mercoledì 25 aprile 2018

Le cinque giornate di Torino: così fu il 25 aprile 1945

Aldo dice 26 x 1. Nemico in crisi finale. Applicate Piano E 27. Capi nemici et dirigenti fascisti in fuga.  Fermate tutte le macchine et controllate rigorosamente passeggeri trattenendo persone sospette.  Comandi Zona interessati abbiano massima cura assicurare viabilità forze alleate su strada Genova-Torino et Piacenza-Torino.

Il 25 aprile di Torino inizia così, con quest'ordine di insurrezione recapitato ai partigiani, pronti a scendere in città dalle vallate e a unirsi ai lavoratori, in sciopero dal 18 aprile. E mi piace ricordarlo in questo 25 aprile del 2018, che in città sa di estate anticipata e che appartiene a momenti convulsi della storia repubblicana. Perché, pur tra tutte le differenze e gli ostacoli, non dimentichiamo quali siano i valori non negoziabili dell'Italia: l'anti-fascismo, la libertà, la democrazia.

"In base al piano insurrezionale a suo tempo elaborato dal CMRP, dovevano essere impegnati nella liberazione di Torino due gruppi di forze: quelle cittadine articolate in 5 settori con 1865 uomini di pronto impiego e 7130 di secondo impiego e quelle partigiane provenienti dal di fuori: 4 divisioni "Autonome" ("Giovane Piemonte", "Monferrato", "De Vitis", "Val Chisone") con un totale di 1100 uomini, 5 divisioni garibaldine (la, 2a, 3a, 4a, 13a) con 3300 uomini, 5 divisioni "Giustizia e Libertà" (3a, 4a, 6a e un gruppo operativo mobile) con 1500 uomini, 3 divisioni "Matteotti" ("Canavese", "Collina", "Monferrato") con millecinquecento uomini. Le forze autonome, le garibaldine delle Langhe ed eventualmente le due divisioni "Giustizia e Libertà" del Cuneese con un complesso di 3900 uomini dovevano servire di riserva strategica" scrive Pietro Secchia ne Le cinque giornate di Torino (l'articolo intero è su resistenze.org).

E mentre i partigiani si avvicinano alla città, nella notte del 25 aprile, gli operai rifiutano di lasciare le fabbriche, una volta terminato il turno: "I lavoratori si preparavano febbrilmente alla battaglia sbarrando i cancelli degli stabilimenti, ostruendo i passaggi con blocchi di ghisa, piazzando le mitragliatrici in punti cruciali e apprestando delle postazioni di difesa. Durante la notte avevano eretto muretti e trincee utilizzando il materiale più diverso. Dai nascondigli uscivano le armi, le munizioni e le bombe precedentemente occultate. Già da qualche tempo l'ufficio sabotaggio e controsabotaggio del CLN aveva preso contatto con i dirigenti e i tecnici di molte aziende per preparare la difesa degli impianti industriali e se non in tutte, in diverse si erano trovati aiuti e complicità nel lavoro di trasporto e occultamento delle armi. Ogni officina è rapidamente trasformata in fortezza, ma i lavoratori non commettono l'errore del 1920 di restarvi asserragliati all'interno in attesa degli eventi; mentre assicurano la difesa passano con slancio all'attacco. Vi sono gli impianti delle ferrovie, delle centrali elettriche e telefoniche da difendere, i ponti sul Po e gli acquedotti da salvare, le radio, gli edifici pubblici, le caserme da conquistare"

E leggere i paragrafi successivi, in cui si racconta la lotta contro i tedeschi e i fascisti, quasi fabbrica per fabbrica, commuove: "Intanto la Fiat Mirafiori ove lavoravano 13 mila operai di cui 2 mila donne, è attaccata verso le 18 con tre carri armati e una decina di autoblinde dai tedeschi che riescono a penetrare nella prima cintura di difesa, ma sono presto ricacciati dai lavoratori. Questi rispondono al fuoco violento con le mitragliatrici poste ai finestroni dello stabilimento e col lancio di granate e di bottiglie "Molotov"; un carro armato tedesco è immobilizzato e gli altri due sono costretti a ritirarsi, alcune autoblinde sono in fiamme. I nazisti rinnovano poco dopo l'attacco. […] Non è stato che un assaggio, alle 21 il nemico attacca in forze da corso Ferrucci e da via Montenegro cannoneggiando lo stabilimento. Due carri armati pesanti, un'autoblinda e alcuni autocarri tentano di penetrare. Numerosi operai cadono combattendo, tra gli altri Mario Bonzanino. I lavoratori non erano rimasti in ozio, occupata la fabbrica avevano iniziato il montaggio di tre carri armati tipo 15/42 di cui uno semovente con pezzi da 75mm. Costruiti in poche ore, erano appena pronti quando alle 21 il nemico aveva attaccato. Appena il primo di questi carri armati, come un bolide uscì dallo stabilimento, i nazifascisti batterono in ritirata. Altre fabbriche sono attaccate con estrema violenza dal nemico. Duri combattimenti si sviluppano alla Lancia, ove i carri armati tedeschi sono ricacciati dai Gappisti, alla Grandi Motori, alla Nebiolo, alle Ferriere Piemontesi e in diverse officine. La lotta, frattanto, infuria a Porta Nuova, alla stazione i tedeschi hanno attaccato con tre carri armati, i ferrovieri della brigata SAP "Lino Rissone" e gli arditi Gappisti resistono efficacemente e mettono in fuga il nemico. Anche i Sappisti hanno tre morti e numerosi feriti, ma la stazione e lo scalo ferroviario rimangono nelle loro mani. Alla stazione Stura, invece, i patrioti sono costretti a ritirarsi dopo avere inflitto ai tedeschi gravi perdite. Si combatte in ogni angolo della città, i tram sono fermi dalle prime ore del mattino, le case alla periferia imbandierate. Alcuni edifici pubblici tra i quali la questura, il municipio (dove il podestà Fazio è stato arrestato), l'Eiar, la Stipel, la Sip, la caserma dei vigili del fuoco, sono già nelle mani degli insorti. La squadra volante della "Gramsci" penetra nel palazzo delle Poste di via Nizza, disarma la milizia postelegrafonica, conquista una mitragliatrice pesante, 26 moschetti e altre armi".

