mercoledì 18 aprile 2018

Quegli epici momenti di Vittorio Emanuele II, re galantuomo d'Italia

Stamattina ero al Museo Nazionale del Risorgimento, un Museo generalmente poco indicato nelle guide di Torino e che invece dovrebbe figurare di più nella lista dei Musei da vedere, soprattutto con il nuovo allestimento, che inserisce il Risorgimento italiano nella serie di inquietudini e movimenti dell'Ottocento romantico, anche attraverso l'uso di strumenti multimediali, come i bellissimi video. Anche il Museo del Risorgimento alla mattina è preso d'assalto dalle scolaresche. Stamattina ne ho incontrate quattro o cinque, che, in sale diverse, seguivano con più e meno attenzione le lezioni delle guide.

Museo del Risorgimento Torino Parlamento Subalpino

Così mi sono trovata a sentire (e ascoltare!) ipotesi sulla differenza di statura tra Carlo Alberto, principe tormentato e aristocratico, e suo figlio Vittorio Emanuele, principe tozzo e passionale e ho ascoltato anche del tremendo litigio tra re Vittorio Emanuele II e il Conte di Cavour, in vista dell'armistizio di Villafranca, con il re sardo che accettava la decisione francese di deporre le armi e ottenere la Lombardia (era pur sempre un Savoia che vedeva incrementare le terre del proprio Regno) e il suo Primo Ministro fuori dai gangheri perché voleva continuare la guerra e ottenere anche il Veneto, obiettivo della Seconda Guerra d'Indipendenza. Dimissioni immediate di Cavour, re Vittorio Emanuele II che finalmente si libera del mai troppo sopportato Tessitore e chi ti rovina i piani? I piccoli ducati emiliani e il Granducato di Toscana, che cacciano i loro sovrani per chiedere l'annessione al Regno di Sardegna e minacciano la stabilità dell'Italia non ancora unificata. Così re Vittorio Emanuele ha bisogno di un diplomatico come il suo Primo Ministro e Camillo ha una sorta di compensazione dal fallimento dell'alleanza con la Francia a cui aveva lavorato per decenni. Tra i due pace fatta, fino al prossimo scontro, e Vittorio Emanuele guarda con favore a Giuseppe Garibaldi, pronto a salpare per il Sud, mentre Camillo ha di nuovo le mani nei capelli. E stavo guardando un quadro sull'assedio a Gaeta, mentre ascoltavo il Risorgimento raccontato agli adolescenti, con toni che al liceo non si usavano, ma che spero siano riusciti ad appassionarli alle figure dei Padri della Patria.

Vittorio Emanuele II Camillo di Cavour

Di sicuro hanno appassionato me, perché appena tornata a casa ho messo su Google "rapporti tra Vittorio Emanuele II e Cavour". Sono uscite cose interessanti, che liberano il primo sovrano italiano dagli stereotipi che lo volevano rozzo e militaresco. Non che lo rendano algido e aristocratico, continuano a riportare il grande stupore che colse Giorgio Pallavicino quando si rese conto che davvero il re, che odiava la sola idea di leggere un libro e che mai nessuno dei suoi insegnanti era riuscito ad appassionare alle lettere e alla cultura in senso classico, aveva davvero letto Del rinnovamento civile d'Italia di Vincenzo Gioberti.

C'è un articolo molto interessante, firmato da Romano Ugolini, professore di storia contemporanea, che individua i momenti più importanti della vita pubblica di Vittorio Emanuele. Quelli in cui dà prova del suo fiuto e della sua intelligenza politica, anche al circondarsi di uomini che magari non sopportava a livello personale, ma che sapeva più adatti di lui al ruolo a cui li aveva chiamati. Il primo di questi momenti è l'ascesa al trono, dopo la disastrosa sconfitta di Novara, nel 1849, e l'incontro con il Maresciallo Radetzky. "Di fatto, Vittorio Emanuele divenne re nel momento peggiore, dopo una disfatta militare, e nel modo peggiore, per una abdicazione firmata davanti a poche persone e rimasta pressoché segreta. toccava al nuovo sovrano prendere, data la situazione, decisioni immediate, ed è in questa delicata fase, quando il ritrarsi era impossibile e l'ausilio di riflessione e consiglio altrui praticamente inesistente, che il ventinovenne monarca manifestò per la prima volta le sue doti maggiori: il suo sangue freddo e la capacità istintiva di avere un quadro della situazione nitido e preciso, privo delle alterazioni dettate dalla passionalità o di deformazioni di matrice emotiva" scrive Ugolini, sottolineando anche come la forte differenza d'età, quasi 60 anni tra il 29enne nuovo sovrano e l'83enne ufficiale austriaco, e il matrimonio di Vittorio Emanuele con Maria Adelaide, che Radetzky vide crescere a Milano e per la quale aveva un affetto quasi da nonno, ben disposero il vincitore verso lo sconfitto. Poi, il resto lo fecero la necessità di tenere saldo il Regno di Sardegna in un momento di difficoltà, per evitare le mire francesi, e la real politik del mMaresciallo.

