martedì 5 giugno 2018

Oltre la cinta daziaria, le barriere operaie che hanno cambiato Torino

Per secoli, Torino si è espansa all'interno delle mura, fino a raggiungere la caratteristica forma a mandorla dei tre ampliamenti. Nel XIX secolo, abbattute le mura difensive, fu costruito una sorta di muro economico, la cosiddetta cinta daziaria, aperta solo in corrispondenza delle grandi vie di comunicazione, per permettere il passaggio delle persone e delle merci, che pagavano il dazio per essere vendute in città. Furono queste aperture che cambiarono gli assi dello sviluppo della città e fecero dimenticare la caratteristica maglia ortogonale del centro.

In loro corrispondenza si svilupparono nuovi abitati, che finirono poi con esserne identificati (Barriera di Milano porta ancora nel nome le sue origini). "Le principali barriere erano dodici, ognuna delle quali si sviluppò seguendo modalità e criteri diversi: per gemmazione da precedenti nuclei rurali, artigianali e commerciali (Barriera di Nizza, Millefonti, Lingotto, Barriera di Milano), a ventaglio, ridosso dei varchi della cinta (Borgo San Paolo, Borgo Vittoria, Barriera di Lanzo, Campidoglio), in zone più esterne attorno ai piccoli nuclei rurali "costituiti da una chiesa, un'osteria e qualche opificio (Regio Parco, Madonna di Campagna)". Solo quest'ultima tipologia di barriera presentava sin dall'inizio una propria dotazione di servizi principali, mentre quelle sorte attorno alle principali vie di comunicazioni, dipendevano per i servizi dai quartieri cittadini posti all'interno della cinta, mantenendo con essi una "certa facilità di comunicazione"" si legge nell'articolo Torino: sviluppo industriale e barriere operaie ai primi del '900 di Enrico Miletto, scritto per l'Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea.

Barriera di Milano Barriera di Nizza

Intorno alle barriere nacquero anche le prime industrie che avrebbero poi condizionato lo sviluppo cittadino: l'uso dell'energia elettrica, al posto della forza motrice dell'acqua, permise loro di scegliere dove insediarsi e ragioni economiche le spinsero fuori città, per non pagare i dazi, ma sufficientemente vicine, per avere gli evidenti vantaggi economici. Curioso, come ci fu una sorta di "specializzazione" nelle varie barriere: in Barriera di Milano arrivarono le grandi fabbriche tessili e metalmeccaniche (e non troppo lontano, a Regio Parco, la Regia Manifattura Tabacchi continuava ad attirare soprattutto una manodopera femminile); in Borgata Ceronda e in Valdocco, nell'area intorno alla Dora, insomma, stabilimenti tessili e conciari (ma anche il calzaturificio Superga e, più avanti, l'industria pesante torinese, dalle Officine di Savigliano alla Michelin e alla Fiat Ferriere); a Borgo San Paolo, arrivarono numerosissime industrie, specializzate nella produzione di veicoli, sia su strada che su binario; in Barriera di Nizza, la prima fabbrica della FIAT, in corso Dante, proprio nel cambio di secolo, tra l'Ottocento e il Novecento.

L'insediamento delle industrie condizionò pesantemente lo sviluppo demografico e urbanistico di queste borgate. Per stare vicino al posto di lavoro, e per risparmiare sugli affitti e anche sull'acquisto delle merci, che non pagavano i dazi, migliaia di famiglie di operai presero residenza nei nuovi quartieri; nel corso di un solo decennio, all'inizio del secolo, i torinesi delle barriere erano raddoppiati. "Lo sviluppo delle barriere portò con sé la creazione di un paesaggio urbano molto diverso da quello presente all'interno della cinta. Infatti si affievolì quel modello abitativo che aveva orientato il modo di vivere dei torinesi: se fino ad allora convivevano negli stessi palazzi persone di diversi strati sociali (ad esempio avevamo al primo piano la famiglia proprietaria del palazzo, al secondo la servitù, al terzo gli artigiani e così via), la nascita delle barriere lasciò il posto ad una separazione delle classi sociali sul territorio cittadino. Le barriera assunse così una connotazione sociale palesemente operaia, ma non solo: la popolavano sia i nuovi strati del proletariato industriale, sia altri ceti come gli artigiani, i commercianti e gli agricoltori".

La vita dei residenti si svolgeva quasi esclusivamente nei borghi: lì si abitava, si lavorava e, nella fitta rete di associazioni nata nel frattempo, tra parrocchie, bocciofile e circoli vari, si trascorreva il tempo libero. Se ci pensiamo bene, la vitalità dei nostri quartieri è nata allora, quando Torino era "lontana" e ogni borgo aveva una propria storia e una propria identità. Nelle barriere c'era un forte clima di solidarietà, spiega ancora Miletto, perché gli operai non avevano ancora i servizi sociali che sarebbero arrivati solo decenni dopo, per cui erano "indispensabili la costruzione e la gestione di reti di relazioni, femminili e maschili, complementari tra loro e in grado di assolvere alle diverse richieste della famiglia". Le relazioni degli uomini erano legati ai loro lavori (spesso più di uno) e al tempo libero, che garantivano scambi di prodotti e favori conseguenti; le donne si muovevano in ambienti domestici e le loro relazioni garantivano scambi come la cura dei figli, i piccoli prestiti o i piccoli servizi. Un sistema di solidarietà, sottolinea Miletto che era estraneo alla vita di Torino città e che "trovava proprio nella vita “da ballatoio” e di quartiere i punti più alti della sua espressione".

Torino non è più quella di allora: le barriere sono state inglobate dalla città, nessuno di noi, viva a Mirafiori, Vallette o Barriera di Milano, direbbe mai "vado a Torino", ma, piuttosto, "vado in centro", perché Torino è tutta e apparteniamo a generazioni che non possono più dire "una volta qui era tutta campagna". Ma, nella presenza delle associazioni nella vita di quartiere, nella forte spinta del volontariato, nell'autonomia che spesso fa pensare "non sembra neanche Torino, sembra un piccolo paese", si può ritrovare l'eredità lontana di quello spirito. Niente è mai frutto del caso, inevitabile pensarlo.


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