Poi le brigate partigiane, già pronte a entrare in città, ricevono l'ordine: è il 26 aprile e si uniscono ai torinesi in lotta contro i tedeschi in fuga. E l'emozione al leggere la ricostruzione di quelle giornate di lotta è grande, perché si parla di fabbriche che sono state parte della rinascita economica e sociale di Torino nel dopoguerra, di luoghi che sono ancora oggi centri nevralgici della città. Porta Nuova, la Viberti, i ponti sul Po, Barriera di Milano, violati dai carri armati e tutti in strada a lottare per cacciarli via.

Il piano di liberazione di Torino è stato studiato perfettamente dal CLN sin dall'autunno del 1944 e risponde a quattro concetti generali, come spiega valsangoneluoghimemoria.altervista.org: Innanzitutto, Torino deve liberarsi da sola, prima dell'arrivo degli alleati, per dar modo agli organi di autogoverno locali di assumere i poteri. In secondo luogo, l'insurrezione deve avvenire con il concorso delle formazioni cittadine e di quelle 'foranee', che occuperanno gli obiettivi fissati e stabiliranno attorno alla città una cintura di posti di blocco.  In terzo luogo, le formazioni operaie 'interne' e le squadre partigiane antisabotaggio devono provvedere alla difesa degli impianti e delle vie di comunicazione. Infine, i gruppi partigiani che rimangono all'esterno della città devono disturbare i movimenti delle truppe tedesche in ritirata, senza tuttavia affrontarle in campo aperto per l'inferiorità dell'armamento. Il piano risponde ad esigenze militari e politiche insieme, perché il problema della liberazione del territorio è inscindibile da quello del suo successivo controllo: si tratta di sostenere la battaglia contro i nazifascisti, ma anche di superare le diffidenze inglesi e accelerare i tempi dell'insurrezione. Non si possono aspettare le armate angloamericane, col rischio di veder liquidato il movimento resistenziale senza tener conto di nulla".

Torino si libera da sola: il 28 aprile è già una città libera, anche se il 29 e 30 aprile subisce l'onta dell'eccidio di Grugliasco, in cui i tedeschi, mancando alla parola data, uccisero 58 partigiani e 7 civili. Quando gli Alleati arrivarono, "trovarono una città disciplinata, presidiata da 14 mila partigiani, i servizi pubblici in funzione, salve tutte le industrie, intatti i ponti le centrali elettriche e ferroviarie. Nelle cinque giornate insurrezionali di Torino caddero combattendo nelle fabbriche e nelle strade 320 partigiani e lavoratori. La classe operaia torinese ancora una volta era stata all'avanguardia nella lotta e nel sacrificio. Le maestranze presenti alla Fiat Mirafiori durante tutte le giornate insurrezionali avevano superato il 90%, l'80% alla Spa, l'85% alla Lancia, le stesse percentuali negli altri stabilimenti".

Questa è Torino, signori, antifascista, libera, progressista, orgogliosa e sabauda, Medaglia d'Oro al Valor Militare per la sua Resistenza, ora e sempre. Grazie a tutti i partigiani che hanno sacrificato la loro vita e che, sopravvissuti, hanno portato testimonianza instancabile della loro lotta. Che questa Italia possa essere sempre degna del loro sacrificio.

PS Se poi volete leggere di cosa sono stati i mesi successivi alla Liberazione, di quanto fosse dura la vita del primo dopoguerra, c'è un bell'articolo di Torino Storia, al link indicato.


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