L'articolo si sofferma sull'affetto che Vittorio Emanuele sentiva per Massimo d'Azeglio, il suo primo Presidente del Consiglio, il primo a parlare del "re galantuomo" e a sostenere quel mito, "due personalità tanto diverse tra loro per formazione e cultura, ma legate da un modello di vita 'fuori dalle righe', leggero e scanzonato, privo di un ossequio pedissequo a regole e tradizioni che sentivano entrambi come prive di consistenza concreta in un mondo, quale quello di metà ottocento, che si stava rapidamente rinnovando".

E poi, all'avvento di Camillo Benso conte di Cavour, il fragile equilibrio tra due personalità che si rispettavano senza amarsi; il re che pensava al prestigio della sua dinastia e alla Corona, perché "i primi ministri passano, il re resta", il Conte che tendeva a sostenere il ruolo della Camera, per ridimensionare il potere del Re. Ed è impietoso quello che Romani scrive di Cavour: "Sapeva che oltre non poteva andare: un conflitto aperto con la Corona voleva dire offrire il fianco agli avversari, e i più pericolosi erano nell'esercito e nelle amministrazioni locali, del tutto legati alla figura del re. nella necessità di doversi contenere, sfogò tutta la sua acredine contro il sovrano sfruttando il punto debole che questi offriva, ovverosia la questione della 'bella Rosin', l'amante pressoché ufficiale di Vittorio Emanuele; contro di lei scatenò una guerra aperta, senza esclusione di colpi, riuscendo persino in un contrasto diretto con il re a farlo piangere".

L'armistizio di Villafranca fu il momento clou della difficile convivenza tra i due, arrivati allo scontro di cui parlava la guida del Museo del Risorgimento. La terribile litigata, in cui nessuno dei due cedette di un millimetro, finì con lo sfogo del re con i suoi: "Oh! per lor signori le cose vanno sempre perché aggiustano tutto colle dimissioni, ma chi non si può levare d'impaccio così comodamente sono io, io che non posso dimettermi, io che non posso disertare. si fa insieme la strada e quando si è nel fitto delle difficoltà allora mi lasciano solo ad affrontarle; solo responsabile in faccia al paese e alla storia". Difficile mestiere quello del re, lo sanno tutti i sovrani, persino oggi.

Tra gli articoli letti oggi, ce n'è uno di Francesco Perfetti, pubblicato dal Giornale, che parla del successo europeo di re Vittorio Emanuele II, imparentato con tutte le Famiglie Reali da generazioni. Nel 1855, appena diventato vedovo, il sovrano piemontese si recò in Inghilterra, ufficialmente per distrarsi, ufficiosamente perché gli volevano trovare una nuova moglie (Cavour intrallazzava per allontanarlo dalla bella Rosin, senza riuscirci, e intendeva rinsaldare i legami del Regno Sabaudo con le grandi potenze europee, anche per rassicurarle, viste le ambizioni). Così la regina Vittoria scrisse nel suo diario: "È un uomo rozzo. Balla come un orso, parla in modo sconveniente: ma, se entrasse il drago, sono sicura che tutti fuggirebbero, tranne lui. Sguainerebbe la spada e mi difenderebbe. È un cavaliere medievale, un soldato, questo Savoia". E se non fosse sufficiente: "Quando lo si conosce bene, non si può fare a meno di amarlo. Egli è così franco, aperto, retto, giusto, liberale e tollerante e ha molto buon senso profondo. Non manca mai alla sua parola e si può fare assegnamento su di lui".

Capite perché mi piace andare per Musei, anche quando li ho già visti? Perché poi vengono fuori storie come queste (e tutto quello che ho dovuto tagliare per non scrivere un romanzo!).


2 commenti:

  1. Abbiamo figure e vicende splendide nell'età prerepubblicana dell'Italia che potremmo amare e raccogliere nella nostra narrazione. Purtroppo le azioni sciagurate di un solo re Savoia ci hanno fatto tirare una linea anche su tutto ciò che lo precedette. Pare quasi che conservare un legame con la propria storia, anche quando questa era fatta di monarchie, costituisca una macchia sulla nostra patente repubblicana d'oggi.
    Concordo con te sul Museo del Risorgimento, è splendido. E con l'abbonamento musei ne approfitto per tornarci più e più volte, dedicando la dovuta attenzione a poche sale per ciascuna visita.
    Simone

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    1. Concordo Simone, anche per questo mi piace andare a scovare le storie dei sovrani sabaudi e delle principesse; e mi piace mostrare come tanta cultura e tanta identità di Torino siano risultato dei progetti e degli interessi dei Savoia. Prima o poi l'Italia imparerà a fare i conti con il proprio passato e sarà restituire ai Savoia il posto che spetta loro nella Storia del nostro Paese.

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