsi a grandi manciate sull'intarsiatura, divenuta una seconda pelle del mobile". Un mobile trattato come un oggetto di architettura vera e propria, che segue il gusto architettonico dell'epoca e gli insegnamenti di Roma, dove la linea curva di Borromini ha preso la scena per decenni.

Pietro Piffetti Pietro Piffetti

E per completare il ritratto dell'ebanista italiano più celebre del Settecento, questa sintesi che mi è molto piaciuta, dallo stesso articolo: "Piffetti dunque lavora su più livelli. Dalla dimensione locale eredita il gusto per la materia, le forme di base per le strutture dei mobili. Dal tronco franco-fiammingo fiorito nella Francia di Cucci e Boulle riceve l'arte della marqueterie. Dall'Italia di Juvarra trae sia l'eleganza disegnativa, sia la raffinatezza decorativa, dosata in misura più meridionale che settentrionale".

Di questo artista straordinario e curioso, che seppe trasformare i mobili in opere d'arte di raffinatissima decorazione, sperimentando materiali, disegni e colori, è rimasto un patrimonio non controllato, sparso tra Musei Enti e collezioni private. Solo a Torino, trovate i suoi tavoli, le sue scrivanie e i suoi inginocchiatoi tra Palazzo Madama, Palazzo Reale, la Reggia di Venaria Reale, la Palazzina di Caccia di Stupinigi e il Museo Accorsi-Ometto. E le sue opere sono protagoniste di due delle più importanti mostre della primavera torinese: Genio e Maestria - Mobili ed ebanisti alla corte sabauda tra Settecento e Ottocento, che, dal 16 marzo al 15 luglio 2018, alla Reggia di Venaria Reale offre un viaggio lungo due secoli, per illustrare un mestiere d'arte "raffinato, corto e complesso" attraverso mobili d'arte di grande valore, alcuni dei quali esposti per la prima volta perché appartenenti a collezionisti privati; al Museo Accorsi-Ometto è in corso, fino al 3 giugno 2018, Da Piffetti a Ladatte – Dieci anni di acquisizioni, che mostra, tra gli ultimi acquisti della Fondazione, anche due mobili di Piffetti, che si aggiungono alla collezione (nel percorso espositivo del Museo c'è il mobile più bello del mondo, il mobile a doppio corpo di cui sopra, un trionfo di decorazione e linee che vale la pena vedere: se siete turisti a Torino, inseritelo tra i faraoni e le pellicole).


Nessun commento:

Posta un commento